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Il 16 luglio 1979 il generale Saddam Hussein assume la presidenza dell’Iraq, sempre circondato dal favore dei paesi occidentali, che provvedono soprattutto ad armarlo. Per quanto riguarda l’Italia sono degni di nota: un accordo del gennaio 1980 per la fornitura di 6 elicotteri AS/61 TS/Vip; un accordo del marzo 1980 per la fornitura di un impianto nucleare atto a riprocessare le sostanze radioattive (di fatto un aiuto alla preparazione della bomba, anche se la Farnesina si dichiara certa del suo utilizzo pacifico); la fornitura, nell’aprile 1980, di 8 elicotteri AB/212 antisommergibile; nei due mesi successivi l’impegno per la fornitura di 4 fregate classe Lupo e 6 corvette da 1000 tonnellate di stazza con nave di appoggio classe Stromboli; nel giugno 1980 il ministro delle Partecipazioni statali Gianni De Michelis negozia ulteriori invii di materiale bellico. In cambio di un aumento delle forniture di petrolio, l’Italia si impegna a garantire a Baghdad sia forniture di armi sia collaborazione nel settore nucleare. Ma probabilmente il petrolio non è l’unica ragione alla base dell’atteggiamento italiano: dietro l’impegno dell’Italia si nascondono gli Usa. Gli Stati uniti difatti puntano su Saddam come potenziale antagonista dell’Iran di Khomeini, e come potenziale alleato dell’Arabia saudita e della Giordania, ma il presidente americano Carter non tiene a figurare come diretto artefice del riarmo iracheno, nel tentativo di non pregiudicare l’appoggio della lobby ebraica alla sua rielezione. Certo è che nel conflitto che sta per opporre l’Iraq all’Iran, gli Stati uniti giocano un ruolo determinante.

L’Iran dello scià Reza Palhevi è per gli Stati uniti una pedina fondamentale sullo scacchiere mediorientale, per la sua posizione geografica ai confini dell’Unione sovietica e per la disponibilità dello stesso scià ad agire come gendarme americano: così che il paese ospita ben 30.000 consiglieri militari statunitensi. All’interno la dinastia Palhevi è riuscita fin dagli anni ’50 a distruggere, con brutali metodi polizieschi, l’opposizione laica, ma non il pesante malcontento per una de-islamizzazione forzata, per una modernizzazione imposta dall’alto e con insostenibile rapidità, che aveva aggravato anziché lenire le ingiustizie economiche e sociali, per la corruzione imperante. Il clero sciita appare come l’unica forza capace di raccogliere il diffuso malcontento e organizzarlo; nel 1978 si dimostra in grado di animare enormi manifestazioni popolari che, pur ferocemente represse, riescono a scuotere il regime fino a determinarne la caduta. Figura centrale e simbolo della rivoluzione islamica iraniana è l’ayatollh Khomeini, che torna in Iran dall’esilio francese e ne prende la guida, proclamando il 1 aprile 1979 la repubblica islamica. La Costituzione del dicembre accoglie il programma di Khomeini, basato sul principio del velayat-e faqih, cioè della sovranità dell’autorità religiosa che controlla la politica dello stato e la conformità delle leggi alla rivelazione divina; lo stesso ayatollah sarà la massima autorità religiosa, la guida suprema del regime finché sarà in vita.

Ovviamente un Iran teocratico, decisamente uscito dal campo occidentale ed intenzionato a riprendere tutta intera la propria autonomia, è destinato a suscitare una decisa inimicizia negli Stati uniti. Nel novembre 1979, inoltre, un gruppo di studenti islamici occupa l’ambasciata americana di Teheran e prende in ostaggio il personale diplomatico, chiedendo a guisa di riscatto che gli Usa estradino lo scià, il tutto con l’approvazione di Khomeini: si giunge alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Stati uniti e Iran. Rientra quindi nella logica politica americana armare, incoraggiare e sostenere il regime iracheno, che fin dall’inizio ha condannato la rivoluzione islamica, nella sua lunga guerra contro l’Iran.

13 settembre 1980

Scontri alla frontiera fra Iran e Iraq causano 200 morti.

18 settembre 1980

Si intensificano gli scontri al confine tra Iran e Iraq. L’Iraq intende conquistare territori a sinistra dello Shatt-el Arab, per il controllo degli sbocchi nel golfo Persico.

22 settembre 1980

Attacco iracheno alla raffineria iraniana di Abadan. Sui mercati, aumenta il prezzo del petrolio.

7 maggio 1981

A Baghdad, aerei israeliani bombardano lo stabilimento industriale di Daura nel quale sospettano che si stia fabbricando un ordigno nucleare.

7 giugno 1981

A Tamuz (Iraq), l’aviazione israeliana distrugge un impianto industriale che sospetta utilizzato per la produzione di armi atomiche. Israele accusa inoltre Italia e Francia di collaborare con l’Iraq per la messa a punto di un ordigno nucleare.

4 maggio 1982

Muore in Iran, per un incidente aereo poco chiaro, il ministro algerino Benyalia. L’Iran accusa gli iracheni della sua morte.

14 luglio 1982

Scoppiano scontri fra Iran e Iraq sulla via per Bassora.

18 luglio 1982

L’Iran lancia un appello agli stati arabi, perché non vendano armi all’Iraq.

2 ottobre 1982

A Teheran, un attentato incendiario provoca 60 morti e centinaia di feriti. Khomeini, in un discorso teletrasmesso, accusa esplicitamente gli Stati uniti e le sue pedine all’interno del paese. L’obiettivo delle stragi – afferma Khomeini – è "cercare una ripetuta rivincita per i loro ripetuti fallimenti, colpendo i poveri e gli oppressi dei quartieri meridionali della capitale…sviare l’attenzione mondiale dalle sconfitte dell’America e del suo servo Saddam". L’offensiva irachena è difatti rintuzzata e, nonostante le fortissime perdite umane, gli iraniani sono penetrati nella zona di Mandali, a 100 km. circa da Baghdad.

2 febbraio 1983

Aerei iracheni bombardano il giacimento iraniano di Nowruz causando un disastro ecologico: una immensa chiazza di greggio nel Golfo.

7 febbraio 1983

L’Iran annuncia la ‘offensiva finale’ contro l’Iraq, alla vigilia dell’anniversario della rivoluzione.

13 aprile 1983

L’Iraq bombarda un altro giacimento petrolifero iraniano, a 20 km circa da quello di Nowruz bombardato il 2 febbraio, dal quale continua a fuoriuscire petrolio che alimenta la chiazza ormai lunga 200 km.

24 luglio 1983

L’Iraq scatena una nuova offensiva contro l’Iran attaccando 9 città.

dicembre 1983

A Baghdad, Saddam Hussein incontra Donald Rumsfeld, inviato speciale in Medio oriente del presidente americano Reagan, in vista di un ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi che, interrotte nel 1967 in seguito alla guerra arabo – israeliana, riprenderanno nel 1984. Successivamente, Rumsfeld si impegnerà in ogni modo a potenziare le vendite di armi americane all’Iraq, tra cui 115 elicotteri militari.

11 febbraio 1984

L’Iraq attacca la città iraniana di Dezful, mentre le forze iraniane raggiungono il Tigri.

27 febbraio 1984

L’Iraq bombarda il terminale petrolifero iraniano di Kharg.

16 marzo 1984

In Italia, il responsabile della Dc per le questioni internazionali, Giulio Orlando, presenta un’interpellanza al governo sulla vendita e l’origine della produzione di armi chimiche usate dall’Iraq, ed accusa gli americani di appoggiare Saddam Hussein, responsabile dell’aggressione all’Iran.

13 maggio 1984

L’Iraq sferra un attacco aereo contro la petroliera iraniana Tabriz e una nave greca. Seguirà nei giorni successivi l’affondamento di petroliere saudite e kuwaitiane.

14 luglio 1984

L’Iraq firma un accordo economico con l’Urss concernente crediti a lunga scadenza.

24 agosto 1984

Aerei iracheni colpiscono una petroliera cipriota nel Golfo.

febbraio 1985

A partire da questa data e fino al novembre 1989, come sarà accertato nel 1992 da una inchiesta del Senato americano, la American type colture colletion company – una società statunitense i cui laboratori sono adiacenti al centro militare di Fort Detrik – effettua ben 61 consegne di colture batteriologiche all’Iraq.

12 marzo 1986

A New York, gli esperti delle Nazioni unite confermano in un loro rapporto, l’uso delle armi chimiche da parte dell’Iraq contro l’Iran.

21 marzo 1986

A Washington, sulla base del rapporto redatto dagli esperti dell’Onu sull’uso di armi chimiche da parte dell’Iraq contro l’Iran, gli Stati uniti formalmente deprecano la violazione del protocollo di Ginevra del 1925 da parte irachena; ma non cessano di aiutare l’Iraq nella guerra, anche chimica, contro l’Iran.

novembre 1986

Il presidente del Parlamento iraniano Rafsanjani rivela i contatti segreti intercorsi con l’amministrazione Reagan. In Usa scoppia lo scandalo Irangate: si scopre che, nonostante l’embargo assoluto decretato dal novembre del 1979, il governo ha venduto armi anche all’Iran, per ottenere fondi neri da destinare alla guerriglia dei contras contro il legittimo governo del Nicaragua.

23-31 dicembre 1986

L’Iran scatena una controffensiva contro l’Iraq a Bassora e in altre località, ed accusa nuovamente l’Iraq di aver impiegato armi chimiche, fornite dai paesi occidentali. L’Iraq per rappresaglia continua a colpire petroliere in transito nel Golfo, e rivendica un attentato che ha distrutto una caserma nel centro di Teheran, con centinaia di vittime: secondo gli iraniani peraltro l’esplosione sarebbe stata accidentale.

24 dicembre 1986

Il settimanale "Oggi" riporta le dichiarazioni di Falco Accame sulle responsabilità del governo italiano nella produzione di armi chimiche da parte dell’Iraq: "Abbiamo anche consentito agli iracheni, attraverso la vendita di elementi per l’agricoltura come defolianti e diserbanti, di produrre armi chimiche che hanno causato migliaia di morti fra gli iraniani".

6 febbraio 1987

Il quotidiano "Il Manifesto" riporta le accuse lanciate dal settimanale britannico "Observer" e dal quotidiano francese "Liberation" alla Montedison di aver costruito in Iraq uno stabilimento per la produzione di un antiparassitario, a base di fosgene, dal quale può essere ricavato il gas nervino. La Montedison smentisce.

23 aprile 1987

Il quotidiano "La Repubblica" riporta le dichiarazioni dell’ambasciatore iraniano che accusa la Montedison di essere "stata una delle fornitrici di prodotti per la fabbricazione di armi chimiche all’Iraq".

17 maggio 1987

Nel Golfo, è colpita da un missile per la prima volta anche una nave americana, la Stark, con la conseguente morte di 37 marines. Nella guerra delle petroliere sono già 230 le navi colpite dal febbraio 1984; motivo che ha spinto il Kuwait, bersaglio prevalente di Teheran per l’appoggio fornito all’Iraq, ad appoggiarsi alle due superpotenze chiedendo ‘protezione’.

2 luglio 1987

L’Iran mette sotto assedio l’ambasciata francese, per ritorsione contro l’analoga misura disposta contro l’ambasciata iraniana a Parigi e la violazione dell’immunità diplomatica per Wahid Gordji, sospettato dalla magistratura francese di coinvolgimento in attentati avvenuti nello scorso settembre. Teheran esige le prove, che non sono state fornite, e la cessazione dell’assistenza militare francese all’Iraq.

16 luglio 1987

L’Iran annuncia l’intenzione di rompere i rapporti diplomatici se la Francia entro 72 ore non porgerà scuse per i maltrattamenti riservati al diplomatico iraniano, non toglierà l’assedio all’ambasciata e continuerà negli aiuti militari all’Iraq. Prima della scadenza annunciata, la Francia replica rompendo per prima le relazioni e chiedendo all’Italia di assumersi la cura dei propri interessi a Teheran.

luglio 1987

Una risoluzione Onu decreta il cessate il fuoco tra Iraq e Iran, e l’apertura dei negoziati di pace; l’Iraq la accetta, mentre l’Iran pone come condizione per trattare la pace che il governo di Saddam sia rovesciato e che sia riconosciuta a livello internazionale la responsabilità irachena del conflitto, e quindi rifiuta la risoluzione.

marzo 1988

Ad Halabja (Iraq),l’esercito iracheno attua una feroce repressione interna contro la popolazione kurda del villaggio, accusata di intesa col nemico, attaccandola con armi chimiche e provocando la morte di almeno 5000 kurdi. (I kurdi, divisi e senza patria, spesso perseguitati nei paesi che si sono spartiti il loro territorio, sono frequentemente risucchiati nei conflitti tra questi stessi paesi: così, in questa guerra, i kurdi iracheni si sono in genere schierati con l’Iran e quelli iraniani con l’Iraq).

18 luglio 1988

Il governo iraniano accetta senza porre condizioni la risoluzione delle Nazioni unite per ristabilire la pace con l’Iraq, in precedenza rifiutata.

8 agosto 1988

Si conclude la guerra fra Iran e Iraq.

25 agosto 1988

A Ginevra iniziano, dopo la firma della tregua, formali negoziati di pace con la mediazione del segretario dell’Onu, Perez de Cuellar.

La guerra è finita, ma altri fatti interessanti al proposito accadono o vengono in luce in periodi successivi. Alcuni di essi riguardano anche l’Italia, per forniture illegali di armi all’Iraq e in particolare per lo scandalo Bnl/Atlanta.

29 agosto 1988

Il governo iracheno riprende la repressione nei confronti della popolazione kurda, accusata di aver appoggiato l’Iran durante la guerra.

4 agosto 1989

Ad Atlanta (USA), l’Fbi perquisisce la sede della Banca nazionale del lavoro e rinviene che vi è uno ‘scoperto’ di 2155 milioni di dollari pagati ad industrie belliche per forniture di armi all’Iraq.

6 settembre 1989

Ad Atlanta (Usa), esplode lo scandalo che coinvolge la Banca nazionale del lavoro per i finanziamenti concessi al regime iracheno: il direttore della filiale americana, Chris Drogou, ha prestato senza adeguate garanzie 4.200 miliardi per l’acquisto di armi al regime di Saddam Hussein.

12 settembre 1989

A Baghdad, si suicida a causa dello scandalo della Banca nazionale del lavoro, l’addetto militare italiano Giuseppe Schiavo.

20 febbraio 1991

A Brescia, il Tribunale condanna 7 amministratori della Valsella, riconosciuti colpevoli di traffico d’armi con l’Iraq al quale avevano venduto illegalmente mine.

14 marzo 1991

A Brescia, altri 2 dirigenti della Valsella, Cesare Somigliana e Gabriel Van Deuren, sono condannati ad 1 anno e 8 mesi di reclusione con la condizionale per la vendita illegale di armi all’Iraq.

23 febbraio 1994

In Italia, la Commissione parlamentare d’inchiesta sui finanziamenti concessi all’Iraq dalla filiale di Atlanta della Banca nazionale del lavoro approva all’unanimità la relazione conclusiva, la quale afferma che all’epoca dei finanziamenti "gli Stati uniti avevano un fortissimo interesse a contrastare l’Iran, a tal fine nulla potevano di più semplice che appoggiare il nemico immediato dell’Iran, cioè l’Iraq"; aggiunge inoltre che "alcune operazioni finanziarie condotte con l’Iraq da Bnl Atlanta erano ufficiali e perfettamente conosciute dalla direzione centrale…Ciò ha riproposto il problema della responsabilità dei massimi organi della Bnl del tempo, dottori Nesi e Pedde; problema già ampiamente dibattuto dalla Commissione della X legislatura"; e conclude: "E’ ben più di una semplice ipotesi che personaggi del governo italiano e anche della Bnl fossero consapevoli di quanto stava accadendo o comunque avessero ricevuto autorevoli consigli di non guardare con troppa attenzione alle operazioni della filiale di Atlanta".

13 luglio 1998

Una sentenza della sezione lavoro della Corte di cassazione riprende la vicenda della filiale di Atlanta della Banca nazionale del lavoro e dei finanziamenti occulti all’Iraq di Saddam Hussein. Non è vero, affermano i giudici, che esisteva una contabilità occulta gestita dal direttore della filiale Chris Drogoul, ma tutti i 3600 miliardi di finanziamenti ‘illegali’ all’Iraq, già allora sotto embargo dell’Onu, erano iscritti nella movimentazione documentata e contabilizzata di Atlanta; quindi sia i vertici della Bnl che importanti diramazioni della banca, in Germania, Inghilterra e Canada, erano a conoscenza dei finanziamenti all’Iraq.

17 agosto 2002

Il "New York Times" pubblica le dichiarazioni di ex ufficiali dei servizi segreti Usa, secondo i quali, nel corso della guerra tra Iraq e Iran, nel quadro di un programma segreto del Pentagono, oltre 60 ufficiali della Dia hanno fornito al comando iracheno le foto satellitari dello schieramento avversario, piani tattici per le battaglie e indicazioni degli obiettivi da colpire, anche dopo aver saputo che il comando iracheno faceva normalmente uso di armi chimiche nell’attuare i piani d’attacco elaborati dai consiglieri americani. Nonostante il fatto l’amministrazione Reagan avesse ufficialmente condannato l’uso delle armi chimiche da parte irachena, l’allora vice presidente George Bush senior e l’allora consigliere per la sicurezza nazionale Colin Powell non hanno mai ritirato il loro appoggio al programma segreto con cui il Pentagono supportava la guerra dell’Iraq.