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Dopo che, il 28 aprile 2004, la Cbs ha trasmesso le foto degli iracheni torturati, queste fanno immediatamente il giro del mondo con un impatto fortissimo ovunque: l’immagine dell’iracheno incappucciato, in piedi su una scatola, con gli elettrodi ai polsi, diviene in breve tempo il simbolo della violenza americana nel mondo. Non manca l’ipocrisia: il premier britannico Tony Blair, ad esempio, esprime con parole durissime il suo sdegno, ma sa benissimo che la tortura è praticata anche dai i soldati inglesi (molti dei quali in passato impiegati nell’Irlanda del nord), e si trova ben presto a fronteggiare uno scandalo analogo. Bush è costretto ad esprimere "profondo disgusto e incredulità"; l’amministrazione americana tutta stigmatizza – debitamente inorridita – il comportamento di poche ‘mele marce’ – 7 militari prontamente sottoposti ad indagine – , ne promette la punizione esemplare, propone di radere al suolo il carcere di Abu Ghraib, infine osanna senza pudore il sistema democratico americano, che consente la denuncia, la correzione e la repressione degli errori.

Ancora prima che i fatti si incarichino di smentirla, la teoria delle ‘mele marce’ appare priva di fondamento, basta ricordare che

  1. La tortura è pratica comune nelle carceri americane, come da anni denunciano Human Rights Watch, American civil liberties union, Amnesty international. Nell’indifferenza dell’opinione pubblica, si è consolidata negli Usa una cultura carceraria che si fonda direttamente sulla violenza o quanto meno la tollera. Ricordiamo qualche fatto a puro titolo di esempio.

Nel 1998 le carceri della California sono travolte dagli scandali: i secondini sono accusati di organizzare combattimenti tra detenuti, di aizzarli, poi di sparare loro uccidendoli. Il dipartimento dell’amministrazione carceraria dello stato si impegna a modificare le procedure, ma è a sua volta accusato di fermare le indagini; molte prove contro i secondini sono soppresse ("Los Angeles Times", 28 dicembre 2003).

Secondo il "New York Times" è pessima anche la situazione nelle carceri texane, sottoposte a controllo del governo centrale, durante il periodo in cui George W. Bush è stato governatore dello stato, a causa del sovraffollamento, delle violenze dei secondini, di stupri ed estorsioni. Il giudice della Corte distrettuale federale William Wayne Justice ne ha imposto la supervisione pubblica dopo aver accertato che i secondini permettevano alle gang di carcerati la compravendita di detenuti come schiavi sessuali. Nel 1997 Lane McCotter è costretto a dimettersi da direttore del dipartimento carcerario dello stato dello Utah dopo alcune morti sospette, in particolare dopo che un detenuto schizofrenico è morto per esser rimasto legato ad una sedia, nudo, per 16 ore; McCotter passa a dirigere una azienda carceraria privata, ed una delle prigioni da lui gestite è sotto inchiesta del dipartimento di Giustizia quando, nel 2003, il ministro della Giustizia John Ashcroft lo sceglie per dirigere la riapertura del carcere iracheno di Abu Ghraib (v Fox Butterfield, "Nelle carceri americane il maltrattamento è routine", NYT allegato a "La Repubblica" del 19 maggio 2004).

In un articolo apparso su "Il Manifesto" dell’11 maggio 2004 con il titolo "Nei sotterranei degli States", Silvia Baraldini afferma a commento delle torture inflitte ai prigionieri iracheni: "…siamo stati inondati da interviste agli abitanti dei paesini dell’entroterra, da dove provengono i soldati accusati delle sevizie, piene di sgomento e di condanna, tanto per rassicurarci del profondo sentimento democratico che anima gli americani. Curiosamente non è apparsa una sola intervista a quella parte del popolo statunitense che avrebbe potuto testimoniare di sevizie, abusi di potere, violenze sessuali e condizionamenti personali subiti. Parlo dei detenuti, politici e comuni, che hanno scontato la loro pena nelle sezioni speciali di Marion, Illinois; Florence, Colorado; Pelican Bay, California; Lexington, Kentucky e Alderson, West Virginia, per nominare solo quelle più tristemente note". La Baraldini prosegue con un agghiacciante e documentato elenco di torture inflitte ai detenuti nelle carceri speciali americane.

Anche Mumia Abu Jamal, intervistato da Bianca Cerri nel braccio della morte di Sci Green (intervista reperita su Iraqlibero.at, "Tortura in Iraq e crimini degli Usa contro l’umanità" – alcuni articoli), non si sorprende per i fatti di Abu Ghraib: tra l’altro conosce Charles Grener, uno dei torturatori del carcere iracheno, che è stato agente carcerario nello stesso penitenziario dove Mumia è rinchiuso ed è noto come violento sia nell’esercizio delle proprie funzioni che nella vita privata. "Quanto è accaduto ad Abu Ghraib – dice Mumia Abu Jamal – accade pressoché ogni giorno anche nelle carceri Usa. Le foto mostrano un aspetto che non tutti conoscono, soprattutto negli altri paesi: è quello di un’America arrogante, che impone la propria forza con la tortura e l’umiliazione".

Le forze di polizia statunitensi compiono abusi sistematici sui fermati, specie se neri o latini; fatti che talvolta innescano vere e proprie rivolte nei quartieri abitati dalle minoranze etniche, ma non scuotono le coscienze dei wasp e troppo spesso rimangono impuniti. Questi casi svelano quindi anche il sottofondo razzista che spesso è alla base di queste pratiche, tanto negli Usa quanto in Iraq.

La metà circa degli americani non è del resto pregiudizialmente contraria alla tortura. Un recente sondaggio realizzato dalla Cnn dopo i fatti di Abu Ghraib chiede agli americani se il presidente Bush debba scusarsi con gli iracheni e se la tortura sia da escludere in ogni circostanza: a fronte di un 70% di favorevoli alle scuse presidenziali, solo il 53% si dice contrario in via di principio alla tortura.

  1. Le pratiche di tortura sono connaturate alle guerre e alle occupazioni coloniali, sempre e ovunque. Tortura é infliggere umiliazione e terrore: è uno strumento di dominio. Gioca un tragico ruolo il presupposto razzista che quanto si fa all’altro, al diverso, non è così grave, non fa neppure notizia (mentre le eventuali reazioni dei colonizzati, degli occupati sono stigmatizzate come emblema di barbarie). Gli Stati uniti hanno praticato la tortura nelle Filippine, in Corea, in Vietnam; ne hanno insegnato le tecniche ai peggiori dittatori sudamericani incaricati di gestire per procura il ‘cortile di casa’(gli americani oggi scandalizzati non ricordano più la Escuela de las Américas?); hanno inventato le gabbie di Guantanamo dove da due anni e mezzo stanno arrostendo prigionieri senza diritto di difesa; il ricorso sistematico alla tortura anche in Iraq è più che un sospetto. Il 24 gennaio 1997 sono declassificati due manuali, rispettivamente ad uso dell’esercito americano in Honduras e della Cia in Vietnam, che illustrano con abbondanza di particolari le tecniche di tortura da usare sui prigionieri. Queste tecniche, del tutto simili a quelle impiegate in Iraq, sono state adottate anche all’interno della base di Bagram in Afghanistan, nel centro di interrogatorio segreto gestito dalla Cia, secondo un’indagine del "Washington Post" (26 dicembre 2002).

3) All’indomani dell’11 settembre 2001, gli Stati uniti adottano una serie di provvedimenti che, in nome della ‘guerra al terrorismo’, consentono di violare la legalità interna e internazionale: in particolare, il Patriot act attribuisce al Presidente – che di tale ‘guerra’ è il comandante in capo – poteri praticamente illimitati. In questo quadro, è facile immaginare quale sia il rispetto tributato alle norme che vietano la tortura, già bellamente scavalcate in passato. I detenuti sospettati di ‘terrorismo’ non hanno uno status giuridico definito, non conoscono le imputazioni addebitate, non hanno mezzi per contestare la propria detenzione, non hanno assistenza legale: la tortura è conseguente a questa totale assenza di regole. A conferma di quanto sopra, il "Wall Street Journal" nell’edizione europea del 7 giugno 2004 e il "New York Times" del giorno seguente pubblicano la prima bozza (6 marzo 2003) di uno studio commissionato allo staff legale del governo americano, secondo la quale il Presidente – e chi agisce dietro sua istruzione – non è tenuto a rispettare, nell’ambito della guerra al terrorismo, né la Convenzione internazionale contro la tortura del 1994 né lo Statuto sulla tortura (la legge federale che recepisce la Convenzione). Lo studio inoltre elabora una definizione molto restrittiva di tortura, e consiglia agli accusati di tale reato di invocare la buona fede: di asserirsi cioè convinti di applicare un ordine presidenziale.

Il Patriot act ha consentito la creazione di un sistema carcerario sovranazionale e segreto, posto alle dipendenze dirette della Cia, del Pentagono, della’Agenzia per la sicurezza nazionale. Questo sistema consta di centri di detenzione sparsi in tutto il mondo, in Iraq, Pakistan, Egitto, Giordania, Arabia saudita: Guantanamo è la punta dell’iceberg, non si sa quante siano le carceri e dove siano ubicate, non si sa quanti siano i detenuti – si parla di almeno 9000 persone – non si conoscono le norme che ne disciplinano il trattamento. Se e quando si arriverà ai processi, questi saranno pubblici solo se gli Stati uniti lo riterranno utile, o inevitabile: per gli altri casi, la legislazione post 11 settembre prevede Tribunali segreti.

In una situazione come quella delineata, voler convincere che i torturatori di Abu Ghraib sono poche mele marce è drammaticamente ridicolo. Da subito, inoltre, si possono trovare conferme che gli episodi di tortura non sono casi isolati. Le associazioni umanitarie (Amnesty, Hrw) ricordano di avere denunciato le violenze sui prigionieri già da un anno, il Comitato internazionale della Croce rossa ribadisce di aver chiesto ripetutamente e invano alle autorità militari della coalizione di "prendere provvedimenti per correggere la situazione".

Il rapporto del generale dell’esercito Antonio Taguba, ripreso da Seymour Hersh sul "New Yorker" alla fine di aprile 2004, documenta che la tortura dei detenuti iracheni è sistematica: né il generale Myers, né Donald Rumsfeld, né tanto meno Bush ammettono di averlo letto. Il rapporto Tabuga sottolinea che il blocco 1A del carcere di Abu Ghraib, in cui si sono svolti i fatti documentati dalle foto, è sotto il controllo di due membri dell’intelligence militare e di due dipendenti di ditte appaltatrici, la Titan e la Caci (costoro rimangono al loro posto nonostante il rapporto indichi la necessità di rimuoverli); scagiona così, di fatto, l’unica persona sanzionata, la ex responsabile dei servizi di detenzione Janis Karpinski.

Diventa di dominio pubblico la notizia che nell’agosto 2003 il generale Geoffrey Miller, allora responsabile del centro di detenzione di Guantanamo (ora, dopo lo scandalo delle torture, di Abu Ghraib!), è stato inviato Iraq con un team di esperti allo scopo di dare suggerimenti per rendere più efficaci gli interrogatori, cioè di esportarvi i sistemi applicati nel lager cubano. Il successivo 19 novembre, il generale Sanchez mette il carcere di Abu Ghraib sotto il controllo tattico della 205ma brigata dei servizi militari.

Il 4 maggio 2004, in una conferenza stampa al Pentagono, i comandi militari statunitensi ammettono l’uccisione di 25 prigionieri in Afghanistan e in Iraq. Successivamente il "New York Times" rivela (26 maggio 2004) che le morti di detenuti indagate sono 37 nei due paesi, avvenute tra la fine del 2002 e l’aprile 2004. Il 7 maggio l’esercito americano annuncia un’indagine su altri 42 casi di ‘abusi’.

Parla Camilo Mejias, un sergente di fanteria nicaraguense partito per l’Iraq nella speranza di ottenere la cittadinanza americana; ha disertato il 14 ottobre 2003, dopo essere stato obbligato per una settimana dai suoi capi ad infliggere ai prigionieri, per renderli più malleabili in vista degli interrogatori, la tortura della deprivazione del sonno, effettuata urlando, minacciandoli con accette, simulando esecuzioni: era assegnato ad un piccolo campo di detenzione improvvisato. Mejias, che si è costituito, parla a nome di oltre 7500 soldati che rifiutano di tornare in Iraq, definisce ingiusta e immorale la guerra e conferma che la pratica della tortura è generale e indiscriminata (sarà condannato il 21 maggio 2004 per diserzione ad un anno di carcere e alla radiazione per condotta disonorevole: la stessa pena inflitta a Jeremy Sivits, il primo dei torturatori ad essere condannato dalla Corte marziale).

Lo scandalo scoppia anche in Gran Bretagna. All’inizio del maggio 2004, il "Daily Mirror" pubblica un articolo sulle torture praticate da soldati inglesi, basato su un rapporto di Amnesty international, e lo correda di fotografie che poi saranno giudicate false. Il governo attacca ferocemente il "Daily Mirror" (il cui direttore, Piers Morgan, è licenziato il 14 maggio) per non aver controllato l’autenticità delle foto, come se la colpa del giornale comportasse la assoluzione per il governo: nessuno sembra curarsi del fatto che, se le foto non sono autentiche, i fatti denunciati invece lo sono. Il premier britannico dichiara di non aver mai visto i rapporti della Croce rossa e di Amnesty international, inviati al ministero della Difesa nel maggio 2003; ma non rinuncia nemmeno ad una giustificazione cinica e razzista delle aberrazioni compiute a danno degli iracheni: "Fra noi è giusto osservare la legge, ma quando operiamo nella giungla dobbiamo osservare la legge della giungla" ("Guardian", 7 maggio 2004). L’11 maggio Amnesty presenta pubblicamente il suo rapporto, che documenta uccisioni immotivate di civili e morti di persone in custodia dei militari britannici, spesso neppure indagate. Il 21 giugno il "Guardian" rivela che la polizia militare ha aperto un’indagine basata su diversi certificati di morte redatti nell’ospedale di Majar al Kabir: tra il 14 e il 15 maggio sarebbero giunti all’ospedale decine di cadaveri di iracheni con evidenti segni di sevizie, occhi strappati, mutilazioni agli arti o ai genitali. Il portavoce dell’esercito respinge ogni addebito e cita a difesa le dichiarazioni – invero ben poco giustificatorie – di un altro medico dello stesso ospedale ("quel che abbiamo visto è che quei corpi erano traforati da proiettili, inoltre non si può affermare con sicurezza che le pupille fossero strappate da un corpo in vita e, in ogni caso, sono cose che possono succedere in guerra").

Si diffondono voci su torture praticate anche da militari italiani, smentite dai comandi: "gli italiani non possono detenere prigionieri, quindi non possono aver commesso alcun tipo di abuso" afferma il generale Spagnuolo, spiegando che i soldati italiani consegnano gli arrestati "immediatamente" o ai britannici o alla polizia irachena, secondo il tipo di imputazione. Ma non ha mai ricevuto smentita una notizia pubblicata dal "Corriere della Sera" il 1 dicembre 2003, relativa all’operato dei carabinieri dopo l’attentato di Nassiriya: "Nelle indagini quattro persone sospette sono state fermate. La procedura seguita dai carabinieri è quella imposta dagli Stati uniti, che alla fine li hanno presi in consegna: i quattro sono rimasti chiusi in una cella al buio, inginocchiati, senza acqua né cibo, per quattro giorni. Una tecnica che mira a far crollare i prigionieri e spesso li porta a confessare".

In ogni caso il governo italiano è sempre stato al corrente delle torture praticate dagli alleati; Amnesty international solleva infatti la questione delle torture il 4 aprile 2003 col ministro degli Esteri Frattini e il successivo 18 giugno con il vice consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio, Scarante; dalla interrogazione parlamentare del successivo 3 luglio risulta che il ministero degli Esteri ha approfondito le denunce di Amnesty: il sottosegretario Boniver anzi dichiara che la Cpa è disponibile a migliorare rapidamente le condizioni detentive in Iraq. Ad agosto Amnesty consegna al ministero degli Esteri e al consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio, Castellaneta, un memorandum che contiene vari racconti di torture. L’11maggio la vedova di Massimiliano Bruno, un carabiniere morto a Nassiriya, riferisce a "Primo piano", la rubrica di approfondimento del Tg3, i racconti che il marito orripilato le ha fatto riguardo alle torture inflitte dagli alleati ai prigionieri iracheni, di cui è venuto a conoscenza; la donna assicura che il contingente italiano sapeva, che il marito ha denunciato tutto alle autorità superiori. Il Tg3 ha la registrazione dell’intera intervista e la rende disponibile su Internet, confutando così le accuse di avere stravolto nel montaggio il significato delle parole pronunciate dalla signora Bruno.

Il 19 maggio 2004 lo ‘specialista’ dell’esercito Jeremy Sivits, il primo soldato americano che compare dinanzi alla Corte marziale per rispondere delle torture ad Abu Ghraib (è il fotografo del gruppo dei 7 indagati), si dichiara colpevole di maltrattamenti ai detenuti e di inosservanza dei propri doveri. Racconta le violenze commesse dagli altri, si scusa con i prigionieri che avrebbe dovuto "difendere, non fotografare", in sostanza accusa sé e gli altri commilitoni tentando di togliere le castagne dal fuoco ai comandi, l’intelligence e lo stesso governo. Si attende probabilmente una sentenza leggera, ma non è ricompensato: è condannato a 1 anno di carcere, declassato a soldato semplice e, a pena scontata, sarà radiato dall’esercito. Probabilmente, con una pena non irrisoria si tenta di calmare la rabbia irachena.

Non tutti gli indagati saranno così accomodanti: l’avvocato di Charles Graner afferma da subito che il suo assistito ha eseguito gli ordini dell’intelligence militare, e intende rilevarlo nel processo; Lynndie England annuncia l’intenzione di chiamare nel suo processo testimoni illustri, come il vice presidente Cheney e il segretario alla difesa Rumsfeld. Il presidente della Corte marziale James Pohl, che giudica gli imputati Charles Graner, Ivan Frederik e Javal Davis, accoglie solo alcune istanze delle difese: respinge la richiesta di ascoltare il presidente Bush e il ministro della Difesa Rumsfeld, ma convoca a testimoniare i generali Sanchez e Abizaid; vieta inoltre la demolizione del carcere di Abu Ghraib, dove anzi si svolgeranno molte udienze del processo. Il colonnello Denise Arn, che giudica Lynndie England, non vuole invece scomodare gli alti gradi e non accoglie invece nessuna delle 150 richieste di deposizione avanzate dalla difesa, perché "irrilevanti". All’udienza preliminare del processo contro Sabrina Harman, il capitano Donald Reese testimonia che un funzionario dell’intelligence militare, il colonnello Pappas, ha assistito alla morte di un detenuto iracheno avvenuta nel corso di un interrogatorio: secondo l’autopsia, la morte è da imputarsi a un grumo di sangue da trauma. Il colonnello Pappas avrebbe detto: "Non intendo finire nei guai da solo, per questo".

Contemporaneamente appaiono avanti alla commissione Forze armate del Senato i generali John Abizaid, capo del Comando centrale Usa nel Golfo, Ricardo Sanchez, comandante delle forze americane in Iraq e Geoffrey Miller, responsabile dei servizi di detenzione Usa in Iraq. Lo scandalo delle torture "ha causato un arretramento della nostra azione e io mi assumo la responsabilità di questo arretramento" afferma Abizaid, ma né lui né Sanchez ammettono di aver mai dato ordini meno che rispettosi della Convenzione di Ginevra.

Ciò che è avvenuto ad Abu Ghraib si spiega, secondo Abizaid, con una confusione di rapporti fra la polizia militare e l’intelligence: il generale quindi rilancia la responsabilità sui servizi segreti, e promette di portare avanti le indagini senza badare a dove porteranno.

Il 20 maggio sono diffuse in Internet nuove immagini di torture ad Abu Ghraib; il Pentagono ne annuncia altre ancora, seguiranno anche un filmato e deposizioni giurate di prigionieri torturati (il tutto diffuso dal Washington Post del 21 maggio 2004).

Sull’onda dello scandalo, le autorità militari iniziano a liberare il 21 maggio 2004 consistenti scaglioni di detenuti di Abu Ghraib: a dimostrazione che moltissime persone rinchiuse nel famigerato carcere sono state arrestate a casaccio. Il 24 maggio il generale Janis Karpinski, sospesa dall’incarico, è allontanata dal servizio attivo: sarà distaccata ad un’unità della riserva e non avrà più posizioni di comando. Funzionari del Pentagono annunciano il 25 maggio la sostituzione del generale Ricardo Sanchez, anche se si affrettano a precisare che la decisione non è affatto legata allo scandalo delle torture: ma non ne danno alcuna altra spiegazione. Sanchez davanti al Congresso si assume la responsabilità morale di quanto avvenuto ad Abu Ghraib, ma nega che si tratti di comportamenti generalizzati; da notare che il 12 ottobre 2003 il generale ha illustrato così le tecniche di interrogatorio: "Occorre manipolare le emozioni e le debolezze dei detenuti" e agire attraverso "l’illuminazione, il calore, il cibo, i vestiti, l’igiene personale, le condizioni delle celle".

L’inchiesta dell’esercito, condotta dal generale George Fay, sulle responsabilità nelle torture ai prigionieri (l’agenzia di stampa Associated press ne riporta anticipazioni il 29 maggio) rivela l’esistenza di altri 4 centri di detenzione, tra cui Whitehorse e Nassiriya (prima dell’arrivo degli italiani) in cui i prigionieri sono stati seviziati, a volte fino alla morte, sotto la direzione dell’intelligence militare. Nell’ambito della stessa inchiesta, due soldati addetti ai cani testimoniano di aver portato i loro cani nel carcere di Abu Ghraib su richiesta del colonnello Thomas Pappas, funzionario dell’intelligence militare, il quale ha confermato loro che la tecnica di aizzare i cani senza museruola contro i prigionieri è autorizzata dall’alto. ("Washington Post", 11 giugno 2004). Con il progredire dell’indagine, l’esercito, su richiesta del generale Abizaid, decide di affiancare un generale a quattro stelle al generale Fay (due stelle): un militare non può interrogarne un altro di grado superiore, e il generale Ricardo Sanchez, che ha posto Abu Ghraib sotto il controllo dell’intelligence militare, ha tre stelle. Il 15 giugno si apprende ufficialmente il nome del successore di Sanchez: è il generale George Casey.

Il 4 giugno, l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, Bertrand Ramcharan, rende pubblico (con due giorni di ritardo, che fanno sospettare pressioni e condizionamenti) un rapporto di 45 pagine sulle violazioni delle norme umanitarie commesse dalle forze di occupazione in Iraq. Il rapporto comunque documenta "uccisioni deliberate, torture e trattamenti inumani"; si occupa dell’arbitrarietà delle detenzioni ("persone incarcerate senza che si sapesse quante fossero e per quali ragioni, dove fossero tenute, in quali condizioni, come fossero trattate"), ricordando che già l’inviato Onu Sergio Vieira de Mello nel giugno 2003 aveva manifestato al proposito, inascoltato, le sue critiche a Paul Bremer; è esplicito sul fatto che gli atti illecitamente commessi ai danni degli iracheni "possono essere considerati come crimini di guerra da un tribunale competente".

Il ministro della Giustizia John Ashcroft passa qualche momento difficile durante una audizione presso le commissioni Giustizia e Esteri del Senato: gli sono contestati i memorandum legali del 2002 e nel 2003, forniti ai dipartimenti Giustizia e Difesa. In quello del 2003, parzialmente reso noto dalla stampa (ad es. dal "Wall Street Journal" e dal "New York Times", v. più sopra) si sostiene che il presidente degli Stati uniti (e chi agisce per lui) non è tenuto a rispettare le norme interne e internazionali contro la tortura, in virtù dei poteri conferitigli dal Patriot act. Quello del 2002 stabilisce che gli ufficiali americani non possono essere accusati di crimini di guerra nei confronti delle persone arrestate in Afghanistan, cui non è applicabile la convenzione di Ginevra. Ashcroft difende i principi contenuti nei memorandum e nega ogni legame tra essi e quanto accaduto ad Abu Ghraib; afferma che perseguirà i colpevoli degli ‘abusi’ glissando sul fatto che proprio i suoi memorandum suggeriscono agli autori delle torture la linea di difesa per assicurarsi l’impunità.

Il 15 giugno, Janis Karpinski, in una intervista radiofonica alla Bbc, racconta quanto le avrebbe detto Geoffrey Miller, giunto in Iraq per insegnare nuove tecniche di interrogatorio: "A Guantanamo noi abbiamo imparato che i prigionieri devono guadagnarsi ogni singola cosa che hanno", " i detenuti sono come cani e se gli fosse permesso di credere, in qualsiasi momento, di essere qualcosa di diverso dai cani allora avremmo perso il controllo su di loro"; Miller avrebbe inoltre detto di voler adottare in Iraq i metodi di interrogatorio usati a Guantanamo, e di voler scegliere a tal fine alcuni uomini, da sottoporre ad un ulteriore addestramento per gli interrogatori, impartito dai comandi dei servizi segreti dell’esercito.

Il 17 giugno, Donald Rumsfeld ammette di aver autorizzato nell’ottobre 2003, su richiesta della Cia, la detenzione di un sospetto ‘terrorista’ in Iraq senza registrarla né segnalarla alla Croce rossa internazionale, come prescrive la Convenzione di Ginevra. Naturalmente i detenuti fantasma sono moltissimi (si parla di 9000), certo non uno solo, ma quella di Rumsfeld è la prima ammissione ufficiale della pratica di non registrare i detenuti. Il prigioniero di cui si parla, sospettato di appartenere al gruppo islamico Ansar al Islam, considerato vicino ad al Qaeda, è rinchiuso a Camp Cropper, presso l’aeroporto di Baghdad, dove sarebbero detenuti esponenti del regime baatista e scienziati iracheni.

Il 25 giugno, 31 esperti della commissione Diritti umani dell’Onu chiedono l’accesso immediato alle carceri statunitensi in Afghanistan, a Guantanamo e in Iraq, motivando la richiesta con l’allarme internazionale riguardo "allo status, le condizioni di detenzione e il trattamento dei prigionieri" suscitato dallo scandalo delle torture.