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Il rapimento dei tre giovani giapponesi, avvenuto l’8 aprile 2004 ad opera di un gruppo denominato "Brigate Mujahiddin", è il primo tentativo di piegare a scopi politici una pratica, il sequestro, divenuta assai frequente in Iraq dopo l’occupazione angloamericana: in una situazione in cui la disoccupazione sfiora l’85% della popolazione attiva, non può stupire se l’economia criminale, e con essa i sequestri a scopo di estorsione, riceva uno straordinario impulso.

I sequestri a scopo politico riguardano sempre cittadini stranieri, sono gestiti da gruppi diversi ma probabilmente coordinati fra loro e si concludono con il rilascio degli ostaggi se riconosciuti estranei all’iniziativa bellica; per gli ostaggi riconducibili alle forze occupanti (militari, mercenari, dipendenti di società straniere) a volte c’è la morte, a volte in seguito a trattative segrete c’è un rilascio di cui non si rivela la contropartita economica o politica.

Per il timore dei sequestri, molti stranieri che non sono impegnati militarmente nelle forze di occupazione o nelle società di sicurezza private finiranno per lasciare l’Iraq, lasciando a corto di personale le società venute a spartirsi (economicamente) il paese.

Non è il caso, in questa sede, di ricordare tutti i sequestri politici –numerosissimi- di cui si è avuta notizia: ricordiamo quelli caratterizzati da maggiore risonanza.

I ragazzi giapponesi (due operatori umanitari e un fotoreporter), del tutto contrari alle logiche dell’occupazione e solidali con il popolo iracheno, subito dopo la liberazione ricevono un trattamento brutale: sono sottoposti a interrogatorio in Dubai e la stampa del loro paese li irride e calunnia per giorni (infierisce su uno di essi in particolare, ‘colpevole’ di avere genitori comunisti). La diretta della conferenza stampa cui partecipano due di loro (la terza è sotto choc per l’accoglienza ricevuta) è quasi subito interrotta, poi ripresa ma senza audio. C’è solo il tempo di dire: "i nostri rapitori sono esseri umani disperati, costretti a questo gesto per difendere il loro paese; alcuni di loro hanno visto uccidere i propri figli", poi volano gli insulti degli ospiti e dei giornalisti.

In Italia suscita vasta eco la vicenda dei quattro connazionali sequestrati il 12 aprile 2004. I rapitori chiedono, oltre al ritiro delle truppe italiane, le scuse di Berlusconi per le offese recate all’islam con l’appoggio all’occupazione dell’Iraq, e pretendono che il governo si impegni per la liberazione dei detenuti iracheni, compresi i religiosi. Mentre governo e opposizione fanno a gara nell’invocare la fermezza, il successivo 14 aprile uno degli ostaggi, Fabrizio Quattrocchi, è ucciso. Le Brigate verdi di Maometto, con un comunicato diffuso da al Jazeera, rivendicano l’uccisione: "Se il vostro presidente sostiene che il ritiro dall’Iraq non è negoziabile, significa che tiene di più a soddisfare i suoi padroni alla Casa bianca che alla vita dei suoi cittadini"; riferendosi agli ostaggi, aggiungono: "noi sappiamo che essi erano guardie che lavoravano per l’occupazione americana del nostro paese" e che "hanno partecipato ad attività di spionaggio contro la resistenza irachena". Effettivamente i quattro lavorano nel settore della ‘sicurezza privata’: Quattrocchi risulta portato in Iraq dal gestore italiano – Paolo Simeoni – di una società americana che opera nel paese, la Dts Llc con sede in Nevada; Salvatore Stefio è titolare di una società di sicurezza, la Presidium, basata alle Seychelles e con due sedi anche in Italia, attraverso la quale e sempre con l’aiuto di Simeoni organizza il viaggio per sé e per gli altri due, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino. Si tratta quindi di paramilitari, disposti a svolgere compiti rischiosi alla ricerca di un guadagno notevolmente superiore a quello che otterrebbero arruolandosi nell’esercito. E’ comprensibile che gran parte dell’Italia segua la vicenda dei connazionali sequestrati con emozione e partecipazione; meno comprensibile l’enfasi retorica che li vorrebbe trasformare in eroi.

Il governo cerca e fa capire di aver trovato canali "di comunicazione, non di trattativa" con i rapitori; questi ultimi mostrano in videocassetta gli ostaggi intenti a mangiare, chiedono agli italiani manifestazioni contro la guerra, contro Berlusconi e Bush; anche la Croce rossa italiana attiva i suoi contatti in base ai quali, per propiziare la liberazione degli ostaggi, apre un corridoio umanitario rifornendo la assediata Falluja di acqua, viveri e medicinali; spesso si ha l’impressione che la liberazione possa essere vicina, ma solo l’8 giugno i tre italiani, insieme all’ostaggio polacco Jerzy Kos, riconquistano la libertà grazie, si dice, ad un blitz (senza spargimento di sangue) delle forze americane dai contorni comunque non ben chiariti.

Le prime notizie attribuiscono il blitz alle forze speciali polacche, che lo rivendicano (salvo non saperne raccontare i particolari) e che invece non vi avrebbero alcun ruolo. Il premier Berlusconi imperversa su tutte le reti, ascrivendosi buona parte del merito: lui si è preso la responsabilità di dare il via all’operazione, nel momento più opportuno, dopo che il Sismi ha dato agli americani tutte le informazioni necessarie. Sarebbe il Sismi quindi a localizzare il luogo della detenzione, ma per giorni non si sa nemmeno in quale zona si trovi: Ramadi? Abu Ghraib? A ‘sud di Baghdad’, come infine reciterà la generica versione di Palazzo Chigi? Gli ex ostaggi affermano di non saperlo, non ricordano nemmeno la durata del volo che li ha condotti a Baghdad. Si parla dell’arresto di alcuni dei rapitori, poi più nulla per giorni. Al Jazeera racconta da subito di una consegna concordata, lamenta che le forze della coalizione non forniscano né le immagini né i particolari essenziali della liberazione e si chiede quali ragioni politiche stiano dietro i silenzi del portavoce Usa. Anche al Arabiya parla di "rilascio degli ostaggi". Gino Strada, fondatore di Emergency, che attraverso suoi contatti ha tentato di ottenere la riconsegna dei tre italiani, riferisce voci raccolte in Iraq che parlano di riscatto pagato dal governo e di conseguente rilascio degli ostaggi. Invece Maurizio Scelli, commissario della Croce rossa italiana, che pure si è adoperato, attraverso altri canali, per la liberazione dei tre sequestrati, attacca pesantemente Gino Strada e nega con veemenza l’ipotesi di riscatto, pur ammettendo che trafficanti e faccendieri partecipavano alle trattative. La giornalista Hala Jaber intervista sul "Sunday Times" del 26 giugno tale Abu Yussuf, che asserisce di aver partecipato al sequestro e di aver filmato l’uccisione di Quattrocchi e conferma il pagamento di un riscatto. A dire di Agliana, i rapitori al momento della liberazione erano solo due, dato perfettamente compatibile con l’ipotesi del rilascio.

Di fronte al crescere dei dubbi, la sera del 10 giugno anonime ‘fonti investigative italiane’ diffondono un improbabile messaggio, attribuito alle Brigate al Quds (la sigla ha rivendicato recenti attacchi in Arabia saudita ma non è mai apparsa nei numerosi messaggi dei rapitori dei nostri connazionali) e datato 17/4/1425 (= 5/6/2004), che contiene l’annuncio dell’esecuzione dei tre italiani: in questo modo si vuole far credere che i tre sono stati salvati appena in tempo; il messaggio sarebbe apparso su un sito (falsamente) attribuito all’organizzazione Ansar al Islam e oltretutto oscurato dall’11 maggio, da quando cioè ha diffuso il video della decapitazione di Nick Berg (v. più oltre).

Un paio di giorni più tardi, ambienti dell’intelligence rivelano che, durante il sequestro, il Sismi ha individuato tra i rapitori un ‘traditore’, ben pagato, che poi indicherà agli americani il luogo di detenzione degli ostaggi: sarebbe la persona che, secondo Stefio, gli avrebbe consigliato di fuggire, perché le cose si mettevano male. Il 13 giugno, nel week end elettorale, arriva il primo fotogramma della liberazione degli ostaggi: mostra l’ostaggio polacco mentre qualcuno gli taglia le manette e Stefio che alza il pollice con le lacrime agli occhi. L’immagine non dimostra niente, ma è trasmessa e ritrasmessa da tutte le reti come appoggio alla linea del governo (a distanza di qualche giorno, sarà spiegato che è stata realizzata non dopo, ma subito prima della liberazione, a cura del ‘traditore’). Nessuna informazione di rilievo è fornita da Kimmit a commento della foto: il luogo del blitz sarebbe "sulla strada che da Baghdad scende verso le città sciite di Kerbala e Najaf", senz’altra precisazione; i rapitori arrestati sarebbero 4, niente nomi, niente particolari.

A proposito dei rapitori, il 14 giugno, davanti al p.m. Ionta, Stefio infine ricorda che al momento del blitz i rapitori non erano due, ma tre: uno (il traditore, quello che consigliava la fuga) è riuscito a scappare al momento del blitz, gli altri due sono stati catturati (ma Kimmit parla di quattro sequestratori catturati); che il luogo del blitz è a sud di Baghdad, a una distanza di 8 – 12 minuti d’elicottero; e tutti e tre solo ora ricordano che stavano per essere uccisi quando è avvenuta la liberazione.

A proposito dell’ostaggio polacco, forse è uno 007, forse incapsulato nell’avambraccio ha un segnalatore che ha permesso all’intelligence polacca di ritrovare i sequestrati…lo sostiene il sito Dagospia, lo riprende il giorno 16 giugno la stampa italiana. Lo stesso giorno il Tg1 trasmette un video di 30 secondi con le immagini traballanti e confuse della liberazione dei quattro ostaggi: non dimostra la versione del blitz, ma naturalmente non la esclude.

Il 23 giugno, il portavoce della Cpa dichiara che gli iracheni arrestati come rapitori, ora divenuti cinque, sono criminali comuni, che non c’è stata alcuna gestione politica del sequestro: e le scuse pretese da Berlusconi? la richiesta di agevolare la liberazione dei detenuti iracheni? le ripetute richieste di manifestare contro la guerra in Iraq, contro il governo, contro il presidente americano? gli aiuti per gli abitanti di Falluja suggeriti dagli intermediari?

Ma queste sono solo alcune delle contraddizioni: tutta la ricostruzione ufficiale degli eventi è intessuta di controsensi.

Nel frattempo si consuma la vicenda di Nick Berg. Il giovane americano si trova per la seconda volta in Iraq nel tentativo di ottenere un appalto nel settore delle telecomunicazioni per la impresa familiare Prometheus methods tower service, gestita da lui e da suo padre Michael. Mentre nel corso del primo viaggio non ha avuto problemi con la polizia, questa volta è arrestato a Mossul il 23 marzo 2004, ufficialmente a causa della sospetta contraffazione dei suoi documenti: rimane in carcere 13 giorni. Qui cominciano le divergenze tra la versioni della famiglia Berg e quella delle autorità americane. Mentre la famiglia sostiene che il ragazzo è stato arrestato dagli americani, il Pentagono nega di aver qualcosa a che fare con l’arresto, che sarebbe opera esclusiva della polizia irachena (anche se pare strano che la suddetta polizia abbia tanta autonomia operativa nei confronti di un soggetto che ha la stessa nazionalità della potenza occupante). In ogni caso la famiglia sporge denuncia contro Rumsfeld, accusandolo di "detenere abusivamente un cittadino americano, negandogli i più elementari diritti di ordine legale e personale" (la denuncia è ritirata alla liberazione di Nick Berg). Nei 13 giorni di detenzione Berg non può incontrare un avvocato; è interrogato ripetutamente dal Fbi e dalla polizia militare, che lo sospettano di essere un filoiracheno, giunto in Iraq per organizzare magari qualche attentato; infine una sentenza del Tribunale di Philadelphia ne impone il rilascio, ed il giovane imprenditore è liberato il 5 aprile. Si mette in contatto con la famiglia, racconta la sua detenzione, dice che non vede l’ora di essere a casa e che sta organizzando il ritorno: da quel momento sparisce.

Resta da capire il perché dell’arresto di Berg: che abbia, come sembra, un visto israeliano sul passaporto potrebbe spiegare la diffidenza della polizia irachena, non il motivo per cui il Fbi sia convinto di trovarsi di fronte ad un simpatizzante della resistenza. Il padre rivela che alcuni anni fa, quando era studente universitario, Nick Berg permise l’uso del proprio computer ad un conoscente occasionale, cui diede la propria password: si trattava di Moussaoui, il francese arrestato un mese prima dell’11 settembre 2001 e considerato dal Fbi legato agli attentatori delle Torri gemelle. In occasione dell’arresto di Moussaoui, il Fbi risalì a Nick Berg e lo interrogò: forse in virtù di questo precedente la presenza di Berg in Iraq nel marzo 2004 è considerata sospetta. Ma c’è un’altra circostanza: a differenza di Nick, sostenitore di Bush e favorevole all’intervento in Iraq, suo padre Michael è contrario alla guerra e partecipa alle manifestazioni dell’Answer coalition; il suo nome finisce così, insieme a quello dell’impresa familiare Prometheus methods tower service, in una lista di ‘nemici’ – cioè di persone, gruppi, imprese che si oppongono alla guerra – pubblicata da un sito (freerepublic.com) legato alla destra americana, all’attivismo militarista e all’interventismo in Iraq; la lista appare sul sito il 7 marzo 2004 e Nick Berg, in Iraq per conto della Prometheus, due settimane dopo è arrestato.

Il corpo di Nick Berg è ritrovato, decapitato, l’8 maggio 2004; il successivo 11 maggio un sito considerato vicino ad al Qaeda diffonde il video della sua uccisione e la rivendicazione di un gruppo facente capo ad Abu Mussab al Zarqawi: secondo una scritta che commenta l’azione, sarebbe lo stesso al Zarqawi a decapitare l’imprenditore americano. Berg è vestito con una tuta arancio, come i prigionieri di Guantanamo e di Abu Ghraib. Segue un comunicato nel quale i rapitori dicono di aver proposto al governo americano uno scambio tra Berg e alcuni detenuti (definiti ‘ostaggi’) di Abu Ghraib, ma di aver ricevuto un rifiuto: "a questo punto la dignità degli uomini e delle donne mussulmane ad Abu Ghraib potrà essere riscattata solo dal sangue".

Molti commenti in rete (v. per tutti luogocomune.net; triburibelli.org) e sulla stampa sottolineano alcune stranezze nel video, e giungono a metterne in dubbio l’autenticità. Se l’esecutore materiale della decapitazione si presenta con le sue generalità complete, perché resta incappucciato? il video mostra le sue mani, ornate da un pesante anello d’oro: ma l’islam proibisce di usare l’oro come ornamento del corpo; inoltre, contrariamente a quanto avviene nei messaggi degli islamici, i sequestratori non dicono mai di agire in nome di Dio nel loro lungo comunicato, pur concludendolo col rituale Allah Akbar. C’è soprattutto il fondatissimo sospetto che Berg sia già morto quando è decapitato, come confermano diversi medici legali: sta completamente immobile durante tutta la lettura del comunicato (4 minuti), continua a non avere reazioni anche quando è colpito; al taglio della testa non ci sono schizzi di sangue.

Tutto ciò porta diverse voci a insinuare che, dietro l’intera faccenda, ci siano i servizi americani. L’uccisione dell’imprenditore americano non sarebbe una ritorsione per le torture inflitte dagli americani ai prigionieri iracheni, ma uno stratagemma americano per distrarre l’opinione pubblica interna e internazionale dallo scandalo delle torture, in qualche modo compensandolo e bilanciandolo.

Pur inferocito con il governo Bush, nemmeno il padre dell’ucciso, Michael Berg, arriva a queste conclusioni. Rinfaccia tuttavia al governo del suo paese una pesante responsabilità morale nella morte del figlio, perché "se lo avessero lasciato andare prima, o gli avessero permesso di contattare un avvocato, avremmo potuto portarlo fuori dall’Iraq prima dell’escalation delle ostilità" dice in un’intervista rilasciata lo stesso 11 maggio alla radio Wbur di Boston, e aggiunge: "E’ l’intero Patriot act il responsabile. E’ il sentire comune di questo paese che i diritti non contano perché intorno a noi ci sono i terroristi. Secondo me ‘terrorista’ è una parola come ‘comunista’ o ‘strega’. E’ in corso una caccia alle streghe".

Si può osservare che, anche se Berg è già morto al momento della decapitazione, ciò non esclude che i suoi rapitori siano quello che dicono di essere. Infine l’uccisione di Berg, nelle sue modalità (rapimento, richiesta di scambio di prigionieri, decapitazione, video), ne ricorda da vicino altre, pure attribuite a gruppi vicini ad al Qaeda: quella del giornalista americano Daniel Pearl, rapito a Karachi nel gennaio 2002 dai militanti islamici del Movimento per la restaurazione della sovranità in Pakistan e, dopo un ultimatum in cui si chiede la liberazione dei prigionieri pakistani rinchiusi a Guantanamo, decapitato il 21 febbraio 2002; quella di Paul Johnson, ostaggio statunitense decapitato a Riyad il 18 giugno 2004 dopo la richiesta disattesa dal governo saudita della liberazione di militanti islamici (il comunicato, firmato al Qaeda, è diffuso su un sito che mostra anche tre foto dell’uccisione).

Simile è anche la vicenda del traduttore sud coreano Kim Sun Il, il quale lavora in Iraq come interprete per una società del suo paese che fornisce generi di sussistenza alle truppe statunitensi; inoltre, fervente cristiano, si è dato un compito di evangelizzazione in una terra prevalentemente mussulmana. Kim Sun Il è rapito il 17 giugno dal gruppo al Tawhid e jihad, che pone come condizione per la sua liberazione la rinuncia del governo sud coreano ad avere truppe in Iraq: durante la prigionia il giovane rivolge un accorato appello al suo governo, supplicandolo di accettare le richieste dei sequestratori, e ai soldati sud coreani, invitandoli ad andare via.

Il governo sud coreano di Roh Moo Hyun ha promesso agli Stati uniti già nell’ottobre 2003 l’invio di truppe in Iraq: spera infatti, dimostrandosi collaborativo, di ritardare il più possibile il ritiro dei soldati americani stanziati in Corea del sud, che avrebbe a suo avviso pesanti conseguenze economiche per il paese. Finora, per la forte contrarietà popolare all’intervento bellico, condivisa non solo dall’opposizione politica ma anche da esponenti del suo partito, Roh Moo Hyun ha mandato in Iraq solo 600 uomini tra medici e genieri, tentando di accreditare la Corea del sud, nel conflitto iracheno, come neutrale, desiderosa solo di contribuire alla ricostruzione: ma si è impegnato ad inviare al più presto 3000 soldati, ed ora rifiuta decisamente di ritornare su questa decisione, pur tentando di avviare ugualmente trattative con i rapitori.

Il 22 giugno al Jazeera dà notizia della decapitazione di Kim Sun Il, con un video che mostra il giovane con la tuta arancio e gli occhi bendati, mentre uno dei rapitori legge un proclama: "Vi avevamo avvertito e voi ci avete ignorato. Basta bugie. Il vostro esercito non è qui per il bene degli iracheni, ma dell’America". Il governo sud coreano, alla notizia della morte di Kim, dispone il rimpatrio dei sud coreani presenti in Iraq ma riconferma l’invio in Iraq di altri 3000 soldati.

A lieto fine è la vicenda di tre turchi rapiti in Iraq dal gruppo di al Zarqawi, al Tawhid e jihad, di cui al Jazeera mostra le immagini il 26 giugno 2004 mentre, sorvegliati da due uomini armati e incappucciati, esibiscono i loro passaporti. Il commando minaccia di decapitarli se entro 72 ore le forze turche e le compagnie che appoggiano le forze di occupazione non si ritirano dall’Iraq: veramente la Turchia non ha truppe in Iraq, ma molti turchi lavorano per le compagnie di sicurezza private. Il rapimento è per così dire legato all’attualità politica, avviene mentre Bush sta giungendo in Turchia per il vertice Nato di Istanbul, accolto da manifestazioni popolari di protesta. I tre sono liberati il 29 giugno "nell’interesse dei mussulmani di Turchia e per le loro dimostrazioni contro Bush".