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Il percorso tracciato in formale ottemperanza della risoluzione Onu 1511 prevede ora innanzitutto la costituzione di un governo iracheno, non eletto, quindi ancora provvisorio, che sia nella sostanza sottomesso alle potenze occupanti ma che abbia quei requisiti minimi di apparente autonomia che ne permettano un riconoscimento internazionale; di seguito una nuova risoluzione Onu che non solo legittimi il nuovo governo, ma che legittimi anche le truppe occupanti trasformandole in una forza multinazionale presente in Iraq su richiesta del governo iracheno; infine, il (limitato) passaggio dei poteri dalla Cpa al nuovo governo entro il 30 giugno, lo scioglimento della Cpa, la cessazione apparente dell’occupazione, il riacquisto di una apparente sovranità da parte dell’Iraq. L’intero processo sarà marcato dall’atteggiamento arrogante del governo statunitense, incapace di rispettare anche i minimi criteri di correttezza formale, l’inveterata acquiescenza dell’Onu, il servilismo dei governi arabi, il miope disinteresse di quelli europei.

Come si è visto più sopra, il 4 aprile 2004 l’inviato dell’Onu Lakhdar Brahimi giunge in Iraq per lavorare alla creazione di una entità governativa che abbia una minima parvenza di credibilità: punta su un governo di tecnici il più possibile "onesti e autorevoli, rispettati e accettati da tutti gli iracheni"; soprattutto, non prevede che ne facciano parte i componenti dello screditato Consiglio governativo, troppo scopertamente creatura degli occupanti, litigioso, corrotto, inviso alla maggioranza degli iracheni. La sua ipotesi, inversa a quella praticata nella creazione del Consiglio governativo, privilegia gli esponenti politici dell’interno rispetto a quelli dell’esilio (quasi sempre sul libro paga degli Stati uniti), ritorna a puntare sulla carta sunnita, consente il ritorno alla politica dei settori meno compromessi del partito Baath o di settori comunque ad esso vicini.

Brahimi deve fare i conti, naturalmente, con l’ostilità dei membri del Consiglio governativo, refrattari ad abbandonare il potere, e dei loro protettori al di là dell’Atlantico. In particolare Ahmed Chalabi, faccendiere e bancarottiere ma pupillo di Paul Wolfowitz e di Richard Perle, destinato dai neocons Usa e dal Pentagono a divenire il massimo leader dell’Iraq ‘liberato’ (non amato però dalla Cia e dal dipartimento di Stato americano), mal si rassegna al tramonto delle sue ambizioni. Chalabi è diventato, grazie agli appoggi di cui gode, uno degli uomini più potenti d’Iraq: oltre a far parte del Consiglio governativo, guida la commissione per la de-baatizzazione del paese (in questo ruolo ha licenziato migliaia di persone); riceve dal Pentagono un appannaggio di 335.000 $ al mese a ricompensa dei suoi servigi (le false prove con cui gli Usa hanno tentato di giustificare il conflitto iracheno); ha acquistato molte proprietà del passato regime e partecipa ai grandi affari della ricostruzione. Ora però le protezioni di cui gode sono in forse, Chalabi teme che gli Usa, per ingraziarsi l’Onu, stiano per scaricarlo: tenta quindi di contrastare l’ingerenza dell’Onu in Iraq accusandola tra l’altro di malversazioni nella gestione dell’oil for food, ma senza esito. Il mensile del Pentagono gli viene tagliato, il 20 maggio la sua casa è perquisita da un gruppo di agenti e soldati americani e da poliziotti iracheni, alla ricerca di materiale per le indagini che lo riguardano. Chalabi chiede e ottiene la solidarietà del Consiglio governativo, grida al complotto della Cia e porta a compimento una sorprendente trasformazione politica, da devoto filoamericano a campione duro e puro delle istanze sciite più radicali e dell’antiamericanismo. Le indiscrezioni sulle indagini parlano di accuse pesanti per Chalabi e per il suo partito, il Congresso nazionale iracheno: si va dalla scomparsa di 22 milioni $ dal ministero delle Finanze, controllato attraverso un fedelissimo, a rapine compiute da uomini della sua sicurezza, a una serie di sequestri a scopo di estorsione compiuti da militanti del partito; la Cia inoltre accusa Chalabi di doppio gioco a favore dell’Iran, cui avrebbe passato importanti notizie tramite il capo dei suoi servizi di sicurezza.

Gli Stati uniti possono rinunciare alla carta dell’impresentabile Ahmed Chalabi, ma nella partita che oppone il Consiglio governativo all’Onu si schierano con tutto il loro peso a fianco del primo. Nel processo che porta alla formazione del nuovo governo provvisorio, l’Onu è estromessa da ogni momento decisionale, Brahimi è anche formalmente scavalcato; il Consiglio governativo in veste appena mutata si appresta a succedere a se stesso. Il 28 maggio 2004 il Consiglio governativo, alla presenza – e ovviamente col benestare – di Paul Bremer, annuncia la nomina a premier di uno dei suoi membri, Iyad Allawi, leader dell’Accordo nazionale iracheno, uomo dei servizi segreti statunitensi e britannici (ha costruito la sua carriera politica anche pagando lobbisti e pubblicisti americani con fondi della Cia); multiforme e pieno di risorse, Allawi sarebbe stato anche mandante degli attentati anti–Saddam con autobombe ed esplosivi che insanguinarono Baghdad dal 1992 al 1995 (la circostanza è rivelata, dopo la sua nomina, dal "New York Times"). Ahmad Fawzi, portavoce di Lakhdar Brahimi, intervistato da Reuter afferma che Brahimi non ha l’incarico di scegliere i membri del nuovo governo, ma solo di aiutare gli iracheni a identificarli; identificati che siano "noi salutiamo la scelta". Insomma, di fronte alla prova di forza Usa, il riconoscimento della propria inutilità da parte dell’Onu. Il giorno successivo, allo stesso modo, il Consiglio governativo fornisce l’elenco degli altri ministri che Brahimi si limita a ratificare senza fiatare. L’inviato Onu spende qualche parola solo a favore di Adnan Pachachi, che vorrebbe nel ruolo, pur onorifico e senza reali poteri, di presidente dell’Iraq: su questo nome c’è il pieno accordo degli Usa ma è il Consiglio governativo ad opporsi, induce Pachachi a rinunciare e sceglie per la carica un altro suo membro, lo sceicco sunnita Ghazi Yawar, ingegnere petrolifero, capo di una potente tribù cui appartengono sia sunniti che sciiti. Attorno a questa nomina c’è un po’ di teatro: Adnan Pachachi sarebbe tanto filoamericano da essere imbarazzante anche per il Consiglio governativo; Ghazi Yawar sarebbe contrario all’occupazione, perciò sgradito agli Usa; Paul Bremer ne avrebbe osteggiato fino all’ultimo la scelta. Lo sceicco in realtà dà lustro alle istituzioni irachene con una parvenza di autonomia ben lontana dalla concretezza dei fatti: rende alla stampa qualche dichiarazione orgogliosa, ad esempio rivendica la piena sovranità dell’Iraq come precondizione per la sua accettazione della nomina, afferma di considerare inaccettabile che gli americani continuino ad occupare il palazzo presidenziale (non l’Iraq!), ma è contrario anche alla violenza contro le forze occupanti ed è molto legato agli Usa, dove ha studiato. Appena insediato, il nuovo presidente dichiara "dobbiamo ricordare i nostri amici, caduti in battaglia per liberare l’Iraq": la sua – tiepida – opposizione all’occupazione è prevedibilmente già sfumata. Quanto a Brahimi, attende per cinque giorni prima di contestare, ahimè solo a parole, l’arroganza americana: "Sono sicuro che non importa che io dica che (Bremer) è il dittatore dell’Iraq. Ha i soldi, ha il potere della firma, senza il suo consenso, in questo paese, non succede niente" dice a Baghdad, e manifesta "il timore che la scelta a primo ministro di Iyad Allawi, noto per i suoi stretti legami con la Cia, possa minare la credibilità del nuovo governo agli occhi del popolo iracheno".

Il Consiglio governativo, esaurito il suo compito, si dimette il 1 giugno. Contemporaneamente il nuovo governo assume i suoi poteri: è assai simile all’esecutivo precedente, tornano gli stessi nomi e comunque gli stessi partiti, i ministeri sono attribuiti secondo la solita logica di spartizione etnico – religiosa, oltre che in virtù di stretti legami con gli Stati uniti. Circa 200 consiglieri statunitensi e internazionali scelti da Bremer affiancano i ministri, e il governo non potrà sostituirli nemmeno dopo il passaggio dei poteri, come non potrà sostituire i vertici della magistratura ordinaria e contabile, della Banca centrale, dell’autorità sulle telecomunicazioni; né potrà mai abrogare o modificare i decreti della Cpa e gli ‘ordini’ che Bremer sta emettendo a raffica in questi giorni. Da un simile governo le forze di occupazione si attendono di essere caldamente invitate a rimanere anche dopo il passaggio dei poteri; si attendono la licenza di controllare, intervenire, attaccare, bombardare a proprio piacimento: l’occupazione militare dell’Iraq cambierà nome, non sostanza; soprattutto il ‘passaggio dei poteri’ manterrà in mano americana l’intera economia irachena.

Ali al Sistani contesta la legittimità del governo provvisorio, perché non eletto e non rappresentativo di tutti i settori della società e della politica. L’ayatollah indica comunque le utopistiche condizioni alle quali il ‘nuovo’ organo potrebbe legittimarsi: ottenere per l’Iraq la piena sovranità, garantita da una risoluzione Onu, in qualsiasi settore, "politico, economico, militare, della sicurezza"; eliminare dall’ordinamento giuridico iracheno tutte le normative introdotte dalla Cpa, compresa la Costituzione provvisoria; ristabilire la sicurezza, fisica ed economica, per i cittadini. Moqtada al Sadr è netto nel suo giudizio negativo: "Nessun iracheno potrà accettare un governo nominato dagli occupanti con la copertura delle Nazioni unite. Solo un governo eletto potrà godere del rispetto degli iracheni. Gli Usa sostengono che le elezioni non si sono potute svolgere perché non c’è sicurezza, ma la sicurezza non c’è perché c’è l’occupazione".

Alla scavalcata Onu spetta ora il compito di legittimare il governo fantoccio come rappresentativo degli iracheni; dovrà fingere di credere al passaggio dei poteri e alla sovranità del ‘nuovo’ Iraq e benedire la permanenza nel paese delle truppe della coalizione.

Il 24 maggio 2004, Stati uniti e Gran Bretagna presentano al Consiglio di sicurezza dell’Onu la prima bozza di risoluzione sull’Iraq, secondo la quale le truppe americane (si caldeggia la partecipazione alla missione delle truppe di altri stati, ma sempre sotto il comando americano) restano in Iraq per "contribuire alla sicurezza e stabilità del paese" in collaborazione con le forze armate irachene (in via di ricostituzione): queste ultime avranno la facoltà di non partecipare ad operazioni della ‘forza di sicurezza’ cui siano contrarie. Entro un anno la permanenza delle truppe sarà sottoposta a revisione. Rimane l’ambiguità sui reali poteri del governo provvisorio, oltre che in tema di sicurezza anche in tema di autonomia normativa, gestione delle risorse e quindi bilancio. Le elezioni politiche si terranno entro il 31 dicembre 2004 se possibile, in ogni caso entro il 31 gennaio 2005.

Il governo Bush vuole inoltre dall’Onu un’altra risoluzione, che riconfermi anche quest’anno l’immunità dalla giurisdizione della Corte penale internazionale per i soldati americani che rimarranno in Iraq dopo il 30 giugno (la precedente risoluzione 1487 che esenta i ‘peacekeepers’ americani dalla giurisdizione della Corte scade alla fine di giugno); parallelamente, il governo Blair dichiara di voler continuare ad assicurare, dopo il 30 giugno, alle truppe britanniche in Iraq le immunità di cui godono in virtù dell’Ordine n° 17 di Bremer (assoggettamento alla giurisdizione esclusiva dello stato d’appartenenza, v. sopra).

Il Consiglio di sicurezza rinvia la questione del rinnovo dell’immunità per le truppe americane: se nel 2002 e nel 2003 gli Usa avevano avuto buon gioco usando, come arma di pressione per ottenere l’immunità, la minaccia di veto su ogni missione di peace keeping dell’Onu, ora lo scandalo delle torture rende problematica l’approvazione della risoluzione voluta dagli Usa (perfino Kofi Annan si schiererà contro la proroga e il 23 giugno gli Stati uniti ritireranno la risoluzione).

La bozza di risoluzione sull’Iraq incontra invece una generica disponibilità internazionale ("è una buona base di lavoro") ma anche le riserve degli altri membri di diritto del Consiglio di sicurezza, dell’Iran e degli stessi iracheni, che chiedono puntualizzazioni circa la durata del mandato conferito alle truppe, circa la reale sovranità dell’Iraq, specie in tema di economia e di sicurezza, circa i rapporti tra forze di sicurezza irachene e comando americano. Invece gli Usa preferiscono evitare le formulazioni esplicite, tendono ad ottenere una risoluzione dai toni generici che lasci loro le mani libere al momento del passaggio dei poteri e oltre. La bozza di risoluzione passa attraverso quattro stesure, ogni volta i proponenti addivengono a concessioni minime su particolari marginali; le critiche dei paesi contrari all’intervento in Iraq (il cosiddetto fronte del no) si fanno sempre più deboli (specie dopo che il governo Allawi ha chiesto formalmente alle truppe della coalizione di restare) finendo per concentrarsi solo sul problema dei rapporti e delle eventuali divergenze tra governo iracheno e forza multinazionale in tema di operazioni militari di una certa consistenza. Nel corso delle trattative, si individua la soluzione del problema in uno scambio di lettere fra i governo di Baghdad, comando americano e Onu: niente quindi diritto di veto, da parte di Baghdad, sulle operazioni militari sensibili, anche se questo è l’unico punto ormai attorno al quale il cosiddetto ‘fronte del no’ fa resistenza.

Anche i paesi che non considerano soddisfacente questa versione della bozza pensano che ormai l’accordo non sia lontano. Bush, in Europa per celebrare i 60 anni dalla sconfitta del nazismo, ne approfitta per fare pressioni su Francia e Germania; intende sbandierare la risoluzione al G8 di Sea Island in Georgia, che inizia l’8 giugno, dal quale si propone di ottenere tra l’altro l’intervento della Nato in Iraq e una riduzione del 95% del debito estero iracheno. Allawi, tempestivo, manda a Bush una lettera in cui definisce "i parametri della sicurezza e la cooperazione sulla sicurezza in Iraq" e in cui propone che tutte le questioni di sicurezza e politiche siano risolte in un comitato ministeriale per la Sicurezza nazionale, da lui presieduto e al quale partecipi il comando Usa; scrive al Consiglio di sicurezza dell’Onu chiedendo "una nuova risoluzione sul mandato alla forza multinazionale che contribuisca a mantenere la sicurezza in Iraq". Parallelamente il segretario di Stato americano Colin Powell scrive al Consiglio di sicurezza confermando che "la forza multinazionale a comando unificato è pronta a contribuire ancora al mantenimento della sicurezza in Iraq, comprese la prevenzione e la deterrenza del terrorismo". L’ambasciatore americano alle Nazioni unite John Negroponte (fra pochissimo ambasciatore a Baghdad) rileva che lo scambio di lettere dimostra la piena sovranità dell’Iraq, di cui è espressione.

La risoluzione Onu non farà chiarezza sui rapporti tra governo e forza multinazionale in tema di sicurezza, non garantirà all’Iraq reali poteri in materia perché è il governo iracheno creato dagli americani il primo a non volerlo. Gli altri stati non possono fare i paladini dell’Iraq all’Onu, se il governo dell’Iraq non lo desidera…o almeno, questa è la scusa che il cosiddetto ‘fronte del no’ sussurrerà per giustificare la sottomissione più completa alle decisioni angloamericane. La sera dell’8 giugno il Consiglio di sicurezza vota all’unanimità la risoluzione n° 1546, con la quale l’Onu esprime appoggio al "sovrano governo ad interim dell’Iraq, presentato il 1 giugno 2004, che assumerà piena responsabilità e autorità a partire dal 30 giugno", stabilisce che "entro il 30 giugno l’occupazione terminerà e la Cpa cesserà di esistere". Sulla base delle lettere inviate da Allawi e da Powell, la risoluzione riafferma il mandato della forza multinazionale a comando unificato (cioè americano ndr) e decide che potrà prendere tutte le misure necessarie al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq; la risoluzione condanna "tutti gli atti di terrorismo" e affida alla forza multinazionale, secondo la richiesta irachena, il compito "della prevenzione e della deterrenza del terrorismo". Gli Stati uniti si vedono riconoscere il comando di tutte le truppe presenti sul suolo dell’Iraq; nei fatti anche di quelle irachene, che rispondono ai competenti ministeri ma sono "coordinate" con la forza multinazionale nell’ambito di una partnership per la sicurezza. Il governo iracheno non ha diritto di vietare o discutere le operazioni militari poste in essere dal comando americano, ma può impegnare le forze irachene a fianco della forza multinazionale. Il mandato scadrà al completamento del processo politico che dovrebbe portare ad un "governo costituzionalmente eletto" (una data variabile da fine 2005 all’eternità), ma potrà essere rivisto su richiesta del governo iracheno. La risoluzione chiede inoltre agli stati membri dell’Onu e alle organizzazioni internazionali (leggi Nato ndr) di fornire assistenza, comprese forze militari, alla forza multinazionale. Ancora una volta, probabilmente in seguito a concessioni sottobanco, i paesi presenti nel Consiglio di sicurezza si prestano a legalizzare il fatto compiuto, riconoscendo l’improponibile governo fantoccio di Allawi e la gestione americana dell’Iraq.

Per gli Stati uniti è vittoria su tutti i fronti, tranne, per ora, uno. Al G8 di Sea Island un ricostituito fronte del no, in particolare la Francia, boccia la richiesta americana di coinvolgere la Nato in Iraq e, quanto alla riduzione del debito iracheno, è disposto a salire fino alla consistente quota del 50%, ma non accetta il condono pressoché totale (95%) proposto da Bush. Non è detta l’ultima parola, naturalmente. Sul primo punto, il servizievole Iyad Allawi chiede, in una lettera al segretario generale della Nato Jaap de Hoop Scheffer, l’assistenza tecnica e il contributo dell’Alleanza per l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze irachene; il vertice Nato di Istanbul (28-29 giugno) aderisce alla richiesta, lasciando aperta la possibilità di una eventuale missione più allargata in futuro. Bush non ha ancora raggiunto il suo obiettivo, quello di ottenere l’invio di un nutrito contingente Nato in Iraq, ma questi sono i primi passi nella direzione voluta.

Tra i partiti filo americani rappresentati nel governo provvisorio, solo i due partiti kurdi contestano la nuova risoluzione dell’Onu; il loro risentimento è determinato dal fatto che la 1546 non richiama esplicitamente la Costituzione provvisoria, le cui disposizioni, oltre a riconoscere l’autonomia delle province kurde, conferiscono loro in sostanza un diritto di veto sul varo Costituzione definitiva. Un richiamo esplicito avrebbe scatenato la rivolta di tutti gli sciiti iracheni (Sciri compreso), ma il mancato richiamo non equivale ad una sconfessione; tuttavia i partiti kurdi non si sentono evidentemente tranquilli: è già accaduto loro di essere usati e poi scaricati da Washington.

Cosa pensino gli iracheni del loro governo provvisorio e della risoluzione n° 1546 è facilmente intuibile dall’aumento di azioni della resistenza. Il paese in pieno caos si avvia verso il ‘passaggio di poteri’, evento atteso con timore dallo stesso governo: il premier Allawi, che intende concentrare nelle sue mani la lotta al ‘terrorismo’, prospetta infatti per il 1 luglio lo stato di emergenza, dichiarazione che gli vale minacce di morte dalla resistenza irachena. La polizia irachena dovrebbe prendere il controllo di tutte le città: sarà in grado di farlo? Le truppe straniere si ritireranno nelle loro basi? E’ facile pensare che, in ogni caso, riceveranno entro breve tempo dalla polizia irachena una richiesta di aiuto. Gli Stati uniti progettano un consistente incremento delle proprie truppe in Iraq, 25.000 – 30.000 uomini; si moltiplicano le voci di un ritorno degli Usa alla leva obbligatoria, abolita nel 1973.

Le associazioni umanitarie e la Croce rossa internazionale chiedono con insistenza che, con la fine dell’occupazione il 30 giugno, tutti i prigionieri di guerra (compresi Saddam Hussein e gli esponenti del regime baatista) siano processati o rilasciati, come prevedono le norme internazionali e quelle militari; il comando militare Usa ha iniziato a mettere in libertà i prigionieri di Abu Ghraib, pare che ne saranno liberati o consegnati agli iracheni 1400 in totale, ma gli altri? E i prigionieri rinchiusi in altri centri di detenzione? Saddam e gli altri prigionieri eccellenti saranno certo consegnati agli iracheni, su di loro c’è una sorta di controllo internazionale dovuto alla loro notorietà, anche se è facilmente immaginabile quanto poco garantista sarà il processo che li attende, ma la sorte degli altri prigionieri è oscura e densa di tragiche incognite.

Il 28 giugno 2004, con due giorni di anticipo sul previsto, una breve cerimonia segna il ‘passaggio dei poteri’ dalla Cpa al governo provvisorio iracheno. L’anticipo ha senz’altro lo scopo di spiazzare con l’effetto sorpresa eventuali attentatori, ma anche di rinnovare al vertice Nato di Istanbul, che chiude l’indomani, la richiesta di assistenza tecnica formulata ufficialmente da un governo ormai ‘sovrano’. Paul Bremer consegna ad un giudice della Corte costituzionale una cartella contenente l’atto di trasferimento dei poteri, la risoluzione Onu n° 1546 e la Costituzione provvisoria, alla presenza del premier iracheno Iyad Allawi, del presidente Ghazi Yawar, dei vice presidenti e dell’ambasciatore britannico; dopo di che Bremer parte immediatamente per gli Usa, mentre sul palazzo presidenziale finora sede della Cpa è issata la bandiera irachena (quella vera, rossa bianca nera e verde) e la polizia irachena controlla la città. Intanto, al vertice Nato si svolge una sceneggiata dal sapore preelettorale che manda però in visibilio diversi media statunitensi: Condoleezza Rice e George W. Bush si scambiano bigliettini: "Signor presidente, l’Iraq è sovrano", annuncia il biglietto di Condy; "Che regni la libertà", risponde pronto George Bush.

Nel pomeriggio i ministri prestano il giuramento di preservare "la sovranità, l’unità e l’indipendenza dell’Iraq", e il premier Allawi, in un discorso teletrasmesso al paese, insiste sui temi del rilancio economico e della sicurezza, senza per il momento annunciare le – comunque attese – leggi di emergenza.

Il 30 giugno il governo provvisorio riporta una vittoria d’immagine: la custodia legale di Saddam Hussein e di altri 11 esponenti del deposto regime passa in mani irachene. Questo passaggio da un lato è imposto dalle norme internazionali (o si consegnano i prigionieri di guerra all’Iraq per l’incriminazione o li si libera), dall’altro consiste in un cambiamento solo del titolo, non della materialità della custodia (fisicamente i prigionieri sono ancora detenuti dov’erano): è quindi insieme un atto dovuto e un atto solo formale, ma con un elevato valore simbolico, perché segna il momento in cui all’Iraq è riconosciuto un elemento costitutivo della sovranità: il potere giudiziario ai più alti livelli. Certo, è solo apparenza, ma il detenuto Saddam Hussein in qualche modo legittima il governo- caricatura messo in piedi da chi ha rovesciato il suo regime.

E’ quasi certo che in vista del processo a Saddam Hussein sarà ripristinata la pena di morte, sospesa dalla Cpa. Emmanuel Ludot, avvocato del collegio difensivo di Saddam Hussein fa rilevare che il Tribunale speciale istituito per giudicare gli esponenti del passato regime è "una corte di vendetta", non di giustizia. Il suo collega Mohamad Rashdan aggiunge che quello contro il loro assistito si annuncia già da ora come un processo farsa: gli avvocati non hanno potuto incontrarlo, né consultare documenti utili alla difesa, hanno ricevuto minacce di morte da parte di funzionari iracheni; Rashdan conclude che gli Usa e il governo iracheno "temono la verità, perché un processo giusto metterebbe sotto accusa il presidente americano Bush, costretto a provare la legalità dell’ingresso delle sue truppe in Iraq".

Saddam Hussein e gli altri 11 esponenti baatisti sono incriminati formalmente il 1 luglio. In udienza Saddam ascolta i 7 capi di accusa (invasione del Kuwait; massacro di kurdi ad Halabja nel 1988; guerra contro l’Iran; repressione della rivolta sciita nel 1991; fosse comuni; massacro di membri della tribù di Barzani; uccisioni di dignitari sciiti); si qualifica come ‘presidente dell’Iraq’, contesta la legalità e l’autorità del Tribunale e, nel merito, i capi d’accusa. Ma gli iracheni non possono ascoltare le parole di Saddam, perché l’udienza è trasmessa senza audio; solo in seguito sono diffuse alcune frasi: evidentemente, la democrazia del nuovo Iraq è fondata sulla censura. La preparazione del processo richiederà ancora tempo e il dibattimento non potrà svolgersi, probabilmente, prima del 2005.