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Dopo il passaggio dei poteri, la situazione irachena resta pressoché invariata: non cambiano la presenza e il ruolo delle forze di occupazione, continua la resistenza contro di loro. Al proconsole Paul Bremer subentra John Negroponte, solo formalmente "ambasciatore", in realtà vero governatore dell’Iraq. Negroponte come ambasciatore è già stato regista, per conto di Reagan, della guerra sporca in Centroamerica negli anni ’80 del ’900; ci sono pochi dubbi che il vecchio modello sia riproposto nella nuova situazione, che siano attivi in Iraq squadroni della morte composti da miliziani sciiti filoamericani, peshmerga kurdi, ex appartenenti ai servizi di Saddam passati alla Cia, rafforzati da decine di migliaia di mercenari. Quotidiane e numerose sono come sempre le azioni della resistenza: attacchi alle forze occupanti e collaborazioniste, ai contractors, sabotaggi che limitano o impediscono le esportazioni di petrolio. Usa e governo Allawi fronteggiano la situazione privilegiando in ogni caso la soluzione militare, attaccando pesantemente ogni centro di resistenza: ma l’Iraq scivola sempre più fuori dal controllo delle forze di occupazione e del governo collaborazionista.

Diamo, in ordine cronologico, una sintesi dei principali avvenimenti.

5 luglio 2004

Le forze Usa bombardano Falluja, col solito pretesto di colpire le basi di al Zarqawi. Iyad Allawi si ascriverà il merito di aver fornito agli americani le informazioni di intelligence alla base del raid, in modo da accreditare la convinzione di un coordinamento decisionale tra governo interinale e forze americane. Si vuole in realtà fiaccare o distruggere una roccaforte della resistenza: a Falluja il generale Saleh (v. sopra, cap. "Escalation militare e risposta irachena", 30 aprile-2 maggio 2004) è passato con gli insorti, il generale Latif non ha ormai nessun potere e i componenti della Brigata Falluja si sono alleati o comunque non osteggiano i ribelli islamici che hanno di fatto ripreso la città.

7 luglio 2004

Il governo Allawi vara la ‘legge di salvezza nazionale’: in base ad essa, il governo può dichiarare lo stato di emergenza per 60 giorni, rinnovabili di 30 in 30 giorni. Lo stato di emergenza prevede restrizioni alle libertà fondamentali di cittadini e stranieri; coprifuoco per periodi definiti, isolamento e rastrellamento di aree sospette; restrizioni nei trasporti terrestri, aerei e marittimi in aree e per periodi determinati; intercettazioni e controlli di comunicazioni postali, telefoniche, elettroniche; arresti anche preventivi e perquisizione dei sospetti e delle loro case; congelamento dei beni degli accusati di cospirazione, insurrezione, rivolta armata o incitamenti ad esse; scioglimento di partiti. Per le zone in cui è dichiarato lo stato di emergenza, la legge prevede la possibilità di operazioni militari e la richiesta di aiuto alle forze della Coalizione capeggiate dagli Usa.

8 luglio 2004

La Brigata Khaled ibn al Walid, legata all’esercito islamico, sequestra il filippino Angelo de la Cruz, autista di una società saudita che lavora per le forze americane, minacciando di ucciderlo se il suo governo non ritirerà le proprie truppe dall’Iraq entro 72 ore. La presidente Gloria Arroyo blocca immediatamente tutte le partenze per l’Iraq e il 10 luglio accetta la richiesta dei rapitori, iniziando la smobilitazione nonostante le contrarie pressioni americane. Con un effetto domino anche la Thailandia annuncia il ritiro delle sue ben più consistenti truppe (circa 450 uomini, il cui ritiro sarà completato il prossimo 27 agosto), la Repubblica ceca e la Polonia annunciano un sostanziale ridimensionamento dei loro effettivi, mentre la Malesia, in precedenza favorevole all’intervento militare dei paesi islamici, annuncia che non invierà soldati. Il 20 luglio Angelo de la Cruz è liberato, il consenso popolare per il governo di Gloria Arroyo è in netta crescita, anche se la presidente filippina deve scontare un pesante gelo nei rapporti con gli Usa.

9 luglio 2004

La commissione Servizi segreti del Senato americano rende pubblico un rapporto di 511 pagine che scarica sulla Cia la responsabilità della guerra in Iraq, imputando alla centrale spionistica di aver dato al governo "informazioni inattendibili e falsate" circa le armi di distruzione di massa in dotazione a Saddam Hussein.

12 luglio 2004

Il segretario dell’Onu Kofi Annan designa quale nuovo inviato dell’Onu in Iraq Ashraf Jehangir Qazi, mussulmano, attualmente ambasciatore pakistano a Washington. Qazi prenderà il posto del brasiliano Sergio Vieira de Mello, ucciso nell’attentato del 19 agosto 2003 alla sede dell’Onu di Baghdad.

14 luglio 2004

A Londra, lord Butler riferisce le conclusioni della commissione d’inchiesta sull’intelligence e il suo ruolo nella decisione di far guerra all’Iraq. I toni sono sostanzialmente assolutori per il governo e i politici, anche se non può essere del tutto nascosto che le informazioni contenute nel dossier sull’Iraq e usate per giustificare la guerra erano inattendibili o gonfiate.

17 luglio 2004

Secondo il quotidiano australiano "The Sydney Morning Herald" il premier iracheno Iyad Allawi, la settimana prima della sua nomina, avrebbe ucciso con un colpo alla nuca nel carcere di al Amariyah (Baghdad) – a freddo, per "dare un esempio" – 6 detenuti iracheni sospettati di essere vicini alla guerriglia. Al fatto avrebbe presenziato anche il ministro degli Interni Falah al Naqib, che si sarebbe congratulato col futuro premier per il lavoro svolto. Prima dell’esecuzione Allawi avrebbe spronato i poliziotti del carcere a combattere i ribelli, promettendo loro l’impunità se avessero ucciso dei guerriglieri nello svolgimento del loro lavoro. La ricostruzione dell’episodio si basa soprattutto sulla testimonianza di altri due detenuti, secondo uno dei quali gli uccisi "erano contenti di morire: erano stati picchiati per ore da giorni dai poliziotti che volevano farli parlare". L’ufficio di Allawi smentisce, come pure il ministero degli Interni: quest’ultimo, tuttavia, si rifiuta di dire se tre delle presunte vittime, di cui il quotidiano fa i nomi, siano libere o detenute, vive o morte, negando anche il permesso di visitare la prigione. La notizia è invece confermata, nel gennaio 2005 sul "New Yorker", dal noto giornalista Jon Lee Anderson, che avrebbe trovato altri riscontri.

18 luglio 2004

Le forze americane, sempre col pretesto di annientare una postazione di al Zarqawi, colpiscono un edificio a Falluja polverizzando anche le case circostanti e causando vittime, tra cui donne e bambini. Anche in questa occasione il governo Allawi rivendica di aver fornito le informazioni necessarie all’intervento e di averlo richiesto. Il sindaco della città rivelerà che i missili sono caduti in prossimità delle trincee della Brigata Falluja, ormai sostanzialmente alleata con i difensori della città. (V. sopra, 5 luglio 2004)

21 luglio 2004

A Baghdad un missile colpisce il settimo piano del Medical city center, una clinica in cui al sesto piano si trova il padiglione gestito dalla Croce rossa italiana. Sette camionisti, alle dipendenze della kuwaitiana Gulf link transport company, sono sequestrati dalle "Bandiere nere", che minacciano di ucciderli al ritmo di uno ogni 3 giorni se i paesi di provenienza (India, Kenya, Egitto) non faranno rientrare i loro cittadini che lavorano in Iraq e la ditta stessa non lascerà il paese. I governi trattano, si parla anche di un riscatto che molto probabilmente è pagato; gli ostaggi sono liberati il 1 settembre, dopo che la società kuwaitiana ha promesso di disimpegnarsi dall’Iraq (per precisare in seguito che continuerà a rifornire la basi Usa, usando però camion e personale iracheni…).

22 luglio 2004

In Australia la commissione di inchiesta indipendente presieduta da Philip Flood stabilisce che i servizi segreti hanno avvalorato il possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq sulla base di "informazioni scarse, ambigue e incomplete", senza però che il governo facesse alcuna pressione in tal senso.

22 luglio 2004

Davanti alla commissione Forze armate del Senato americano, il generale Paul Mikolashek, ispettore generale dell’esercito, ammette 94 sospetti casi di torture su prigionieri, in Afghanistan e in Iraq, a partire dal 2001, ma contraddicendo il rapporto Tabuga afferma che sono da addebitare alla "depravazione", alle "iniziative non autorizzate" di singoli soldati, unite alla "mancanza di controllo" di alcuni comandanti; non ci sarebbe dunque stato "uso sistematico dei maltrattamenti" secondo il generale, che invita i senatori a non sopravvalutare il fenomeno.

23 luglio 2004

A Baghdad è sequestrato per la prima volta un diplomatico, l’egiziano Mohammad Mandouh Helmi Qotb. Nella rivendicazione i "Leoni di Allah" motivano il sequestro come reazione alla promessa dell’Egitto di offrire al governo Allawi la propria esperienza in materia di sicurezza. Il giorno successivo il ministro degli Esteri egiziano precisa che il suo paese "non sta prendendo in considerazione nel modo più assoluto l’invio di truppe in Iraq".

28 luglio 2004

In tutto l’Iraq la guerriglia si scontra con le truppe americane e l’esercito iracheno, attacca convogli e basi Usa: si ha l’impressione di un’offensiva coordinata, come alla vigilia del ‘passaggio dei poteri’. L’Iraq vive una nuova vigilia: il 31 luglio dovrebbe infatti iniziare la Conferenza nazionale, un’assemblea di circa 1000 ‘delegati’ (in realtà scelti dal governo – con la supervisione americana – in ‘rappresentanza’ di gruppi etnici, religiosi, politici e sociali) che avrà il compito di eleggere 80 dei 100 membri del Consiglio nazionale, un organismo essenzialmente consultivo che affiancherà il governo ad interim fino alle elezioni previste per il gennaio 2005.

29 luglio 2004

Dopo un’altra giornata di attacchi della guerriglia e in seguito a pressioni delle Nazioni unite, il governo ad interim annuncia lo slittamento della Conferenza nazionale irachena al 15 agosto. Anche a Nassiriya, dopo un periodo di relativa calma, si verificano scontri tra i seguaci di al Sadr e le truppe italiane.

1 agosto 2004

A Baghdad e a Mossul cinque attentati, realizzati mediante autobombe, colpiscono chiese cristiane. Il numero dei morti salirà nei prossimi giorni a circa 25, centinaia di feriti sono smistati negli ospedali di Baghdad, decine in quelli di Mossul. Anche le autorità religiose mussulmane, comprese quelle più vicine alla resistenza, condannano severamente gli attacchi, invitando gli iracheni a non cadere nella trappola delle divisioni etniche e religiose indotte da elementi esterni al paese. Un nuovo attacco aereo americano colpisce Falluja e provoca almeno 10 morti. A Kerbala è arrestato Mithal al Musawi Hasnawi, portavoce locale di Moqtada al Sadr; il giorno successivo a Kufa i blindati americani circondano la casa dello stesso Al Sadr, ma sono respinti dai suoi seguaci.

2 agosto 2004

Dopo l’uccisione da parte di "Tawhid e Jihad" di un camionista turco (altri due sono tuttora prigionieri del gruppo vicino ad al Zarqawi, saranno liberati il 4 agosto), l’Associazione dei trasportatori internazionali turchi – cui fanno capo più di 900 imprese di trasporto – annuncia che non accetterà più merci destinate all’Iraq. Un’altra associazione che riunisce 670 imprese di trasporto, la Roder, dichiarerà invece la sua volontà di non interrompere il trasporto di merci verso l’Iraq.

3 agosto 2004

Il portavoce militare danese, colonnello Hans Christian Mathisen, ammette che "diversi soldati" suoi connazionali sono sospettati di tortura nei confronti di prigionieri iracheni e sono sotto inchiesta. Le torture, che Mathisen definisce "di livello moderato", consisterebbero nel rifiuto di acqua ai prigionieri e nel costringerli per molte ore in posizioni scomode e dolorose.

4 agosto 2004

In diversi quartieri di Mossul, sotto coprifuoco, si scatena una offensiva militare americana, nel corso della quale sono occupati scuole, edifici pubblici, 5 ponti sul Tigri. La guerriglia resiste asserragliata nella parte meridionale della città. Le truppe Usa cercano di liberare le proprie basi nel nord e la stessa Baghdad dalla morsa dei gruppi della resistenza, che bloccano le vie di comunicazione e ostacolano i rifornimenti.

4 agosto 2004

Un diplomatico di Teheran, Fereydun Jahani, che si sta recando a Kerbala per inaugurare il consolato iraniano e assumervi le funzioni di console, è sequestrato dall’"Esercito islamico", che lo accusa nella rivendicazione di voler provocare "guerre settarie" in Iraq. Il 15 agosto i sequestratori chiedono all’Iran di liberare entro 48 ore 500 prigionieri iracheni; Teheran ribatte che gli ultimi prigionieri iracheni della guerra 1980-88 sono stati liberati nel maggio 2003. Specialmente in Iran molti sospettano che i rapitori siano manovrati dall’ambasciata Usa o che si identifichino direttamente con i servizi iracheni (quest’ultima è l’esplicita accusa dell’ayatollah Ahmed Jannati, capo dell’iraniano Consiglio dei guardiani), mentre il ministero degli Esteri iraniano dichiara di ritenere il governo iracheno responsabile della sorte del console. Un lungo silenzio cala sulla vicenda, finché il rapito è liberato improvvisamente il 27 settembre.

5 agosto 2004

Dopo le provocazioni americane dei giorni scorsi (v. 1 agosto 2004), tutto il sud è in fiamme. I marines intervengono con elicotteri, blindati, mortai, esplosivi: inizia il feroce assedio di Najaf, con bombardamenti e combattimenti quotidiani, che non risparmia ospedali e luoghi sacri. I seguaci di Moqtada combattono contro gli occupanti anche a Baghdad, nell’immenso quartiere di Sadr city, dopo che nei giorni scorsi le truppe americane hanno ucciso a freddo uno dei capi del quartiere, tre dei suoi uomini e ne hanno ferito la figlia. A Bassora gli scontri oppongono i seguaci di al Sadr alle truppe britanniche, accusate da sheik Saad al Basri di creare in città "lo stato di crisi che esiste a Najaf"; dalla moschea di Amarah sono lanciati appelli alla mobilitazione contro gli inglesi. A Nassiriya i guerriglieri occupano le strade di accesso e i ponti sull’Eufrate, segue una violenta battaglia con le truppe italiane.

6 agosto 2004

Al Sistani, malato di cuore, si ricovera a Londra (probabilmente su pressante invito del comando americano, che intende approfittare della sua assenza per tentare di liquidare definitivamente Moqtada al Sadr). A Nassiriya si combatte presso i ponti, la base Libeccio, nella città occupata dall’esercito al Mahdi, con morti e feriti tra i guerriglieri: in particolare i militari italiani affermano di aver colpito e fatto esplodere una autobomba diretta contro di loro, ma presto compariranno testimonianze e un video (trasmesso dalla Rai) girato dal giornalista americano Micah Garen a sostegno dell’ipotesi che si tratti di una ambulanza – o che comunque sia stata colpita anche un’ambulanza – con 7 persone a bordo (3 delle quali morte, compresa una donna incinta). Verso sera si raggiunge, con la mediazione del governatore della provincia, una tregua in base alla quale i militari italiani devono arretrare, rimanendo a presidiare la zona sud della città, mentre i guerriglieri devono abbandonare Nassiriya in modo che la polizia possa riprenderne il controllo.

7 agosto 2004

Il governo Allawi chiude con decreto la sede irachena di al Jazeera, accusata di falsificare la realtà "istigando anche all’odio". Al Jazeera, attraverso un portavoce, garantisce che nonostante la censura continuerà a fornire un’informazione puntuale sull’Iraq. Colpisce la coincidenza tra la chiusura dell’emittente e l’inizio della violenta resa dei conti con gli sciiti contrari all’occupazione.

8 agosto 2004

Il governo reintroduce in Iraq la pena di morte per i reati di omicidio, sequestro di persona, traffico di stupefacenti e attentato alla sicurezza dello stato. La magistratura di Baghdad emette due mandati di cattura, contro Ahmed e Salem Chalabi: il primo è accusato di una speculazione truffaldina su banconote, il secondo di aver ordinato l’omicidio di un alto funzionario del fisco che stava indagando su appropriazioni di beni pubblici commesse dalla famiglia Chalabi. I due non si trovano in Iraq e respingono gli addebiti, accusando la Cia di aver ordito un complotto ai loro danni "per colpire la comunità sciita". L’accusa contro Salem Chalabi è accolta come "un miracolo di Dio" dagli avvocati di Saddam Hussein, che si apprestano a ricusare il compromesso giudice.

9 agosto 2004

Il giornale americano "The Oregonian" pubblica un articolo, corredato da foto, in cui sono documentate le torture inflitte in Iraq a prigionieri inermi il 29 giugno, nel cortile del ministero degli Interni, da parte di agenti iracheni.

11 agosto 2004

Dall’Iran, l’ayatollah Khamenei denuncia l’attacco in corso contro la città santa di Najaf come "uno dei più oscuri crimini dell’umanità". A Baghdad la polizia arresta un giornalista e 3 suoi collaboratori, tutti iraniani, senza rendere noti i motivi del provvedimento: ciò contribuisce ad acuire l’attrito con Teheran, già alta per la vicenda del diplomatico rapito (v. 4 agosto 2004) e per la vicenda Chalabi (il faccendiere ha avuto rapporti con l’Iran fin dai tempi dello Scià e li ha mantenuti col successivo regime). La tensione tra Iraq e Iran – parallela e conseguente al deterioramento dei rapporti tra Stati uniti e Iran – sfocia in sconfinamenti ed incursioni, da entrambe le parti, nel territorio del rispettivo avversario.

12 agosto 2004

I militari italiani allontanano dalla loro base di Camp Mittica – come testimonia il direttore del dipartimento di archeologia di Nassiriya Abdel Amir al Amdani – il giornalista free lance americano Micah Garen, impegnato nella salvaguardia del patrimonio archeologico iracheno ma anche autore delle riprese relative all’ambulanza colpita dalle truppe italiane negli scontri del 6 agosto (v. sopra). Lasciato Camp Mittica, Garen è sequestrato con il suo interprete il 13 agosto dalla "Brigata dei martiri", che minaccia l’uccisione dei due se non cesserà l’assedio a Najaf. Moqtada al Sadr interviene, invitando i rapitori a liberare i due ostaggi, che sono rilasciati il 22 agosto.

15 agosto 2004

A Baghdad si apre la Conferenza nazionale irachena, che rischia subito la spaccatura sui fatti di Najaf: un gruppo di delegati diserta il consesso per protesta, un altro minaccia di boicottarne i lavori se non sarà votata una condanna dell’attacco alla città santa. Dopo molte discussioni sono approvati due documenti contraddittori: uno chiede al governo Allawi di far cessare l’attacco a Najaf, l’altro giustifica il governo e chiede ad al Sadr di lasciare la città. La Conferenza decide anche di inviare una delegazione a Najaf per avviare una trattativa.

17 agosto 2004

La delegazione della Conferenza giunge a Najaf. Su 60 componenti designati, il comando Usa ha accettato di trasportarne in elicottero solo 8 (i più filoamericani); intensificando inoltre gli attacchi e i bombardamenti, impedisce l’incontro finale della delegazione con Moqtada al Sadr: si tenterà poi di far credere che quest’ultimo rifiuta il dialogo. Anche Baghdad è sotto le bombe; la Conferenza, che si doveva chiudere oggi, è prolungata a domani a causa di dissidi sul sistema di voto per eleggere il Consiglio: i delegati sono invitati a pernottare presso la sede della Conferenza, non essendo garantita altrove la loro incolumità. Si combatte in tutto il paese, a Nassiriya in un agguato sono feriti 3 carabinieri italiani.

18 agosto 2004

A Najaf la mediazione non è fallita, come il governo Allawi e il comando americano vogliono far credere: al Sadr è disponibile a ritirarsi e disarmare, se le truppe americane abbandoneranno a loro volta Najaf. La Conferenza nazionale elegge al Consiglio gli 81 candidati, scelti dal governo e dall’ambasciatore Usa Negroponte, presenti nell’unica lista ammessa al voto (completeranno il Consiglio nazionale gli ex componenti del disciolto Consiglio governativo rimasti fuori dall’attuale governo). Il Consiglio nazionale avrà poteri consultivi e poteri di controllo assai limitati (cioè un diritto di veto sugli atti del governo espresso a maggioranza di 2/3, ma la parola decisiva in questi casi spetterà comunque all’ambasciatore americano).

19 agosto 2004

Un convoglio della Croce rossa italiana che porta medicinali e acqua a Najaf è danneggiato in maniera non grave da una mina mentre sta avvicinandosi alla città assediata: il viaggio non è autorizzato dal Coordinamento di Roma e il capo missione, Giuseppe De Santis, sarà richiamato in Italia. Al convoglio sono aggregati anche il giornalista free lance Enzo Baldoni, il suo interprete Ghareeb e il giornalista del Tg1 Pino Scaccia.

20 agosto 2004

A Najaf, il ministro degli Interni annuncia che la sua Guardia nazionale ha espugnato il mausoleo di Ali e arrestato 400 guerriglieri, ma la notizia è presto smentita dal comando americano. Moqtada al Sadr scompare dai luoghi santi, mentre i suoi seguaci dovrebbero consegnarne le chiavi all’ufficio di al Sistani, che da Londra si dichiara disponibile a riceverle. I combattimenti proseguono, con minore intensità.

20 agosto 2004

E’ denunciata la scomparsa, in circostanze poco chiare, di Enzo Baldoni e del suo interprete Ghareeb, aggregati al convoglio della Croce rossa italiana partito il 19 agosto (v. sopra). La Croce rossa italiana accredita versioni di comodo o si limita a tacere, anche quando, il 21 agosto, è trovato il corpo senza vita di Ghareeb, l’interprete: solo dopo parecchi giorni dal fatto ammetterà che, mentre il convoglio percorreva la strada di ritorno verso Baghdad l’auto di Baldoni è caduta in un’imboscata, è stata colpita e tutti gli altri sono fuggiti. Il 24 agosto, in un messaggio trasmesso da al Jazeera, l’Esercito islamico afferma di aver rapito Baldoni (come prova, allega un video in cui il giornalista, molto tranquillo, si presenta e dice di essere in Iraq per documentare la resistenza irachena) e chiede, per la sua salvezza, il ritiro delle truppe italiane entro 48 ore. Il governo italiano non prende in considerazione l’idea del ritiro, ma – come la Croce rossa italiana – si mostra ottimista: ci sono "contatti aperti, vivi, attivati". Il 26 agosto l’Esercito islamico annuncia, con un comunicato ad al Jazeera, l’uccisione di Baldoni "in risposta al rifiuto del governo italiano di ritirare i suoi soldati dall’Iraq": sarà diffusa una foto che mostra il corpo senza vita del giornalista, a terra e parzialmente coperto di sabbia. Ali Belout, portavoce di al Jazeera, dice che l’immagine è stata presa di giorno, in pieno sole, quando l’ultimatum, fissato per il tramonto, non era ancora scaduto: perché i rapitori non ne hanno atteso la scadenza per uccidere Baldoni? soprattutto: il giornalista è stato ucciso proprio il 26 agosto o è morto insieme al suo interprete il 20 agosto, al momento dell’agguato? Nel video trasmesso da al Jazeera insieme all’ultimatum non appaiono i rapitori e il giornalista è estremamente tranquillo. Corre voce che Baldoni, intenzionato ad intervistare Moqtada al Sadr, avesse registrato una videocassetta di presentazione, da inviare all’imam sciita insieme alla richiesta di intervista; l’Esercito islamico o chi per esso, dopo aver ucciso nell’imboscata Baldoni insieme a Ghareeb, può aver trovato tra le cose del giornalista la videocassetta e aver pensato di farne un uso politico, inscenando il rapimento e il relativo ultimatum (nella facile previsione che all’ultimatum il governo italiano avrebbe opposto la ‘linea della fermezza’). A favore di questa ipotesi sembra schierarsi anche il ministro della Difesa Antonio Martino che il 4 settembre, parlando con i giornalisti, afferma: "Il povero Baldoni è stato assassinato immediatamente dopo il sequestro; per questo non c’è stato nulla da fare". In seguito alle polemiche, successivamente, Martino tenta di rettificare ("Baldoni è stato ucciso un paio di giorni dopo il sequestro", sempre prima della scadenza dell’ultimatum, comunque) per poi concludere: "Non commento questa vicenda. Ho detto una cosa che non avrei dovuto dire". Non ha dubbi sulla versione ufficiale, invece, il direttore del Sismi Niccolò Pollari, secondo il quale i servizi non sono in possesso di nessuna notizia che avvalori l’ipotesi di un’uccisione avvenuta prima del 26 agosto (così nell’audizione al Copaco del 7 settembre). I giornalisti francesi Chesnot e Malbrunot (v. sotto, notizia successiva), appena rilasciati, dichiareranno di esser stati imprigionati con Baldoni, ma chiariranno subito di non averlo mai visto e di aver saputo dai rapitori del suo sequestro e della sua uccisione (motivata dal fatto che, a dire dei rapitori, Baldoni si spacciava per giornalista ma era una spia). Il corpo del giornalista è identificato nel luglio 2005, con l’esame del dna compiuto su un frammento osseo recuperato dalla Croce rossa.

20 agosto 2004

Scompaiono due giornalisti francesi, Georges Malbrunot di "Le Figaro" e Christian Chesnot di "Radio France", con la loro guida siriana Mohamed al Joundi, probabilmente mentre si stanno recando a Najaf. Il 28 agosto i due giornalisti compaiono in un video inviato ad al Jazeera, nel quale l’"Esercito islamico" chiede al governo francese, in cambio della loro vita, la revoca entro 48 ore della legge che proibisce di esibire nelle scuole simboli evidenti di appartenenza religiosa: la legge in questione, approvata lo scorso marzo, entra in applicazione a giorni con l’inizio del nuovo anno scolastico. Il rapimento appare anomalo, sia perché la Francia si è sempre opposta alla guerra in Iraq, sia perché l’obiettivo politico che si propone – la difesa del velo islamico nelle scuole francesi – appare estraneo agli interessi concreti e attuali del popolo iracheno. La stessa comunità mussulmana di Francia, la più forte d’Europa, reagisce esprimendo contrarietà all’azione dei rapitori e solidarietà ai rapiti. Manifestazioni unitarie chiedono il rilascio degli ostaggi e il governo francese si impegna in un’intensa attività diplomatica allo stesso scopo. Il premier iracheno Iyad Allawi gongola e si abbandona a sconcertanti previsioni: la Francia, che non ha partecipato alla "lotta al terrorismo", tuttavia "… non sarà risparmiata. Ci saranno attentati a Parigi, Nizza, Cannes" (la crescente tensione tra il governo francese e quello iracheno contribuisce a determinare l’annullamento della prevista visita del presidente iracheno Yawar a Parigi). Per il resto, è un coro di dichiarazioni di solidarietà alla Francia e di condanna del sequestro, sia da parte dei leader occidentali, sia da parte di leader, organizzazioni, istanze religiose arabe e mussulmane. Le trattative vanno per le lunghe: ogni volta che la liberazione sembra prossima, un violento bombardamento americano sulla zona di detenzione degli ostaggi manda tutto all’aria. L’11 novembre, durante l’attacco a Falluja, gli americani ritrovano Mohamed al Joundi, la guida siriana di Chesnot e Malbrunot, abbandonato dai suoi custodi in fuga: racconta di essere stato separato dai giornalisti circa un mese prima e di non sapere nulla della loro sorte. Il 21 dicembre al Jazeera dà la notizia della liberazione dei due giornalisti, che il 22 dicembre rientrano a Parigi. Le autorità negano il pagamento di un riscatto ma fonti dei servizi e il leader dell’Udf Bayrou sembrano suggerirlo. Nel gennaio 2005, giunto a Parigi e con l’assistenza di un legale, Mohamed al Youndi sporge denuncia per tortura e atti di barbarie contro l’esercito Usa e in particolare il luogotenente generale dei marines John Sattler: la guida siriana afferma infatti di aver subito dagli americani tre esecuzioni simulate, un tentativo di accecamento, calci, botte, scariche elettriche e di essere stato rilasciato dopo 8 giorni di torture "in mezzo a una strada, senza documenti e quasi nudo" in una zona di scontri.

23 agosto 2004

Gli attacchi americani a Najaf si sono intensificati, "su ordine del governo di Baghdad", come precisa il comando Usa. I marines colpiscono con un missile il muro occidentale del santuario provocando uno squarcio di due metri: la notizia, smentita dal comando Usa, è confermata dalle immagini trasmesse da molte reti televisive e da "France presse". I combattimenti impediscono la realizzazione degli accordi per la consegna del santuario agli uomini di al Sistani: la delegazione dell’autorità religiosa che dovrebbe procedere all’inventario non può raggiungere la moschea.

24 agosto 2004

Una commissione d’inchiesta presieduta da James Schlesinger afferma la corresponsabilità di Donald Rumsfeld e dei vertici dell’esercito americano, colpevoli di scarso controllo, per le torture di Abu Ghraib: che non sono episodi isolati, dal momento che la commissione ne registra almeno 300. I risultati di un’altra indagine, interna all’esercito e affidata ai generali George Fay e Anthony Jones, sono diffusi il giorno successivo: delineano il forte coinvolgimento dei servizi segreti militari nelle torture, le responsabilità del generale Ricardo Sanchez, il fenomeno dei detenuti – fantasma, non registrati per non dover rendere conto della loro sorte al Comitato internazionale della Croce rossa. Un funzionario del Pentagono procura al "New York Times" stralci segreti di quest’ultimo rapporto, che accusano Sanchez di aver autorizzato ad Abu Ghraib metodi di interrogatorio contrari alla Convenzione di Ginevra, permessi soltanto a Guantanamo e in Afghanistan nei confronti dei talebani; di aver cambiato le regole di interrogatorio 3 volte in un mese, inducendo una confusione che ha favorito gli abusi.

25 agosto 2004

L’ayatollah Ali al Sistani giunge da Londra a Bassora e organizza una marcia pacifica su Najaf, nel tentativo di fermare i combattimenti e di salvare dalla annunciata profanazione i luoghi santi. Migliaia di sciiti sono già in marcia per Najaf, alcuni di loro sono mitragliati a Kufa dalla Guardia nazionale (2 morti). La polizia irachena arresta, insieme a 4 suoi collaboratori, Ali al Smaisim, l’assistente di al Sadr incaricato delle trattative di tregua, con l’accusa infamante di tentato furto del tesoro contenuto nel mausoleo (in risposta le "Brigate della collera divina" rapiscono due parenti del ministro della Difesa al Shalaan, chiedendo per la loro liberazione il rilascio di al Smaisim e il ritiro delle truppe americane da Najaf). Durante la notte, la polizia arresta inoltre 60 giornalisti e ne espelle altri dalla città, con l’accusa di riportare il falso. Anche Falluja è bombardata.

26 agosto 2004

La pacifica marcia degli sciiti verso Najaf si trasforma in una carneficina: per 4 volte la polizia irachena spara, provocando circa 100 morti e 400 feriti, ma non riesce a fermare la folla (almeno 30.000 persone) che giunge nella città santa ponendo termine all’assedio. Al Sistani si incontra con i rappresentanti di al Sadr con i quali raggiunge un accordo che prevede il ritiro delle truppe americane da Najaf, Kufa e dintorni, l’allontanamento degli armati dai luoghi santi e dalla città, l’affidamento dell’ordine pubblico a forze di polizia che godono della fiducia dell’Hawza, il risarcimento governativo per chi è stato danneggiato nei combattimenti. Ali al Smaisin è rilasciato il giorno successivo.

29 agosto 2004

Due ingegneri turchi, rapiti nei giorni scorsi dalla guerriglia irachena, sono liberati dopo che le imprese per cui lavorano hanno accolto l’ultimatum di lasciare l’Iraq.

30 agosto 2004

Dopo un violento scontro tra truppe americane e guerriglieri sciiti a Sadr city, Moqtada al Sadr annuncia ai suoi seguaci un cessate il fuoco in tutto il paese e la partecipazione del suo movimento al processo politico, come concordato con Mowaffak al Rubaie, consigliere per la Sicurezza nazionale del governo. Continuano i bombardamenti sul triangolo sunnita.

31 agosto 2004

Il gruppo "Ansar al Sunna" uccide 12 nepalesi, cuochi e inservienti alle dipendenze di una ditta giordana che gestisce subappalti presso le basi americane, sequestrati lo scorso 20 agosto: "Abbiamo eseguito la sentenza di Dio contro i 12 nepalesi credenti in Buddha venuti dal loro paese per combattere i mussulmani e per servire gli ebrei e i cristiani" recita il messaggio che annuncia l’esecuzione. Ajad Anwar Wali, iracheno immigrato da oltre 20 anni in Italia, residente fino al 2003 a Castelfranco veneto (Treviso), sposato a un’italiana da cui ha avuto un figlio, è rapito a Baghdad, con il collaboratore turco Yalmaz Dabja, nell’ufficio della ditta di import – export, fondata dal fratello, in cui lavora; la segretaria, sequestrata insieme a loro e liberata dopo un’ora, spiega che i rapitori sospettano Wali e Dabja di collaborare con gli occupanti italiani e americani. Non ci sono rivendicazioni né richieste. In Italia il caso non ha la risonanza degli altri rapimenti, la famiglia accusa la Farnesina di disinteressarsene. Wali e Dabja sono uccisi il 2 ottobre: i rapitori, il gruppo salafita "Brigate di Abu Bakr al Sadiq", diffondono il 4 ottobre un video dell’esecuzione, motivata con l’accusa ai due di essere collaboratori dei servizi segreti israeliano, turco e iraniano.

1 settembre 2004

Su istanza dell’ambasciatore americano John Negroponte, deciso a sabotare qualsiasi esito negoziato del conflitto con la resistenza sciita, il governo Allawi si rimangia l’accordo appena concluso con al Sadr: il comando Usa infatti non intende rispettare l’impegno a non entrare nel quartiere sciita di Sadr city. Falluja subisce un bombardamento particolarmente pesante.

2 settembre 2004

Un missile, di due partiti in rapida successione, esplode presso la sede comune di tre ong italiane: Ics, Un ponte per…, Intersos. Il personale esclude un attacco mirato: non ha mai ricevuto minacce, è da sempre contrario all’intervento militare; inoltre nelle vicinanze ci sono due ministeri, la sede dell’Oms, lo Sheraton, più credibili come potenziali bersagli. Si ripenserà tuttavia a questo episodio quando dalla medesima sede saranno rapiti 4 cooperanti.

3 settembre 2004

Il generale americano Peter Chiarelli sostiene la necessità di un altro attacco contro i seguaci di al Sadr alla periferia di Baghdad; la polizia irachena chiude con la forza tutte le strade che portano alla moschea di Kufa, dove al Sadr dovrebbe tenere il suo sermone del venerdì. La zona di Falluja, di Ramadi, di Latifiya subiscono bombardamenti incessanti; Latifiya è circondata dalle forze Usa e irachene, le comunicazioni telefoniche e stradali sono interrotte, si compiono rastrellamenti. A Baghdad è arrestato Abdul Jabbar al Kubaisi, presidente dell’Alleanza patriottica irachena: interrompendo un esilio trentennale, Kubaisi è tornato in Iraq subito dopo l’invasione, con l’intento di promuovere l’unità di tutte le forze popolari contrarie all’occupazione e di lottare per l’indipendenza e la sovranità dell’Iraq. L’attività della resistenza si intensifica (in questo periodo si arriva a 60 azioni giornaliere).

3 settembre 2004

Il quotidiano "Il Manifesto" raccoglie le testimonianze di un gruppo di bersaglieri della Brigata Garibaldi, recentemente tornati a Caserta dall’Iraq. I soldati chiedono l’anonimato ("non è la prima volta che un bersagliere è punito e messo sotto inchiesta perché parla con i giornali"); raccontano della miseria che colpisce il popolo iracheno: "uomini che muoiono di fame", "bambini che cercano di rompere qualche tubatura dell’acqua per bere", "donne anziane che dormono per terra coperte di piaghe"; ma soprattutto le violenze dei soldati della Coalizione: "Ho visto i marines entrare in case di donne sole. Mettevano i mitra in faccia alle donne e stringevano le manette ai polsi di ragazzini che non avevano più di 5 o 6 anni. Io ho foto di bambini messi faccia al muro come criminali, fatti inginocchiare, schiaffeggiati". Ce n’è anche per i soldati italiani: "Alcuni nostri commilitoni si divertivano a circondare le case di alcuni sospetti, dargli fuoco e guardare bruciare la casa. Poi spegnevano e arrestavano questa gente che risultava per la maggior parte delle volte del tutto innocente"; secondo un altro invece gli italiani non sono violenti: "Gli americani appena entrano in una casa pensano ad accanirsi su chi ci abita, gli italiani al massimo prendono tutto ciò che c’è da prendere. Un amico è riuscito a fregarsi due orologi e quattro spille d’oro". Nessuno di loro, affermano, ha inoltrato una vera e propria denuncia di questi episodi: "Non risulta una mia denuncia formale. Ne ho parlato con i superiori e basta. Se avessi denunciato formalmente, la mia carriera sarebbe finita lì".

4 settembre 2004

Le forze americane si accaniscono su Tal Afar, a nord ovest di Mossul, non lontana dal confine siriano e per questo ritenuta dal comando americano un punto di passaggio di guerriglieri provenienti dalla Siria: due quartieri sono circondati e rastrellati, infuria la battaglia, la città è bersagliata dai carri armati e dall’aviazione. Almeno 30 abitazioni sono distrutte, i morti, oltre 20, sono quasi tutti donne e bambini. Tal Afar, come moltissime città irachene, è ormai fuori dal controllo Usa e del governo provvisorio: la sua popolazione, in gran parte turcomanna sciita, sostiene Moqtada al Sadr e, alleata alla resistenza sunnita molto forte nelle zone circostanti, si oppone alla creazione di uno stato kurdo americano nel nord Iraq. L’attacco contro una città turcomanna è destinato a suscitare le reazioni della Turchia, che ha già motivi di malcontento nei confronti degli Usa: lamenta da tempo il mancato intervento americano contro un gruppo di 5000 ribelli dell’ex Pkk (ora Congragel) che si sarebbero rifugiati nel Kurdistan iracheno e minaccia di intervenire in prima persona. Un’altra offensiva americana colpisce Dour, presso Tikrit, dove si pensa possa essere nascosto l’ex vice presidente Izzat Ibrahim detto al Douri, molto malato ma ancora latitante, presunto capo della guerriglia baatista (il 5 settembre il governo iracheno annuncia la cattura di al Douri ad opera delle truppe americane, ma si tratta di un sosia).

4 settembre 2004

Continuano i racconti al quotidiano "Il Manifesto" dei bersaglieri della Brigata Garibaldi: "Ogni mattina ci dicevano di andare a sud e pattugliare. Col tempo, con i rimproveri e le punizioni abbiamo capito che se non tornavamo con un sostanzioso gruppo di fermati per noi non sarebbe stata vita facile in Iraq". Quindi "entravamo in case dove non bisogna neanche sfondare la porta, basta spingerla con un dito…Prendi quelli che ti capitano, se giovani uomini meglio, ma anche donne sole…se mogli, sorelle, madri di guerriglieri possono dare qualche informazione". Discutibili i metodi dell’arresto: "Non capisco… i modi con cui li dobbiamo ammanettare, mettere il cappuccio contro i morsi, perquisire anche le donne che non nascondono nulla e appena ti avvicini si mettono a piangere". E poi "al comando questi non dicono nulla, l’interprete inventa tutto lui". Torture no, "si vede in faccia che questi non sanno niente" però "li si arresta, li si fa stare inginocchiati per tutta la mattina con le mani legate dietro la schiena. Senza motivo. Gli ufficiali dicono che è la prassi". Il perché è presto spiegato: "non è di nostra competenza arrestare e fermare la gente. Ma serve. Serve agli alti ufficiali, serve a dimostrare che teniamo sotto controllo il territorio,…serve a dimostrare che conosciamo i terroristi dell’intera provincia di Dhi Qar. Non è vero nulla. Qui il 90% della gente non ha neanche la forza di fare il terrorista, da qui passano i guerriglieri e le armi ma appena c’è un po’ di movimento noi veniamo tolti di mezzo". A questo proposito i bersaglieri raccontano: "Quando è venuto Berlusconi a Nassiriya ogni soldato aveva l’ordine di pattugliare, ma di non intervenire mai. Se tu non tocchi la guerriglia, la guerriglia non tocca te. In quei giorni avemmo notizia anche di un passaggio di armi verso Tallil…ma non intervenimmo". I soldati non sono d’accordo con questa linea: "Preferiscono farci stare tranquilli, però…se stiamo fermi, se lasciamo agire, prima o poi ci colpiranno, come hanno già fatto. Ma se non abbiamo la forza di contrastare la guerriglia non ci dovevano proprio far venire". Il mondo politico non reagisce alle denunce del giornale, solo il deputato verde Paolo Cento presenta un’interrogazione urgente al governo. L’esercito invece dichiara che per i soldati italiani "non è costume appropriarsi di cose che non sono di loro proprietà o assistere passivamente a certi episodi"; inoltre "nessun militare Usa opera nell’area di responsabilità italiana e gli unici militari statunitensi presenti nella zona vivono e operano nella base di Tallil dove assolvono a funzioni logistiche e di difesa di base" (quindi gli italiani non avrebbero potuto esser testimoni dei comportamenti brutali di soldati americani raccontati al giornale); infine "quanto descritto dall’articolo non corrisponde affatto alle modalità adottate dall’Esercito italiano, che prevedono di agire in sicurezza, ma nel pieno rispetto dei cittadini".

7 settembre 2004

Le incessanti incursioni americane con carri armati ed elicotteri nel quartiere di Sadr city – controllato dai seguaci di Moqtada – sfociano in una sanguinosa battaglia con 40 morti e 200 feriti tra gli iracheni. Moqtada al Sadr è sempre disponibile ad un cessate il fuoco sul modello di Najaf (v. sopra, 30 agosto 2004), è inoltre favorevole e disposto a partecipare al processo elettorale, ma Allawi e il comando americano non riescono a tollerare che una ampia zona della capitale continui ad avere una gestione autonoma. La morte di due marines porta il numero dei morti americani a mille; contemporaneamente, stando al registro dei decessi tenuto presso la clinica "Sheik Omar" di Baghdad, gli iracheni morti a causa della guerra sono oltre 10.000 nella sola capitale: in tutto il paese sono almeno 30.000, ipotizzano alcune associazioni umanitarie, sulla base di un rapporto di 30 morti iracheni per un morto americano. Ma sono probabilmente di più (v. sopra, "Escalation militare americana e risposta irachena", 28 giugno 2004).

7 settembre 2004

ABaghdad, nella sede delle ong italiane già sfiorata da un missile (v. sopra, 2 settembre 2004) un commando di 20 uomini armati e in divisa sequestra, dopo avere chiesto i nomi, Simona Pari, Simona Torretta, Ra’ad Ali Abdul Aziz (di Un ponte per…) e Mahnaz Bassam (di Intersos). A partire dal giorno seguente, si intrecciano rivendicazioni variamente firmate, richieste di ritiro delle truppe italiane, richieste di liberazione delle prigioniere mussulmane detenute dagli occupanti. Ed è quest’ultima richiesta a fornire un possibile filo della vicenda, nonostante l’accavallamento di comunicati più diversi (compresi annunci di esecuzione mediante decapitazione o sgozzamento), insieme ad una nota di Palazzo Chigi - "a prescindere che la richiesta venga o meno da un gruppo effettivamente rappresentativo, il governo proseguirà nella sua azione…affinché eventuali detenuti che risultino ristretti in assenza dei necessari presupposti possano essere liberati".In Italia il sequestro crea un clima di unità nazionale, che vede l’opposizione partecipare ad un incontro a Palazzo Chigi, mentre lo stesso leader di Rifondazione Fausto Bertinotti afferma che l’obiettivo del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq e quello della liberazione dei quattro cooperanti sono distinti e il secondo è prioritario. Sono indette manifestazioni in tutte le città italiane, con una generosa presenza anche di arabi e mussulmani, mentre in molte moschee si prega per la liberazione degli ostaggi. In Iraq si riscontra il coinvolgimento dell’Associazione degli ulema, dal Libano giunge la solidarietà di Hezbollah. Il 25 settembre, il più importante giornale del Kuwait, "Al Rai al Aam", basandosi su una fonte in contatto con i movimenti di resistenza islamici, scrive che le due italiane non sono state uccise e che sono trattate nel rispetto della sharia. Il 28 settembre i quattro ostaggi sono rilasciati separatamente. Pari e Torretta sono consegnate a Maurizio Scelli, commissario della Croce rossa italiana: le ragazze portano con sé un pacchetto di dolci, donato dai loro rapitori ed affermano di essere state trattate con grande rispetto. Alla voce di una trattativa per lo scambio di ostaggi si è accompagnata quella di un riscatto di modico valore (1 milione $); nelle trattative il Sismi avrebbe potuto contare sull’aiuto fondamentale dei servizi segreti siriani e giordani, mentre avrebbe avuto disposizione di evitare i servizi americani (nell’imminenza della liberazione, le forze Usa hanno compiuto blitz e arresti che avrebbero potuto pregiudicare le trattative). Il giorno successivo al rilascio, tra feste e ringraziamenti, le due italiane invitano a non dimenticare la tragedia del popolo iracheno: "Certo, le truppe se ne devono andare e io spero di tornare presto in Iraq" dice Simona Torretta affacciata alla finestra del Campidoglio.

8 settembre 2004

A Sadr city la situazione è calma dopo una tregua unilaterale proclamata da al Sadr. Violenti attacchi aerei colpiscono Falluja, provocando fughe degli abitanti e, secondo le autorità americane, 100 morti iracheni (circa 10, secondo fonti ospedaliere): i bombardamenti sulla città si susseguiranno, ormai, a ritmo praticamente quotidiano. Il Pentagono ammette che buona parte dell’Iraq centrale è controllata dai ribelli, il "New York Times" afferma che "gli americani hanno fallito nel porre fine alla rivolta in aree controllate dai sunniti e in alcune enclave sciite": dichiarazioni tardive e parziali che però non preludono all’ammissione che la guerra è stata un errore, bensì ad una recrudescenza degli attacchi contro le roccaforti della resistenza, ad una situazione di guerra pressoché totale.

9 settembre 2004

Tal Afar, sempre col pretesto del transito di guerriglieri in arrivo dalla Siria, è bombardata per 7 ore, circondata, isolata: anche i soccorsi medici sono impediti, i morti sono almeno 27, i feriti 70. Le truppe americane entrano a Samarra, città per loro off limits da fine maggio, ufficialmente per insediare un sindaco e un capo della polizia a loro fedeli. Ma, secondo quanto affermerà il 30 settembre il quotidiano inglese "Financial Times", gli americani in realtà non riconquistano Samarra: vi entrano brevemente "grazie ad una tregua concordata con i leader locali, che prevede il pagamento di milioni di dollari prelevati dai fondi per la ricostruzione, in cambio della fine degli attacchi alle truppe statunitensi e irachene"; poi tentano di accreditarsi "un successo nel loro tentativo…di sconfiggere gli insorti". Al Jazeera diffonde un comunicato di al Zawahri, il quale afferma che sia in Afghanistan che in Iraq "i mujahiddin hanno sventato i piani dell’America: la sconfitta degli americani è vicina". A Washington, in un’audizione al Comitato per le forze armate del Congresso, il generale Paul Kern dichiara che sono almeno 100 i detenuti fantasma iracheni, non registrati dalla Cia e quindi sottratti al controllo della Croce rossa internazionale.

10 settembre 2004

La Turchia chiede agli Stati uniti "di fermare il prima possibile l’offensiva su Tal Afar e di evitare l’uso eccessivo della forza"; rimasta inascoltata, Ankara giungerà a minacciare la rottura della cooperazione in Iraq tra Turchia e Usa (sostegno logistico, rifornimenti, uso della base aerea di Incirlik) se le uccisioni di civili dovessero continuare: l’assedio a Tal Afar sarà tolto il 14 settembre. A Baghdad i militari iracheni, al termine delle funzioni religiose del venerdì, sparano sui seguaci di al Sadr; a Najaf i sostenitori di al Sadr sequestrano 4 agenti iracheni, minacciando di ucciderli se la polizia non rinuncerà a braccare il loro leader.

11 settembre 2004

Armin Cruz, agente dei servizi segreti statunitensi, è condannato dalla corte marziale per i maltrattamenti inflitti ai prigionieri iracheni di Abu Ghraib ad 8 mesi di reclusione, alla degradazione e all’espulsione dall’esercito. Cruz, ritenuto colpevole anche di aver cospirato con la polizia militare per nascondere le torture e per aver maltrattato dei subordinati che si rifiutavano di coprirlo, è l’unico appartenente ai servizi accusato per i delitti di Abu Ghraib.

12 settembre 2004

Per vendicare l’attacco ad un convoglio gli elicotteri americani bombardano il centro di Baghdad, presso Haifa street, causando la morte di 13 persone e il ferimento di altre 55; il giornalista palestinese Mazin Tumaisi di al Arabiya è ucciso mentre sta documentando in diretta gli avvenimenti, il suo operatore è ferito. I guerriglieri, che ormai controllano molti quartieri anche centrali, riescono a far retrocedere i carri armati americani, pur coperti dagli elicotteri.

14 settembre 2004

Il presidente americano Bush, seguendo un suggerimento dell’ambasciatore a Baghdad Negroponte, chiede al Congresso di stornare a beneficio del capitolo sicurezza il 20% dei fondi stanziati nel 2003 per la ricostruzione irachena e spesi solo in minima parte.

15 settembre 2004

Il segretario dell’Onu Kofi Annan dichiara alla Bbc che l’invasione dell’Iraq "è stata un’azione illegale: spero di non vedere per molto tempo un altro intervento militare come quello". Il giorno successivo gli Usa per bocca di George W. Bush, la Gran Bretagna attraverso il ministro dell’Industria Patricia Hewitt, l’Australia con il premier John Howard, seguiti da Polonia e Bulgaria, reagiscono con sdegno, tentando di dimostrare la legalità internazionale e l’opportunità della guerra e accusando Annan di interferire nella campagna elettorale americana.

16 settembre 2004

Il quotidiano "Dominion" rivela che la Nuova Zelanda vuole ritirare dall’Iraq entro la settimana il proprio contingente di 60 militari, dal momento che in Iraq non è più possibile mantenere il ruolo non combattente, di supporto alla ricostruzione per il quale le truppe sono state inviate; le autorità invitano anche tutti i cittadini a tenersi lontani dall’Iraq.

16 settembre 2004

Tre tecnici della Gulf supplies and commercial services company (Eugene Armstrong, Jack Hensley, americani e Kenneth Bigley, inglese) sono rapiti in un quartiere residenziale di Baghdad. Il rapimento è rivendicato il 18 settembre dal gruppo "Tawhid e Jihad", che minaccia di decapitarli entro 48 ore se tutte le donne mussulmane rinchiuse ad Abu Ghraib e ad Um Qasr non saranno liberate. Secondo gli Usa (poco affidabili in materia, cfr. sopra, 9 settembre 2004), nelle carceri irachene sarebbero detenute solo due donne, le scienziate Rihab Rashid Taha e Huda Salih Mahdi Ammash, ex esponenti del partito Baath, soprannominate dagli americani, rispettivamente, dottoressa Germe e dottoressa Antrace in quanto sospettate di aver lavorato a un progetto per la realizzazione di armi biologiche nel passato regime. Il 20 settembre è decapitato l’americano Armstrong, il 21 settembre è ucciso Hensley e il suo corpo senza testa è recapitato il giorno seguente all’ambasciata Usa. Il 22 la notizia di una imminente liberazione di Rihab Rashid Taha è confermata dal ministero della Giustizia iracheno, ma l’ambasciata americana interviene per smentire e Allawi si adegua prontamente, frustrando le speranze di salvezza per l’ostaggio inglese. La liberazione degli scienziati iracheni (comprese le due donne) detenuti da oltre 17 mesi in isolamento senza processo e senza accuse è chiesta il 25 settembre da David Kay, ex capo degli ispettori Usa e da Hans Blix, ex capo degli ispettori Onu in Iraq, che parlano al proposito di violazione delle convenzioni internazionali, ma il comando americano a Baghdad ribatte che la detenzione degli scienziati è autorizzata dalla risoluzione Onu. Bigley sarà giustiziato l’8 ottobre dopo – secondo quanto riferito dalla stampa - un fallito tentativo di fuga organizzato dai servizi britannici.

17 settembre 2004

All’Assemblea internazionale contro la guerra e la globalizzazione di Beirut è presentato un rapporto a cura dell’Institute for policy studies e del Foreign policy in focus, intitolato "Pagando il prezzo: i costi crescenti della guerra in Iraq". Il rapporto riferisce che dall’inizio della guerra sono morti 1195 militari della Coalizione (di cui 1057 americani), 157 civili (contractors), 30 giornalisti (di cui 8 americani). Secondo l’Institute for strategic studies di Londra la guerra ha rinvigorito al Quaeda, che ora conterebbe su almeno 18.000 adepti (un migliaio in Iraq); secondo il Pentagono militano nella resistenza 20.000 iracheni, secondo il generale inglese Andrew Graham almeno 50.000. Sondaggi condotti in 8 paesi europei e arabi rivelano l’opinione comune che la guerra abbia deteriorato la sicurezza mondiale, la sua conduzione è disapprovata dalla maggioranza degli americani, mentre la metà delle truppe lamenta carenze nell’equipaggiamento ed ha il morale decisamente basso. In termini economici la guerra costerà 3400 $ ad ogni americano secondo l’economista Doug Henwood; nel lungo periodo, secondo James Galbraith, provocherà aumento del deficit commerciale e inflazione. Circa le vittime irachene il rapporto fa riferimento all’Iraq body count, secondo il quale i civili morti andrebbero da un minimo di 12.976 a un massimo di 15.033 (con 40.000 feriti) mentre sarebbero morti da 4.895 a 6.370 tra insorti e soldati. Sono inoltre da aggiungere gli effetti di 2.200 tonnellate di bombe all’uranio impoverito rovesciate sul paese. L’economia irachena è allo sfascio, la disoccupazione è al 60%, le esportazioni di petrolio sono discontinue a causa degli attacchi alle infrastrutture e non garantiscono l’afflusso di valuta; il sistema sanitario e quello scolastico sono in rovina. La sovranità nazionale è di pura facciata, i diritti umani non hanno tutela, le convenzioni di Ginevra sono ignorate; infine molti paesi della Coalizione hanno inviato le truppe contro l’opinione pubblica interna, in stragrande maggioranza ostile alla guerra.

18 settembre 2004

Nel sud riprendono i combattimenti, le truppe inglesi occupano un ufficio di Moqtada al Sadr, innescando la reazione dei suoi seguaci, ma si ritirano in seguito alle minacce di una offensiva generalizzata e di attacchi agli impianti petroliferi. Dopo 24 anni, un nuovo ambasciatore iracheno, Majoid al Sheik dello Sciri, si accredita a Teheran.

19 settembre 2004

Le "Brigate Mohammad bin Abdullah" sequestrano 18 militari della Guardia nazionale irachena e chiedono, per la loro libertà, il rilascio di Hazim al Arayi, collaboratore di Moqtada al Sadr, arrestato dagli americani (i 18 sono rilasciati senza contropartite il giorno seguente per ordine di al Sadr). Un membro dell’Associazione degli ulema, Hazim al Zeidi, è rapito con due uomini della sua sicurezza mentre esce dalla moschea di cui è responsabile (una delle pochissime moschee sunnite di Sadr city). Il suo corpo senza vita è ritrovato all’alba del giorno successivo, mentre i due uomini della scorta sono liberati.

20 settembre 2004

A Baghdad, nel centrale distretto sciita di al Baya, è ucciso un altro membro dell’Associazione degli ulema, Mohammed al Janabi, mentre sta entrando in una moschea per la preghiera. Sunniti e sciiti seguono insieme il corteo che accompagna le bare dei due dignitari uccisi; tanto Moqtada al Sadr quanto Abdel Salam al Kubaisi tengono a sottolineare gli eccellenti rapporti tra le comunità religiose sunnita e sciita, respingendo l’ipotesi di una responsabilità sciita nelle uccisioni; forse la responsabilità delle due uccisioni è di frange radicali sunnite in conflitto con l’Associazione degli ulema, la quale non ha mai emesso una fatwa che legittimi i sequestri politici ed anzi ha spesso mediato per la liberazione degli ostaggi; o, come sospetta al Kubaisi, dei servizi segreti, allo scopo di alimentare un conflitto interreligioso e di dividere la resistenza.

21 settembre 2004

A Najaf, i marines americani entrano nell’ufficio di al Sadr e catturano alcune persone che vi lavorano, tra cui Ahmed al Shaibani e Sayed Hosam al Husseini . A Baghdad, il quartiere di Sadr city è circondato dai carri armati che lo isolano: a partire da oggi, tutte le sere al calare del buio iniziano rastrellamenti casa per casa, accompagnati da violenze, distruzioni, catture indiscriminate e tutte le notti, poi, seguono pesanti bombardamenti; le condizioni igieniche e sanitarie sono pessime, si segnala la diffusione dell’epatite E (ma in tutto l’Iraq, dopo l’invasione, si denuncia un aumento vertiginoso dei casi di epatite e di tifo). Sempre nella capitale, le forze irachene e americane chiudono l’ufficio di corrispondenza della televisione pubblica iraniana "Al Alam": secondo il suo direttore, Mohammad Sharafaraz, la chiusura di al Alam è dovuta all’aver rivelato che dietro le azioni che colpiscono civili iracheni starebbe John Negroponte.

22 settembre 2004

A Bruxelles, i paesi Nato raggiungono faticosamente un accordo sulle modalità dell’addestramento delle forze irachene da parte dell’Alleanza: in base ad esso la missione Nato in Iraq sarà potenziata (da 40 a 300 ufficiali, ma senza personale francese, tedesco, spagnolo, belga)e sarà istituita vicino a Baghdad una accademia militare per addestrare gli iracheni; al comando della missione sarà il generale americano David Petraeus, che è anche alla guida dell’addestramento effettuato dalle forze della Coalizione (un ‘doppio cappello’ osteggiato fino all’ultimo dalla Francia).

24 settembre 2004

Il segretario alla Difesa americano, Donald Rumsfeld, durante l’incontro con il premier iracheno Allawi, dichiara che gli americani "potrebbero ritirarsi dall’Iraq prima che questo sia stabilizzato": infatti "l’idea che il paese debba essere perfettamente pacificato prima che riduciamo le forze americane e della Coalizione sarebbe, credo, irragionevole, perché l’Iraq non è mai stato perfettamente calmo e non lo sarà mai"; Rumsfeld ammette che alcune aree dell’Iraq potrebbero "non essere mai conquistate dai soldati americani" e, dal momento che "nessun paese vuole truppe straniere sul suo territorio oltre lo stretto necessario…noi addestriamo le forze irachene".

25 settembre 2004

Il governo ad interim invita per domani a Baghdad i membri della Shura dei mujahiddin – che detiene il controllo di Falluja – per iniziare una trattativa: le condizioni poste dal governo sarebbero la consegna delle armi pesanti e l’allontanamento dei combattenti stranieri. Il comando americano, tuttavia, non è disponibile ad una soluzione concordata e continua a bombardare la città.

26 settembre 2004

A Washington, il segretario di Stato Colin Powell dichiara in un programma televisivo dell’Abc: "Stiamo combattendo contro una resistenza intensa. E la situazione sta peggiorando". Le parole di Powell intendono probabilmente preparare l’opinione pubblica all’offensiva in grande stile che l’amministrazione Bush intende lanciare in Iraq per riprendersi le zone liberate dalla guerriglia e rendere possibili le elezioni nel gennaio 2005. Molte fonti indicano che l’escalation militare – per non pregiudicare le possibilità di rielezione di Bush – inizierà appena dopo le elezioni presidenziali americane di novembre.

27 settembre 2004

A Kirkuk, l’Upk di Talabani fa sapere che "gli arabi se ne devono andare" dalla città e che la loro cacciata "è nel programma di tutti i partiti kurdi". Il generale Talib al Lahibi, comandante della Guardia nazionale irachena nella regione di Diyala, è arrestato con l’accusa di intese con la resistenza.

29 settembre 2004

Tony Blair, alle prese con il polemico congresso del suo partito a Brighton e in risposta a Kofi Annan che sostiene l’illegalità della guerra in Iraq, ripete alla Bbc un vecchio argomento: "Abbiamo agito perché Saddam Hussein continuava a non obbedire alle risoluzioni dell’Onu e a non collaborare con gli ispettori". Contemporaneamente, sul quotidiano "The Evening Standard", Andrew Gilligan (l’ex giornalista della Bbc che per primo ha diffuso le rivelazioni di David Kelly e che ha dato le dimissioni dall’emittente pubblica inglese dopo il ‘suicidio’ di Kelly e l’inchiesta Hutton, v. sopra, cap. "L’occupazione e la resistenza") sostiene di essere in possesso di documenti segreti del Pentagono secondo i quali le cose sono andate ben diversamente: i vertici militari americano e britannico hanno un incontro di preparazione all’attacco nel giugno 2002 e i primi ordini di pianificazione del medesimo sono impartiti il 7 ottobre 2002 (più di un mese prima della risoluzione Onu 1441 che dà all’Iraq "l’ultima possibilità di disarmare"); il piano definitivo dell’invasione è del 31 ottobre 2002 (gli ispettori Onu inizieranno il loro lavoro un mese dopo).

29 settembre 2004

Una ventina di automobili scorrazza per tre ore nella città di Samarra (ufficialmente riconquistata dagli americani, v. sopra 9 settembre 2004): a bordo, uomini armati sventolano le bandiere di "Tawhid e Jihad", gridano slogan, mitragliano in aria, costringono gli automobilisti a sostituire le audiocassette musicali con versetti del Corano registrati (lo riferisce il giorno seguente un reportage dell’Associated Press).

30 settembre 2004

L’esercito Usa annuncia la scarcerazione di 180 prigionieri da Abu Ghraib. Sul piano politico continuano le dichiarazioni tendenti a giustificare una prossima escalation militare: Rumsfeld afferma che gli Stati uniti hanno ancora buone possibilità di instaurare un governo democratico in Iraq, ma i ribelli "stanno riscuotendo un certo successo nel far credere alla gente che in Iraq…non sono pronti per la libertà". Allawi ribadisce la sua convinzione che le elezioni si terranno alla data prevista e aggiunge che "cementeranno le relazioni" tra le varie province dell’Iraq, mantenendolo unito.

30 settembre 2004

L’Esercito islamico sequestra due libanesi, otto iracheni, due donne indonesiane, tutti dipendenti di una impresa elettrica, chiedendo in cambio della loro vita la liberazione del religioso islamico Abu Bakar Bashir, detenuto a Djakarta con l’accusa di essere il leader di Jemaah Islamiah. Bashir però dichiara il 2 ottobre che "i mujahiddin non prendono donne in ostaggio" e che si rifiuterà di uscire dal carcere. Le indonesiane sono rilasciate il 5 ottobre.

1 ottobre 2004

Il comando americano annuncia di aver ripreso il controllo di Samarra, dopo un massiccio attacco dal cielo e da terra condotto congiuntamente da forze Usa e forze irachene collaborazioniste (per queste ultime l’azione è il battesimo del fuoco, in vista della definitiva resa dei conti con Falluja). L’operazione, accompagnata e seguita da rastrellamenti, è costata oltre 150 vittime, tra cui molti civili. La stretta dell’assedio e del coprifuoco continuerà per mesi, riducendo gli abitanti alla fame e all’emigrazione forzata verso la capitale.

4 ottobre 2004

A New York, in un intervento al Council on foreign relations, il ministro della Difesa americano Rumsfeld, riferendosi all’Iraq di Saddam Hussein e ad al Qaeda, ammette tranquillamente: "non ho mai visto nessuna forte e consistente prova che leghi i due" (poi rettificherà: le prove del legame tra Iraq e al Qaeda c’erano, ma erano false; tuttavia nel settembre 2002 giurava che la loro evidenza era "a prova di proiettile"); aggiunge che le informazioni ricevute dall’intelligence sulle armi irachene di distruzione di massa erano "sbagliate".

5 ottobre 2004

Il ministro britannico Straw, nel corso di una visita in Iraq, dichiara che le elezioni si terranno in gennaio in tutto il paese; il premier iracheno Allawi aggiunge che le operazioni militari continueranno fino ad assicurare la stabilità in tutte le città. Attacchi e bombardamenti continui tuttavia tolgono ogni credibilità al processo elettorale, contestato non solo dalla comunità sunnita, ma anche da Moqtada al Sadr (finora l’unico leader della resistenza favorevole ad elezioni) che dichiara: "Si tratta di elezioni americane, non irachene. Voglio elezioni libere e oneste…e non inquinate dagli americani che con esse mirano ad imporci un governo che sostenga la loro politica di occupazione". Persino il vice premier Hamid al Bayati dello Sciri e l’ayatollah Ali al Sistani contestano la Commissione elettorale, che ha pieni poteri su tutto il procedimento: composta da 9 membri, è stata nominata dagli occupanti e il rappresentante dell’Onu ha solo un voto consultivo; i 37 esperti Onu inviati in Iraq per agevolare il processo elettorale, poi, per timore di attentati stanno sempre confinati nella green zone e non hanno nessuna conoscenza diretta della reale situazione del paese.

6 ottobre 2004

Il Senato americano riceve il rapporto preparato da Charles Duelfer, nuovo capo degli ispettori americani in Iraq: in esso si conferma che, dopo la partenza degli ispettori dell’Onu nel 1998, l’Iraq non ha proseguito nei programmi relativi alle armi di distruzione di massa e che, al momento dell’invasione, la capacità di dotarsi di tali armi era inferiore a quella del 1998. Il predecessore di Duelfer, David Kay, per essere arrivato alle medesime conclusioni è stato cacciato nel dicembre 2003. Il presidente repubblicano del Senato Roberts, nel tentativo di giustificare la guerra all’Iraq nonostante tutto, tocca l’assurdo: "a quanto pare, gli stessi massimi consiglieri di Saddam Hussein, e forse lo stesso Saddam, credevano davvero che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa, mentre non era vero". Il rapporto Duelfer è comunque considerato provvisorio, per non mettere in difficoltà Bush nella sua campagna elettorale: l’attività degli ispettori formalmente continua.

7 ottobre 2004

Ali al Smaisim annuncia ad al Arabiya che l’esercito al Mahdi è pronto a consegnare le armi, nell’ambito di una iniziativa di pace relativa a Sadr city ed estensibile ad altre aree di tensione, a condizione che il movimento di al Sadr non sia perseguito, che i suoi dirigenti detenuti siano liberati e che siano risarciti i danni causati dai quotidiani bombardamenti su Sadr city. Il governo iracheno e il comando americano per il momento non rispondono, ma Moayad al Khazraji, collaboratore di Moqtada al Sadr, è liberato da Abu Ghraib dopo un anno di detenzione (230 detenuti sono liberati questa settimana dalle carceri della Coalizione). Sono in corso trattative anche per Falluja tra americani e la Shura dei mujahiddin, che a detta del negoziatore di quest’ultima sembrano giunti "a buon punto", ma nella notte il solito "attacco di precisione" americano fa morti e feriti tra civili che festeggiano un matrimonio.

10 ottobre 2004

Il governo degli Stati uniti chiede a quello britannico di spostare proprie truppe più a nord, in una zona finora controllata dall’esercito americano, all’evidente scopo di poter disimpegnare soldati Usa da impiegare per l’attacco finale a Falluja. Nonostante la contrarietà dell’opinione pubblica e dei vertici dell’esercito britannico, il governo Blair finirà per acconsentire: annunciato in Parlamento il 21 ottobre, lo spostamento di 850 soldati del reggimento scozzese Black Watch a Camp Dogwood, presso Mahmudiya, inizierà il 27 ottobre.

11 ottobre 2004

In base alla recente offerta di disarmo (v. 7 ottobre 2004), a Sadr city l’esercito al Mahdi inizia a consegnare le armi alla polizia irachena, dietro ricompensa e senza fretta. Un portavoce del governo egiziano comunica che la Conferenza internazionale sull’Iraq – di cui da tempo si parla, ma di cui rimangono ancora indefiniti l’agenda e i possibili partecipanti – si terrà in Egitto il prossimo 25 novembre. Duri scontri a Ramadi e a Hit, dove la moschea è in fiamme.

12 ottobre 2004

L’Aiea denuncia la sparizione di materiali nucleari e di strumenti per la loro produzione dal centro iracheno per la ricerca atomica di Tuwaitha. Già nell’aprile 2003 l’invasione e l’incuria delle truppe americane (v sopra, La seconda guerra del Golfo) aveva reso possibile il furto di almeno 10 kg di uranio; la denuncia attuale riguarda la demolizione di edifici e magazzini del centro nucleare, ora divenuto parco della ricerca, l’incessante trafugamento di materiale nucleare, di apparecchiature e strumenti. I controlli che stanno alla base della denuncia sono stati effettuati dall’Aiea attraverso satellite, perché gli Usa non hanno consentito all’agenzia l’accesso all’Iraq e il monitoraggio diretto.

13 ottobre 2004

Si apre a Tokio la Conferenza dei donatori, nel corso della quale il vice premier iracheno Barham Salih chiede "assistenza e aiuto a breve termine per distruggere le cause del terrorismo". I precedenti non giocano a suo favore: gli impegni presi nella Conferenza di Madrid dell’ottobre 2003 (v. sopra, L’occupazione e la resistenza) – aiuti per 14 miliardi $ - sono stati sostanzialmente disattesi, sono arrivate poche centinaia di milioni $; gli Usa hanno speso meno di 1 miliardo $ degli oltre 18 stanziati per aiuti all’Iraq dal Congresso, stornandone anzi 3,5 su spese militari contro la guerriglia. C’è sempre l’impegno Usa di ottenere l’azzeramento del debito iracheno: ma proprio in questi giorni la stampa (il settimanale americano "The Nation" e oggi il quotidiano britannico "Guardian") rivela che James Baker, incaricato da Bush di far pressione a tale scopo sui renitenti paesi creditori, contemporaneamente agisce per un consorzio che, dietro compenso percentuale, si propone di recuperare al Kuwait un risarcimento di 30 miliardi dovuto dall’Iraq. La Conferenza si conclude il 14 ottobre con qualche promessa e pochi risultati concreti: il Giappone promette 40 milioni $ per le elezioni, l’Iran 10 milioni $, i donatori in genere puntano sulle elezioni di gennaio che dovrebbero normalizzare la situazione e facilitare gli investimenti.

14 ottobre 2004

I negoziati di Falluja si interrompono, dopo un ultimatum del premier Iyad Allawi che intima, pena pesanti rappresaglie, la consegna di al Zarqawi e che rimane senza riscontro.

15 ottobre 2004

A Falluja, di fronte alle minacce del governo e degli occupanti, i capi religiosi affermano che "Zarqawi è il pretesto per distruggere case e uccidere civili innocenti"; annunciano quindi la disobbedienza civile e, se necessario, la jihad. I soldati americani arrestano sheik Kahled al Jumeili, il capo negoziatore della città, mentre sta uscendo dalla moschea di un villaggio vicino a Falluja (la sua liberazione, il 18 ottobre, non condurrà ad una ripresa delle trattative). La maggior parte della popolazione, non solo gli abitanti ma anche i combattenti, è già fuggita dalla città a causa dei bombardamenti incessanti e in previsione della resa dei conti finale.

15 ottobre 2004

Il premier polacco Marek Belka annuncia in Parlamento l’intenzione di ridurre, all’inizio del 2005, il contingente militare in Iraq. Il quotidiano americano "The Clarion-Ledger" dà notizia che un plotone della riserva impiegato in Iraq è stato posto agli arresti per ammutinamento: si è rifiutato di eseguire una consegna di carburante da Tallil a Taji, in una zona considerata pericolosa, senza scorta e con mezzi giudicati poco sicuri (i 18 riservisti sono scarcerati dopo 2 giorni, ma rischiano una condanna della Corte marziale). Alcune associazioni americane di soldati e di reduci contestano, oltre alle condizioni dei militari in Iraq e alla conduzione della guerra, anche le ragioni della guerra stessa, e ne chiedono la fine (Iraq veterans against war, Military families speak out).

18 ottobre 2004

Su un sito Internet appare un comunicato con cui Abu Mussab al Zarkawi riafferma i suoi legami con al Qaeda dopo un intuibile periodo di freddezza: "Annunciamo che Tawhid e Jihad, il suo principe e i suoi soldati, hanno promesso lealtà allo sceicco dei mujahiddin Osama bin Laden…Abu Mussab è stato in contatto con i fratelli di al Qaeda per 8 mesi, con scambi di punti di vista, poi i contatti si sono interrotti per essere ristabiliti di nuovo e i fratelli di al Qaeda hanno capito la strategia di Tawhid e Jihad". L’intelligence americana dichiara di ritenere credibile il messaggio.

19 ottobre 2004

A Baghdad è rapita Margaret Hassan, cooperante dell’ong Care international, britannica di nascita e irachena di nazionalità (ha sposato un iracheno e vive da 30 anni in Iraq). Care international in Iraq si occupa attualmente di forniture mediche e di accesso all’acqua potabile: la Hassan, di casa nel paese, non lo ha abbandonato dopo il rapimento dei 4 cooperanti delle ong italiane, come hanno fatto in genere gli operatori stranieri. In un video trasmesso da al Jazeera il 22 ottobre la rapita supplica Tony Blair di ritirare le truppe inglesi dall’Iraq e soprattutto di non trasferirle nei pressi di Baghdad, come invece ha già promesso che farà. Non vi è rivendicazione del rapimento, nel video non appare il logo di alcuna organizzazione della guerriglia. In un nuovo video del 27 ottobre la donna rinnova le precedenti richieste (ma i soldati inglesi si stanno già ridispiegando a Camp Dogwood) e chiede il rilascio delle detenute irachene. Il 16 novembre al Jazeera annuncia l’esistenza di un video che mostra l’esecuzione di Margaret Hassan, probabilmente una tragica risposta al feroce attacco di Falluja.

19 ottobre 2004

A Sadr city, si conclude la riconsegna delle armi nelle mani della polizia irachena, tra l’apparente soddisfazione del governo ad interim e degli occupanti. Sembra però che abbiano consegnato armi, vecchie e magari acquistate per l’occasione (il governo le paga bene e ci si può guadagnare qualcosa), soprattutto normali abitanti del quartiere mentre i guerriglieri per ogni evenienza avrebbero nascosto le armi più efficienti lontano da Sadr city, al riparo da perquisizioni.

20 ottobre 2004

E’ fissata la data per la Conferenza internazionale sull’Iraq, che si terrà a Sharm el Sheikh il 22 e 23 novembre prossimi. Se la Francia propone da sempre che la Conferenza, con il ritiro degli occupanti all’ordine del giorno, sia aperta anche ai gruppi della resistenza che rinuncino alla violenza, l’incaricato per il Medio oriente del dipartimento di Stato americano William Burns dichiara che si tratta di "una Conferenza ufficiale tra governi e agenzie internazionali", mentre il ministro degli Esteri iracheno precisa che "non ci sarà nessun partito politico iracheno e nessuna organizzazione": con ciò svuotando la Conferenza stessa di significato e di utilità.

21 ottobre 2004

A Baghdad la Corte marziale americana condanna Ivan Frederick ad 8 anni di reclusione, al declassamento e alla radiazione con disonore per le torture nel carcere di Abu Ghraib. Frederick ha ammesso tra l’altro di aver colpito un detenuto così forte da renderne necessaria la rianimazione, di aver obbligato altri reclusi a masturbarsi pubblicamente, di aver tenuto un prigioniero incappucciato su un piedistallo con fili elettrici ai polsi e alle caviglie: la fotografia di quest’ultimo è diventata il simbolo della violenza americana nel mondo. Nel corso del processo imputato e testimoni riferiscono anche di ordini ricevuti che coinvolgono i superiori in grado, senza che questi ultimi subiscano conseguenze.

22 ottobre 2004

A Mossul le truppe americane e irachene entrano con la forza nella moschea durante la preghiera del venerdì e perquisiscono anche la zona riservata alle donne, pretendendo la consegna di alcuni sospetti: la reazione dei fedeli blocca l’irruzione. A Baghdad sheik Abd al Jabbar, uno dei leader della sunnita Associazione degli ulema, è arrestato con due figli e un vicino dopo aver partecipato ad una conferenza nel corso della quale si è fatto appello al boicottaggio delle elezioni. Sul fronte sciita i vari leader religiosi, su pressione dell’ayatollah Ali al Sistani, procedono invece sulla strada di un accordo per presentarsi alle elezioni con una lista unica, che raggrupperebbe sia i partiti attualmente al governo sia le istanze più radicali: ma la partecipazione del movimento di Moqtada al Sadr è dubbia.

25 ottobre 2004

L’Aiea e il governo Allawi confermano che dal centro iracheno di ricerche nucleari di al Qaqaa, devastato e saccheggiato di continuo dall’inizio della guerra ai giorni scorsi, sono state asportate almeno 400 t di potenti esplosivi. La notizia, da tempo comunicata all’amministrazione americana e destinata a restare segreta per non turbare la campagna elettorale di Bush, è tuttavia pervenuta alla rete televisiva americana Cbs e al "New York Times", che l’hanno resa pubblica. La zona di Qaqaa, circa 30 km a sud di Baghdad, è da mesi fuori dal controllo dell’esercito americano.

26 ottobre 2004

Dopo che il "New York Times" ha rivelato il trasferimento di prigionieri catturati in Iraq al di fuori del paese, il governo americano afferma che alcuni prigionieri iracheni non hanno diritto alla tutela delle Convenzioni di Ginevra, con ciò rivendicando nei loro confronti la legittimità di trattamenti modello Guantanamo.

28 ottobre 2004

La rivista scientifica "The Lancet" pubblica un rapporto sulla inchiesta condotta in Iraq da ricercatori della John Hopkins University di Baltimora, della Columbia University di Harlem e dell’Università Mustansirya di Baghdad, secondo cui la guerra ha finora provocato circa 100.000 morti iracheni. I ricercatori hanno confrontato i dati sui decessi avvenuti nei mesi prima dall’invasione e quelli sui decessi dei mesi successivi. "La violenza è causa della gran parte delle morti in più, e gli attacchi aerei delle forze della Coalizione sono la causa di gran parte delle morti violente", scrivono i ricercatori, che aggiungono: "In Iraq il rischio di morire di morte violenta dopo l’invasione è 58 volte più alto che nel periodo precedente".

29 ottobre 2004

Allawi intima nuovamente (v.14 ottobre 2004) agli abitanti di Falluja di consegnare al Zarqawi e i suoi adepti per evitare l’assalto finale, ma gli abitanti negano la presenza in città di Tawhid e Jihad. Il Consiglio nazionale tenta ancora una soluzione negoziata, ma il governo si rifiuta di discutere la condizione basilare posta dalla Shura dei mujahiddin, cioè la fine degli attacchi americani alla città, che continuano quotidiani (oltre a ciò, la Shura chiede il rientro degli sfollati e il risarcimento dei danni). Giungono in Iraq altri 4000 soldati americani, che portano a 142.000 il totale dei militari Usa.

1 novembre 2004

Il presidente iracheno Ghazi al Yawar, nel corso di una visita in Kuwait, critica i pesanti attacchi americani alle città sunnite: "Disapprovo totalmente l’idea di chi crede necessaria una soluzione militare e ritengo sbagliata la gestione della crisi da parte degli alleati"; a proposito dell’attacco finale previsto per Falluja con il pretesto di stanare al Zarkawi il presidente commenta: "E’ come se uno sparasse alla testa del suo cavallo perché ci si è posata una mosca: il cavallo muore e la mosca vola via".

2 novembre 2004

Circa 6500 soldati americani, che avrebbero dovuto rientrare in patria per il Natale, apprendono che dovranno fermarsi in Iraq almeno fino a febbraio 2005. Il premier ungherese Ferenc Gyurcsani dichiara che il suo paese non potrà mantenere le sue truppe in Iraq oltre le elezioni e che il rientro delle stesse avverrà entro il marzo 2005 (ma il Parlamento in seguito vota per una smobilitazione entro il 31 dicembre 2004); identica dichiarazione fa il ministro della difesa olandese, mentre il governo polacco annuncia un ridimensionamento del proprio contingente militare.

4 novembre 2004

Iyad Allawi, in visita in Europa a caccia di sostegno e di aiuti, incontra a Roma Silvio Berlusconi (che lo rassicura sulla permanenza delle truppe italiane in Iraq finché lo richiederà il legittimo governo iracheno) e il papa (che tace sulla guerra e l’occupazione e insiste sul rispetto delle etnie e delle diversità religiose); vola poi a Bruxelles dove incontra il 5 novembre i rappresentanti della Ue - tranne Chirac- (dai quali ottiene 30 milioni €) e della Nato (dai quali riceve la promessa di un "progressivo accrescimento della missione di addestramento").

5 novembre 2004

Si ha notizia di una lettera inviata la scorsa settimana a Bush, Blair e Allawi da Kofi Annan, in cui l’attacco a Falluja è stigmatizzato come un errore che potrebbe aumentare l’esasperazione degli iracheni e mettere in forse il processo elettorale: la missiva si guadagna risposte sprezzanti. I militari americani invitano con volantini e altoparlanti la popolazione di Falluja ad aiutarli a catturare i terroristi, avvisano che gli uomini sotto i 45 anni sorpresi ad entrare o uscire dalla città saranno arrestati, consigliano a donne e bambini di lasciare la città (si calcola che a Falluja siano rimaste 50-60.000 persone su una popolazione di 300.000); "siamo quasi pronti…aspettiamo solo l’ordine del premier Allawi" dice il comandante delle truppe da combattimento Michael Shupp. Nella giornata 5 raid colpiscono la città.

7 novembre 2004

Il premier Iyad Allawi, in vista dell’attacco risolutivo a Falluja, dichiara lo stato di emergenza e impone le legge marziale per 60 giorni (v. 7 luglio 2004) in tutto il paese, Kurdistan escluso. La Tv di stato mostra più volte le immagini della confessione di 19 guerriglieri stranieri, giunti in Iraq dai paesi vicini per combattere le forze occupanti.

8 novembre 2004

Iyad Allawi dà formalmente il via all’attacco contro Falluja, già circondata e isolata: accompagnati da pesanti bombardamenti i carri armati penetrano nella città. All’attacco partecipano 15.000 uomini: i circa 2.000 iracheni, in maggioranza peshmerga kurdi ritenuti più affidabili dagli Usa, sono in prima fila.

9 novembre 2004

I marines e le forze speciali irachene si spingono fino al centro di Falluja. Il generale Thomas Metz, che comanda le truppe americane, dichiara che i più importanti leader della guerriglia, probabilmente anche al Zarkawi, hanno lasciato Falluja; ciò nonostante pronostica "molti altri giorni di duri scontri casa per casa". La maggior parte dei guerriglieri è ripiegata su Ramadi, ma in città sono rimasti gruppi di combattenti, anche stranieri. Centinaia di case e diverse moschee sono spianate, i bombardamenti continuano, l’ospedale è occupato, gli altri presidi sanitari sono distrutti o danneggiati gravemente, i soccorsi ai feriti sono impediti. L’Associazione degli ulema invita gli iracheni a boicottare le elezioni, costruite "sui corpi delle vittime di Falluja"; il Partito islamico iracheno esce per protesta dalla coalizione di governo in cui copre il ministero dell’Industria (ma il ministro dell’Industria Ajim al Hassani preferirà uscire dal partito e mantenere l’incarico di governo). La guerriglia intanto riprende il centro di Ramadi, mentre a Baquba sono assaltati tre commissariati di polizia. Allawi decreta il coprifuoco anche a Baghdad.

10 novembre 2004

Il generale iracheno Abdel Kader Mohan annuncia di avere il controllo del 70% di Falluja, prevede la sua resa entro 48 ore e la sua stabilizzazione in una settimana. Fadhil al Badrani, giornalista arabo rimasto nella città assediata, non condivide simili certezze; anche il generale americano Thomas Metz ammette che la fine dei combattimenti è lontana. Infatti solo il 17 novembre la città è ufficialmente conquistata, senza che i combattimenti per altro cessino ancora. Al Badrani riferisce di moltissimi feriti senza soccorsi o morti senza sepoltura che giacciono per le strade; la Mezzaluna rossa parla di disastro umanitario, accusa l’esercito americano di non permettere i soccorsi agli abitanti di Falluja, denuncia anche le condizioni disperate di migliaia di profughi. "Ansar al Jihad" sequestra tre parenti del premier Iyad Allawi e minaccia di decapitarli se entro 48 ore non sarà sospeso l’attacco a Falluja e non saranno liberati gli uomini e le donne prigionieri nelle carceri irachene. Allawi come unica concessione fa sapere che varerà un’amnistia per chi non si è macchiato di crimini gravi. Il religioso sciita Hadi Jawad afferma che gli americani non avranno mai l’appoggio sciita per azioni come quella in corso a Falluja, nella sciita Bassora si svolge una manifestazione di solidarietà con gli assediati. L’attacco a Falluja scatena le reazioni della resistenza anche in altri centri: si combatte a Mossul, Baquba, Ramadi, Kerbala.

11 novembre 2004

Un convoglio umanitario raggiunge ad Habbaniya i profughi di Falluja. A Mossul sono attaccate e occupate 10 stazioni di polizia: degli 8000 agenti ne rimarrà in servizio solo un migliaio; i guerriglieri si impadroniscono del centro, la città rimane per qualche giorno fuori dal controllo del governo provvisorio e degli americani.

12 novembre 2004

Al Zarkawi si rivolge agli "eroi dell’Islam a Falluja", con un messaggio via Internet: "sia benedetta la vostra santa guerra", dice, "non abbiamo dubbi che i segni della vittoria di Dio appariranno all’orizzonte". Un convoglio umanitario è ad Amiriya pronto per raggiungere Falluja, ma gli Usa e il premier Allawi non consentono i soccorsi.

13 novembre 2004

Un convoglio umanitario di Mezzaluna rossa, Croce rossa internazionale e Unicef riesce ad entrare in città nonostante i divieti, ma dopo tre giorni di attesa sarà costretto dagli americani a tornare indietro senza poter prestare alcun soccorso.

16 novembre 2004

A Falluja un giornalista embedded della Nbc, Kevin Sites, entrato con alcuni soldati americani in una moschea devastata, filma l’esecuzione di un iracheno ferito e disarmato da parte di un marine che gli spara alla testa; i nomi e i visi dei marines coinvolti sono tenuti nascosti, ma le immagini fanno il giro del mondo. Non si tratta certo di un fatto isolato, ma è uno dei pochi del suo genere ad essere documentati dai media; il quotidiano "Al Quds al Arabi" edito a Londra commenta: "Le immagini che abbiamo visto sono solo una goccia di ciò che è avvenuto a Falluja e in altre città irachene…Falluja è la Guernica d’Iraq" (la successiva inchiesta rivelerà, dopo 5 mesi di indagini, che il marine ha ucciso in questo modo non uno ma tre iracheni feriti, tuttavia disporrà che non debba nemmeno essere processato, per aver agito "in propria difesa": le regole d’ingaggio consentono "l’uso di forza letale contro uomini in età militare che si ritiene abbiano intenzioni ostili, anche se non sparano"). Mossul è circondata e sorvolata da aerei; marines e Guardia nazionale irachena, giunti in forze, intendono riprenderne il controllo (v. sopra, 11 novembre 2004); il capo della locale polizia, generale Mohammed Kheiri, è destituito perché alcuni agenti avrebbero fraternizzato con gli insorti durante gli attacchi alle stazioni di polizia. A Baghdad i soldati americani arrestano nella sua casa il vice presidente del Consiglio nazionale iracheno Nassir Ayef e feriscono una delle sue guardie: Ayef ha guidato la delegazione incaricata di negoziare con la Shura dei mujahiddin di Falluja prima dell’attacco e, dopo l’offensiva, il suo partito (il Partito islamico iracheno; v. sopra, 9 novembre 2004) ha lasciato per protesta la coalizione di governo.

17 novembre 2004

Il colonnello americano Difrancisci dichiara che Falluja è ufficialmente conquistata; gli scontri però continuano. Dopo 10 giorni di bombardamenti e battaglie, il comando americano asserisce di aver ucciso a Falluja 1200 combattenti, il ministro iracheno per la Sicurezza Daoud fa salire la cifra a 1600; gli arrestati, tra iracheni e stranieri, secondo fonti americane sarebbero 1052. I militari americani morti sarebbero 39, quelli iracheni 5, sempre secondo fonti americane; per la Shura dei mujahiddin invece sarebbero stati uccisi 400 soldati americani e 140 iracheni. Si combatte a Ramadi, a Beiji. Iniziano a Berlino le trattative sulla riduzione del debito iracheno con i paesi del Club di Parigi: ad esse partecipa il governo ad interim, nella persona del ministro delle Finanze, il quale promette che le somme condonate saranno impiegate per la ricostruzione e che nella concessione degli appalti si terrà conto della generosità dei creditori.

18 novembre 2004

Mentre il generale americano John Sattler, riferendosi a Falluja, dichiara: "Abbiamo spezzato le reni agli insorti", il "New York Times" pubblica indiscrezioni circa il pessimistico contenuto di un rapporto classificato dell’intelligence dei marines, secondo il quale gli insorti della regione, nonostante le perdite, continueranno ad aumentare in numero, a potenziare l’attività di guerriglia e si rifaranno della sconfitta non appena le truppe americane saranno ridotte. Il governo ad interim promette che tra qualche giorno gli sfollati potranno rientrare, che saranno dati ad ogni famiglia i viveri per il ritorno e 100$. Ma a Falluja, secondo la testimonianza resa al "Washington Post" da un soldato americano, "non c’è praticamente un edificio che non sia stato colpito, manca l’elettricità e l’acqua potabile"; nessun gruppo umanitario ha potuto portare il minimo soccorso. Intanto, nelle zone sunnite di Baghdad e dintorni, sono arrestati oltre 100 "sospetti militanti fuggiti da Falluja".

19 novembre 2004

A Baghdad, nel quartiere sunnita di Adhamiya, le forze americane e irachene attaccano con l’artiglieria, durante la preghiera del venerdì, la moschea di Abu Hanifa (nota per la sua opposizione all’occupazione), facendo morti e feriti tra i fedeli e arrestandone 17.

21 novembre 2004

Il debito iracheno nei confronti dei paesi riuniti nel Club di Parigi (circa 40 miliardi $) sarà ridotto, in tre tranches, dell’80%: un compromesso tra le pretese degli Stati uniti, fautori di una riduzione del 90- 95% e la posizione di Francia, Germania e Russia, disponibili ad una riduzione del 50%. Questo accordo riguarda circa 1/3 del complessivo debito iracheno, stimato nella sua totalità attorno ai 125 miliardi $ e comprendente anche i debiti contratti con paesi estranei al Club di Parigi o con creditori privati. La Commissione elettorale irachena fissa la data del 30 gennaio per l’elezione dei 275 membri dell’Assemblea nazionale, che dovrà elaborare la nuova Costituzione, per le elezioni di 18 Consigli provinciali e del Parlamento autonomo kurdo: un voto fortemente voluto e condizionato dagli occupanti (la stessa Commissione elettorale è di nomina americana), apertamente osteggiato da una parte consistente della popolazione che contesta la validità e il significato di elezioni in un paese occupato e in guerra.

22 novembre 2004

Si apre nel pomeriggio in Egitto, a Sharm el Sheikh, la Conferenza internazionale sull’Iraq; sono rappresentati l’Iraq, gli stati confinanti, l’Unione del Maghreb, la Lega araba, l’Organizzazione della conferenza islamica, il G-8, la Cina, la Ue e l’Onu. Alcuni paesi arabi propongono di rinviare le elezioni irachene del 30 gennaio (v. sopra, 21 novembre 2004) per motivi di sicurezza e per evitare il boicottaggio minacciato dai sunniti, ma il governo iracheno non vuole dar l’impressione di cedere alla guerriglia (subito dopo aver ottenuto l’approvazione della data delle elezioni, tuttavia, il governo iracheno chiederà l’invio di nuove truppe per consentirne lo svolgimento). Circa la durata dell’occupazione, dietro il richiamo alla verifica del giugno 2005 prevista dalla risoluzione Onu 1546, appare chiara l’intenzione degli occupanti a restare in Iraq sine die. Per la prima volta un convoglio della Mezzaluna rossa ottiene il permesso di entrare a Falluja con cibo e autoambulanze; Bill Taylor, responsabile della ricostruzione per il dipartimento di Stato americano, afferma che gli Usa stanzieranno oltre 100 milioni $ per la ricostruzione di Falluja. A Mossul è ucciso un religioso sunnita, sheik al Feydhi.

23 novembre 2004

La Conferenza di Sharm el Sheikh si chiude con una dichiarazione finale ricalcata sulla risoluzione Onu 1546. La dichiarazione esprime la volontà di tutti i partecipanti di sostenere il processo elettorale confermando la data del 30 gennaio, nonostante rimanga aperta la questione sunnita (una delegazione comprendente esponenti del triangolo sunnita interviene oggi, non invitata, a chiedere nuovamente un rinvio del voto). La richiesta francese di convocare prima del voto una assemblea di riconciliazione nazionale, aperta anche alle forze della resistenza, non è recepita: si chiede soltanto al premier Allawi di incontrare prima delle elezioni gli esponenti della società civile irachena. La dichiarazione inoltre condanna genericamente tutti gli atti di violenza, invita tutte le parti a limitare l’uso della forza e ad evitare vittime civili; conferma la data del 31 dicembre 2005 per la conclusione del processo politico e per il ritiro delle truppe, sottolineando che un governo sovrano potrebbe comunque chiedere alle truppe di rimanere. Le forze americane, britanniche e irachene, con 5000 soldati, elicotteri d’attacco e cacciabombardieri, scatenano un’offensiva contro la resistenza nel ‘triangolo della morte’, a sud di Baghdad, comprendente realtà combattive come Mahmudiya, Latifiya, Yusufiya. Un altro religioso sunnita, sheik Ghaleb al Zuheir, membro dell’Associazione degli ulema (che ha invitato i sunniti a boicottare le elezioni), è ucciso a Miqdaya.

24 novembre 2004

Abdel Hussein al Hindawi, capo della Commissione elettorale, comunica che oltre 200 partiti sono stati ammessi a partecipare alle elezioni. Invece 8 partiti sunniti, tra cui il Partito islamico iracheno, intenzionati a partecipare al voto, ne chiedono un rinvio di 6 mesi per l’impossibilità attuale di organizzarle nel triangolo sunnita.

25 novembre 2004

Il ministro per la Sicurezza Qassim Daoud comunica che le persone uccise nell’attacco a Falluja sono salite a 2085; molte di queste sono senza documenti, il che rende difficile l’identificazione.

26 novembre 2004

A conclusione di una riunione a casa di Adnan Pachachi (che guida il Raggruppamento dei democratici indipendenti ed è membro del Consiglio nazionale), alla quale partecipano anche tre ministri in carica, esponenti dei due partiti kurdi filoamericani (Upk e Pdk) e un esponente del partito di Allawi (l’Accordo nazionale iracheno), tutti gli intervenuti inoltrano una petizione per il rinvio di 6 mesi delle elezioni: sottoscrivono il documento 17 tra partiti ed esponenti politici di spicco, sunniti, sciiti, laici, nazionalisti, arabi, kurdi. Tuttavia l’ambasciatore americano John Negroponte e il premier iracheno Iyad Allawi ribattono il giorno successivo escludendo la possibilità di rinviare il voto.

3 dicembre 2004

Le autorità americane – come due giorni prima quelle britanniche – chiudono al proprio personale civile e militare l’autostrada per l’aeroporto: non sono in grado di controllarla e quotidianamente i convogli militari e gli automezzi dei mercenari che la percorrono (a tutta velocità) subiscono attacchi. A Mossul sono attaccate la prefettura e la sede del Pdk, a Bassora è dato alle fiamme un deposito che contiene i certificati elettorali. Nel quartiere sunnita di Adhamiya, a Baghdad, una bomba esplode sulla soglia della moschea sciita di Hameed al Najar, provocando vittime tra i fedeli che escono dopo la preghiera del venerdì; l’attentato è condannato da tutti i leader religiosi, specie dai capi della vicina moschea sunnita di Abu Hanifa (sostenitrice della resistenza): il suo imam, sheik Ahmed Hassan al Taha, parla di "attentato contro Dio" e mette in guardia contro chi vuole dividere i mussulmani iracheni.

4 dicembre 2004

Un reporter dell’Ap trova in vendita su un sito Internet, a 29 cents l’una, circa 200 foto ricordo dell’Iraq, 40 delle quali ritraggono violenze su persone inermi: secondo Ap sono state scattate nel maggio 2003 dopo un’incursione in abitazioni civili irachene.

6 dicembre 2004

A Falluja, le truppe americane scacciano il personale della Mezzaluna rossa, giunto da poche ore per portare soccorsi agli abitanti. Anche la stampa indipendente non può entrare in città. Occupanti e governo ad interim prevedono che i circa 200.000 sfollati, accampati prevalentemente a Baghdad in condizioni disastrose, potranno far ritorno in città non prima di gennaio: i capofamiglia dovranno presentarsi in appositi centri per essere identificati e schedati tramite l’analisi dell’iride, delle impronte digitali e dentarie ecc.; riceveranno un contrassegno elettronico che dovranno sempre portare sui vestiti e che ne consentirà in ogni momento il controllo; gli uomini saranno poi costretti a lavorare, in compagnie militarizzate, per la ricostruzione della città, dietro una modesta paga.

9 dicembre 2004

Lo Sciri e l’ala filo occidentale di al Dawa annunciano di aver formato una coalizione e una lista elettorale unitaria (United Iraqi alliance) comprendente 228 candidati in rappresentanza di tutte le correnti sciite (oltre a Sciri e al Dawa, il Congresso nazionale iracheno di Chalabi, capi tribali, sciiti kurdi e turcomanni, persino Fouad al Jarba, cugino del presidente al Yawar e capo di una importante tribù sunnita). La lista gode del patrocinio del grande ayatollah Ali al Sistani, che per agevolarne ancora di più il prevedibile successo elettorale, sancirà con ben 4 fatwa l’obbligo degli sciiti di andare a votare. Non partecipa alla coalizione Moqtada al Sadr, nonostante nei giorni scorsi ci fossero segnali di un suo personale coinvolgimento: "abbiamo rifiutato – spiega Ali al Smaisin – perché sono continuati gli arresti dei nostri seguaci, perché ci è stato proibito di aprire un ufficio a Najaf, di dirigere la preghiera del venerdì a Kufa e di riprendere il controllo delle moschee che dirigevamo". Alla lista unitaria non partecipano nemmeno l’Accordo nazionale iracheno (il partito del premier Iyad Allawi, che presenta una propria lista) e il presidente ad interim Ghazi al Yawar, che guida una sua lista sunnita.

9 dicembre 2004

A Bruxelles, il quartier generale della Nato dà ufficialmente il via alla missione di addestramento per le forze di polizia e di sicurezza irachene (v. 22 settembre 2004), che appare tuttavia ridimensionata: la contrarietà alla missione di Francia, Belgio, Germania, Spagna e ora anche di Grecia e Turchia si somma con la scarsa propensione di tutti gli altri paesi ad inviare propri uomini presso l’Accademia militare, che si trova fuori Baghdad in una posizione pericolosa; quindi ai circa 60 istruttori già presenti a Baghdad se ne aggiungeranno solo altri 38 (il piano ne prevedeva 300).

11 dicembre 2004

Presentano proprie liste il Partito comunista iracheno, interconfessionale e interetnico; il Partito islamico iracheno, sunnita, di recente uscito dal governo per protesta contro l’attacco a Falluja (si ritirerà il 27 dicembre, ritenendo insussistenti le condizioni minime per una propria partecipazione al voto); il Partito nazionale democratico; corre voce che anche Moqtada al Sadr starebbe pensando ad una propria lista. Dopo continui attacchi dei guerriglieri ai marines che pattugliano Falluja, scoppia una violenta battaglia che si protrarrà per giorni, con l’intervento di carri armati e di aviazione. A Baghdad, migliaia di profughi di Falluja manifestano per il ritorno nella loro città.

14 dicembre 2004

Iyad Allawi annuncia l’inizio, la prossima settimana, del processo contro i più stretti collaboratori di Saddam Hussein. Dell’ex rais Allawi non parla, ma il ministro per i Diritti umani rivela che è detenuto nel carcere americano di Camp Cropper presso Baghdad. Gli avvocati difensori, che non hanno avuto accesso a nessun documento processuale e non hanno mai potuto incontrare i loro assistiti, protestano per l’assoluta illegalità di questi processi. Il Tribunale speciale iracheno per i crimini del vecchio regime è stato decapitato una prima volta del presidente Salem Chalabi, ora riparato a Londra per evitare un mandato di cattura; un secondo presidente è stato destituito dal premier Allawi, di cui non incontrava il gradimento; i membri del Tribunale sono sconosciuti, per motivi di sicurezza; a detta degli esperti americani che hanno tenuto un seminario di formazione per giudici e pubblici ministeri "non sono neanche lontanamente pronti" ad assolvere il loro compito (gli stessi futuri magistrati hanno riconosciuto la propria impreparazione); è stato chiesta assistenza tecnica all’Onu, che si è rifiutata perché in Iraq è stata introdotta la pena di morte. Moqtada al Sadr comunica alla Marjia che la sua partecipazione alle elezioni è improponibile senza l’annuncio da parte statunitense di un ritiro delle truppe, con una data certa immediatamente successiva al voto.

15 dicembre 2004

Si apre la campagna elettorale per il voto del 30 gennaio, ma i candidati sono segreti per ragioni di sicurezza, i programmi non si conoscono, fare comizi per il paese è impensabile, le apparizioni televisive non possono raggiungere la massa degli elettori per la diffusa mancanza di elettricità. Contemporaneamente iniziano gli attentati che mirano ad ostacolare la tenuta delle elezioni, diretti contro uffici elettorali o partiti che sostengono il voto. A Kerbala, una bomba esplode non lontano dagli uffici dell’ayatollah Ali al Sistani provocando 8 morti e 32 feriti: tra questi ultimi il braccio destro di al Sistani, sheik Abdul Mahdi al Kerbalai, secondo alcuni il vero obiettivo dell’attentato. A Ramadi, un gruppo della guerriglia mostra ad un fotografo locale il corpo e il passaporto di un uomo sequestrato e ucciso: si tratterebbe di Salvatore Santoro, italiano residente in Inghilterra dal 1961. Successivamente l’uccisione è rivendicata, con un video inviato ad al Jazeera, dal Movimento islamico dei mujahiddin dell’Iraq. Secondo l’Associated press Santoro, tentando di sfondare un posto di blocco della guerriglia, ha investito e ucciso un combattente, quindi è stato catturato e ucciso; l’uomo ha con sé parecchi documenti che attestano la sua spola tra i vari stati arabi. Secondo la ex compagna e la sorella, Santoro si sarebbe recato in Iraq "per aiutare i bambini" e riscattare un passato non limpidissimo; l’uomo, rivenditore di auto usate, in Inghilterra è stato in prigione per frode e, secondo il fratello, "ha fatto un sacco di soldi senza faticare".

16 dicembre 2004

Per la prima volta dopo oltre un anno dalla cattura, Saddam Hussein può incontrare un legale del suo collegio di difesa, che riferisce all’uscita di averlo trovato in buona salute.

17 dicembre 2004

Il ministro della Difesa Hazim al Shalaan e il generale George Casey, comandante delle truppe americane in Iraq, affermano che esponenti di spicco del vecchio regime di Saddam dirigono dalla Siria la resistenza irachena, con la tacita connivenza del governo di Damasco (che prontamente smentisce).

18 dicembre 2004

Con una mossa di sapore preelettorale, iniziano a Baghdad, davanti al Tribunale speciale, le udienze preliminari contro i notabili del vecchio regime: i primi a comparire sono Ali Hasan al Majid, detto Ali il chimico, accusato di aver attaccato nel 1988 il villaggio kurdo di Halabja con gas letali, e il generale Sultan Hashim Ahmad, ex ministro della difesa; la televisione irachena trasmette senza il sonoro le immagini del loro interrogatorio. Raid Juhi, il giudice che conduce l’inchiesta, precisa che saranno necessarie numerose altre udienze preliminari per giungere ad un rinvio a giudizio. E’ uccisa nella sua casa a Baghdad con il marito Sanaa Abd al Salam, figlia dell’ex presidente iracheno Abd al Salam Arif , mentre il loro figlio è rapito: "è la sorte riservata ai traditori", comunica il commando responsabile dell’azione.

19 dicembre 2004

A Kerbala un attentatore suicida fa esplodere la sua vettura alla stazione degli autobus, uccidendo 14 persone e ferendone una quarantina. A Najaf l’esplosione di una autobomba nella piazza centrale, affollata per il funerale di un capotribù, causa 48 morti e più di 90 feriti. Le autorità religiose, sciite e sunnite, delle due città chiedono alla popolazione di non cadere nel tranello della guerra civile, voluta dagli attentatori. Mentre il governo accusa degli attentati i gruppi della resistenza sunnita vicini ad al Qaeda, i leader sciiti (sia quelli favorevoli alle elezioni come Sciri e al Dawa, sia l’astensionista Moqtada al Sadr) e il National Iraqi foundation congress (che comprende laici, nazionalisti, sciiti, sunniti, tutti contrari all’occupazione) accusano i servizi segreti americani e israeliani. Attraverso un sito Internet il gruppo di al Zarqawi nega ogni responsabilità di al Qaeda nei due attentati. A Falluja l’aviazione americana sta colpendo pesantemente con bombe a frammentazione i quartieri di al Jolan e al Shuhada, covi di ostinata resistenza: ma, dai villaggi vicini, razzi e mortai non tardano a colpire le postazioni americane.

21 dicembre 2004

Il governatore di Nassiriya, Mohamed Sabrii Hamid al Rumayad, in un’intervista mandata in onda dalla trasmissione televisiva "Ballarò" e anticipata dal "Corriere della Sera" del 13 dicembre, sostiene che 15 milioni $, affidati alla ex governatrice della provincia di Dhi Qar Barbara Contini per il ripristino delle reti idrica e fognaria, non sono stati spesi per i progetti cui erano destinati. Questi sospetti sono avvalorati anche da testimonianze raccolte fra gli amministratori provinciali da Marco Calamai (ex consigliere della Cpa a Nassiriya, dimessosi polemicamente ed ora collaboratore della locale Università). Nel servizio trasmesso da "Ballarò" si possono vedere inoltre macchinari e pompe per il servizio idrico accatastati nella base militare e mai distribuiti (solo una pompa fu consegnata simbolicamente al governatore).

24 dicembre 2005

A Nassiriya, un ordigno esplode contro un convoglio italiano: nessun ferito, ma l’episodio segnala un aumento della tensione nella zona, relativamente tranquilla dopo l’accordo con l’esercito al Mahdi.

26 dicembre 2004

A Mahmudiya è rapito Saadi Abdel Jabbar, dirigente locale del filo governativo Partito comunista iracheno: il suo corpo sarà ritrovato il giorno successivo.

27 dicembre 2004

A Baghdad, un’autobomba esplosa presso la sede dello Sciri (e residenza del suo leader Abdel Aziz al Hakim) uccide 15 persone e ne ferisce decine. Il probabile obiettivo dell’attentato, Al Hakim, che guida la lista unitaria degli sciiti appoggiata da al Sistani, è indenne; suo figlio Ammar indica, come responsabili dell’attentato "i resti del defunto regime e i loro alleati". In un messaggio trasmesso da al Jazeera, Osama Bin Laden parla, tra l’altro, dell’Iraq, in specie definendo "miscredenti" coloro che parteciperanno alle elezioni del 30 gennaio e accreditando al Zarqawi come "l’emiro di al Qaeda nella terra dei due fiumi". Il segretario di Stato americano Colin Powell, di contro, ammette le pressioni dirette e indirette sui leader sunniti per spingerli a partecipare al voto, perché l’astensionismo sunnita rischia di screditare il risultato elettorale. Nei giorni scorsi il governo Usa ha addirittura suggerito di aggiungere seggi all’Assemblea nazionale, in modo da cooptare dopo le elezioni qualche sunnita di gradimento americano: ma l’idea è stata respinta dalla stessa Commissione elettorale.

28 dicembre 2004

Il ministro iracheno per i Diritti umani comunica il numero dei detenuti rinchiusi nelle varie prigioni degli occupanti: le carceri americane rinchiudono 3.411 prigionieri ad Abu Ghraib e 104 a Camp Cropper (dove si trovano i detenuti eccellenti, fra cui Saddam Hussein), mentre le carceri britanniche annoverano 4.691 prigionieri a Camp Bucca e 818 ad al Shuaiba. Questi dati rivelano che, dopo le scarcerazioni seguite allo scandalo di Abu Ghraib, il numero dei detenuti è nuovamente aumentato, probabilmente a seguito degli attacchi e dei rastrellamenti compiuti a Falluja, Mossul e altrove; è risaputo che in genere per i prigionieri non c’è contestazione di accuse specifiche né assistenza legale. Dei detenuti, i 353 stranieri si trovano sicuramente nella condizione peggiore: considerati seguaci di al Qaeda, quindi potenziali fonti di informazioni preziose, sono assoggettati ai trattamenti più disumani e, in quanto ‘terroristi’, sono passibili di pena di morte.

29 dicembre 2004

Il generale Hammond annuncia che le truppe americane hanno iniziato una consistente operazione contro la guerriglia a sud di Baghdad, in particolare nell’area di Mahmudiya. A Mossul, dopo aver subito due attentati con autobomba, le truppe americane ingaggiano una battaglia con i guerriglieri e, secondo il comando americano, ne uccidono 25.

30 dicembre 2004

Ansar al Sunna, l’Esercito islamico e l’Esercito dei mujahiddin firmano un documento in cui chiedono agli iracheni di non partecipare al voto, definiscono "infedele" chi voterà e minacciano di morte sia i votanti sia chi lavorerà nei seggi. La Commissione elettorale di Mossul e quella di Baiji si dimettono per minacce. A Bassora è ferito gravemente in un agguato sheik Kahlil al Maliki, rappresentante locale di Moqtada al Sadr (quest’ultimo non è candidato, non appoggia nessuna lista, ha maturato dopo qualche tentennamento una posizione astensionista, ma lascia liberi i suoi seguaci e ha inserito suoi uomini in alcune liste).

1 gennaio 2005

A Falluja, un centinaio di capofamiglia può entrare in città per dare sepoltura ai propri familiari morti sotto le bombe e rimasti insepolti.

3 gennaio 2005

A Bassora sono bombardati i consolati americano e britannico. A Baghdad si verificano numerosi attacchi della resistenza: tra l’altro una autobomba esplode presso la sede dell’Accordo nazionale iracheno (dove il suo leader, nonché primo ministro ad interim, Iyad Allawi è atteso per una conferenza stampa). Si combatte a Falluja, Tal Afar è bombardata (fonti americane parlano dell’uccisione di 120 guerriglieri, ma l’attacco non riesce ad aver ragione della città), gli occupanti non controllano Balad, Samarra, Ramadi, Tikrit. Il ministro della Difesa Hazim Shalaan, dissociandosi dal premier e dai colleghi di governo, si dichiara favorevole ad un rinvio delle elezioni, se può servire a rendere possibile il coinvolgimento della comunità sunnita, ma i leader della lista unitaria sciita Abdel Haziz al Hakim e Ahmed Chalabi dichiarano immediatamente di non accettare alcun rinvio.

4 gennaio 2005

Il governatore di Baghdad, Ali al Haidri, sunnita e candidato nella lista del presidente Yawar, già sfuggito ad un attentato in settembre, è ucciso con 6 guardie del corpo mentre in auto sta andando in ufficio: l’attentato è rivendicato dal gruppo di al Zarkawi. Il capo dei servizi iracheni, generale Shahwani, non sottovaluta la forza della resistenza: "Penso che i combattenti della resistenza siano circa 200.000 uomini, più numerosi del contingente americano" e spiega che "gli iracheni dopo 2 anni senza vedere miglioramenti non ne possono più – niente sicurezza, niente elettricità, niente benzina – e sentono di dover fare qualcosa". Il presidente Ghazi al Yawar non pare contrario ad un eventuale rinvio delle elezioni: attraverso un’intervista alla Reuters, si appella all’Onu che, in qualità di "parte indipendente" e "credibile di fronte alla comunità internazionale", "dovrebbe realmente assumersi la responsabilità di valutare se questo (il voto ndr) è possibile o meno".

5 gennaio 2005

A Nassiriya la polizia irachena, dopo una breve sparatoria contro due sospetti guerriglieri, poi arrestati, trova in loro possesso un ordigno artigianale, che i militari italiani fanno successivamente brillare. Scompare senza lasciare traccia la giornalista francese Florence Aubenas, con il suo interprete iracheno Hussein Hanoun al Saadi: il quotidiano Libération di cui Aubenas è inviata e il ministero degli Esteri francese denunciano la loro scomparsa il 6 gennaio; l’8 gennaio un uomo dal volto coperto ferma un giornalista della France Press per dirgli: "la vostra collega e il suo aiutante stanno bene" (a liberazione avvenuta, si saprà che Aubenas e il suo interprete – come un mese dopo Giuliana Sgrena – sono stati rapiti vicino alla moschea sunnita dell’università Nareh di Baghdad, dove vivono molti rifugiati di Falluja che la giornalista aveva intervistato). Il 13 gennaio si tiene a Parigi una manifestazione per i due scomparsi, attorno ai quali cresce la solidarietà. Lanciano appelli il Parlamento degli scrittori, 72 eurodeputati di varie nazionalità, si forma un Comitato per la liberazione di Aubenas cui partecipano giornalisti della stampa araba; anche i giornalisti della Tv libanese al Manar – proibita in Francia perché accusata di antisemitismo – esprimono voti per la liberazione dell’inviata. Il 1 marzo è diffuso un video, sempre senza rivendicazioni, in cui la giornalista molto provata chiede fra l’altro aiuto a Didier Julia (un deputato dell’Ump che aveva tentato senza risultati, nel settembre 2004, di ottenere la liberazione di Chesnot e Malbrunot); il governo francese comunica che esiste anche un precedente video, fatto visionare solo alla famiglia della rapita. Florence Aubenas e Hussein Hanoun sono rilasciati, dopo 157 giorni, l’11 giugno 2005. Non sono resi noti molti particolari sulla prigionia e la liberazione: sembra che i due rapiti siano stati detenuti in una sorta di ‘centrale dei sequestri’ e la diffusione di notizie potrebbe danneggiare la posizione di chi vi è ancora rinchiuso. La giornalista romena Ion afferma di aver condiviso 50 giorni di prigionia con Aubenas, ma quest’ultima non conferma. Aubenas racconta di esser stata costretta a girare una dozzina di video, a fare appello – nell’unico video poi mostrato – a Didier Julia, a drammatizzare in tutti la sua posizione. Anche i servizi segreti romeni avrebbero avuto un ruolo nella liberazione degli ostaggi francesi, di poco successiva a quella dei 3 giornalisti romeni rapiti il 28 marzo 2005 (v. infra, "L’Assemblea nazionale, il nuovo governo, la Costituzione"): in particolare, secondo la stampa romena, la rete costituita ai tempi di Ceausescu e i suoi contatti iracheni.

6 gennaio 2005

Il capo del governo Iyad Allawi proroga di altri 30 giorni, su tutto il territorio iracheno tranne il Kurdistan, lo stato di emergenza proclamato lo scorso novembre (v. sopra, 7 novembre 2004). Alcune agenzie stampa, su informazioni provenienti dal ministero degli Interni, affermano che sarebbero stati trovati i corpi di 18 giovani, attirati da Baghdad a Mossul con la falsa promessa di un lavoro nella base americana e invece uccisi: il fatto sarebbe avvenuto l’8 dicembre 2004.

7 gennaio 2005

A Fort Hood, in Texas, comincia dinanzi alla Corte marziale il processo contro Charles Graner, uno degli aguzzini di Abu Ghraib (v. sopra, cap. "Le torture sui prigionieri iracheni"): fruendo di attenuanti sarà condannato a 10 anni, tra i commenti indignati della stampa araba, il 17 gennaio.

8 gennaio 2005

Le bombe americane radono al suolo un edificio rurale nel villaggio di Aaytha, a sud est di Mossul, scambiandola per una base della resistenza: 14 membri di una stessa famiglia sono uccisi. Secondo il "New York Times", stranieri in numero imprecisato catturati in Iraq e sospettati di legami con al Qaeda sono stati incarcerati in luoghi segreti: si tratterebbe di basi clandestine gestite dalla Cia in paesi terzi conniventi, così che nessuno possa conoscere la sorte riservata ai prigionieri; del resto, come il futuro ministro americano della Giustizia Alberto Gonzales ha recentemente rivelato ai senatori che lo interrogavano per la ratifica della sua nomina, nel corso dell’anno appena trascorso il ministero della Giustizia Usa ha emesso una "opinione legale" secondo la quale i non iracheni catturati in Iraq devono intendersi fuori dall’ambito di applicazione della convenzione di Ginevra.

9 gennaio 2005

A Nassiriya, una bomba esplode al passaggio di un convoglio di alpini di ritorno nella base di Camp Mittica dopo una perlustrazione in città, senza causare feriti; le milizie del Mahdi sfilano in armi per le vie della città chiedendo il rilascio dei due arrestati il 5 gennaio. A sud di Baghdad, l’Esercito islamico uccide in un attacco 8 soldati ucraini e un kazako: l’Ucraina deciderà il giorno successivo di ritirare il proprio contingente (1650 uomini) entro luglio.

9 gennaio 2005

Secondo il settimanale "Newsweek", il Pentagono sta studiando piani volti a portare in Iraq una ‘opzione Salvador’, squadroni della morte inclusi; intenderebbe così "spedire team di forze speciali al fine di consigliare, sostenere ed eventualmente addestrare squadre irachene, con ogni probabilità selezionati peshmerga kurdi e miliziani sciiti, per colpire i ribelli sunniti e i loro simpatizzanti anche oltre i confini con la Siria"; "non è chiaro – prosegue il settimanale riferendosi ai novelli squadroni – se dovranno servire per assassinii o per operazioni di rapimento, in cui i bersagli sono prelevati per interrogatori in località segrete". In realtà, l’opzione Salvador è operante da tempo in Iraq, almeno dalla nomina ad ambasciatore di John Negroponte, già ambasciatore in Honduras e specialista in tutte le sanguinose pratiche che l’amministrazione americana usò, negli anni ’80 del secolo scorso, per combattere la guerriglia centroamericana, facendo migliaia e migliaia di vittime anche civili. Il 5 ottobre 2004, il vicepresidente Dick Cheney, durante il confronto televisivo con John Edwars, con un paragone illuminante confronta l’Iraq al Salvador, in cui "20 anni fa avevamo…una guerriglia che controllava 1/3 del paese e 75.000 vittime (omette di dire che il 90% di tali vittime è ascrivibile ai sicari del governo D’Aubuisson, sostenuto dagli Usa, ndr). Tenemmo libere elezioni…e oggi quella nazione sta incredibilmente meglio. Lo stesso succederà…in Iraq". Parallelo emblematico: "Le elezioni (salvadoregne, ndr) dell’84 – commenta Mark Engler di "Foreign Policy" – furono poco più che una farsa per dare rispettabilità democratica a un regime che stava perpetuando alcuni dei peggiori abusi dei diritti umani dell’emisfero, al quale…gli Usa avevano dato aiuti per 6 miliardi $". Robert Baer, ex agente della Cia e scrittore su temi di politica estera americana, commenterà così le rivelazioni sull’opzione Salvador: "Questo scoop di "Newsweek" è superato. Ci sono già operazioni in corso anche oltre i confini di Siria e Iran. E il Pentagono, in preda a un’assoluta frustrazione, vi ricorre – come la Cia non potrebbe fare – senza rendere conto a nessuno, fuorché al presidente" (riportato in "Gli Usa, l’Iraq e il fattore S" di Riccardo Staglianò, su "Il Venerdì di Repubblica" del 21 gennaio 2005, n°879).

11 gennaio 2005

Secondo "Debka File", un sito legato ai servizi segreti israeliani, George W. Bush avrebbe ordinato al generale Casey, comandante delle truppe americane in Iraq, un attacco contro la Siria (accusata di appoggiare la guerriglia irachena). L’attacco dovrebbe essere lanciato dopo l’insediamento del presidente americano, e consisterebbe nell’azione di piccole unità delle forze speciali americane e irachene contro le presunte basi dei guerriglieri in Siria. Il governo di Damasco protesta ufficialmente e respinge le accuse. Il premier Allawi riconosce che alcune zone dell’Iraq non saranno abbastanza sicure da poter consentire lo svolgersi delle elezioni del 30 gennaio ma, dopo una telefonata a Bush, ribadisce la necessità di andare avanti nel programma prefissato; annuncia anche lo stanziamento di 2,2 miliardi $ per dotare polizia ed esercito di armamenti moderni.

12 gennaio 2005

In Iraq le armi di distruzione di massa, pretesto per l’invasione, non esistevano: il rapporto Duelfer (v. sopra, 6 ottobre 2004) è definitivo, l’attività dei 1200 ispettori è ufficialmente terminata ed essi sono rientrati poco prima di Natale senza aver trovato nulla. La notizia, tuttavia, a quel tempo non è stata divulgata: solo dopo uno scoop del "Washimgton Post", che raccoglie le confidenze di un anonimo ispettore, il portavoce della Casa bianca Scott McClellan oggi conferma che le informazioni raccolte dal giornale corrispondono al vero.

13 gennaio 2005

A Najaf sono uccisi Mahmoud al Madain e Halim al Mohaqeq, consiglieri del grande ayatollah Ali al Sistani.

15 gennaio 2005

Il governo iracheno approva uno speciale piano di sicurezza per le elezioni, che prevede la mobilitazione di 100.000 uomini delle forze di sicurezza (in aggiunta alle forze occupanti), la chiusura delle frontiere e dell’aeroporto di Baghdad, il divieto di abbandonare la propria città, il coprifuoco dalle 19 alle 06 in molte parti del paese, limitazioni della circolazione dei veicoli (e in prossimità dei seggi anche dei pedoni), la perquisizione di tutti gli elettori. Il Portogallo conferma il ritiro del proprio contingente (un centinaio di uomini dispiegati a Nassiriya sotto comando italiano) per il 12 febbraio, mentre l’Olanda conferma il ritiro delle sue truppe (1350 soldati) per metà marzo. Gli occupanti restituiscono alle autorità irachene il sito archeologico di Babilonia completamente devastato e saccheggiato; dopo l’invasione il comando americano aveva impiantato su di esso una base militare, così che i danni provocati dalla costruzione della base e dal passaggio dei veicoli militari si sono aggiunti a quelli derivati dal saccheggio sistematico operato dai tecnici della società costruttrice (Kellog, Brown and Root, gruppo Halliburton) e dai militari americani; successivamente il campo è passato al contingente polacco che ha continuato l’opera di distruzione. "The Guardian" pubblica stralci di un rapporto di John Curtis del British Museum, che testimonia gli scempi compiuti e conclude chiedendo un’inchiesta internazionale sui danni provocati.

17 gennaio 2005

A Mossul è rapito monsignor Georges Casmussa, arcivescovo siro- cattolico della città: liberato dopo qualche ora, riferisce che i rapitori sono stati gentili e lo hanno rilasciato non appena si sono resi conto di avere per le mani un vescovo; afferma anche che gli Usa devono fissare un calendario per il ritiro delle truppe, che l’Iraq deve avere una sovranità piena e non limitata e che le elezioni di per sé sono un fatto positivo ma nell’attuale situazione irachena non sono a suo parere possibili.

18 gennaio 2005

Ahmed Chalabi accusa il ministro della Difesa Hazim al Shalaan di aver sottratto e portato a Beirut, d’intesa con Allawi, 300 milioni $ di denaro pubblico. Il ministro si difende affermando di aver usato il denaro per acquistare carri armati, armi e munizioni; contrattacca ricordando la condanna a 22 anni per bancarotta fraudolenta riportata da Chalabi in Giordania (il 21 gennaio annuncerà di volerlo arrestare per diffamazione del ministro e del ministero della Difesa e minaccerà di consegnarlo all’Interpol per l’estradizione in Giordania); intanto i rappresentanti della lista unitaria sciita in cui è candidato Chalabi e quelli della lista di Allawi si azzuffano e si picchiano per strada. Le Brigate di Numaan rapiscono 8 lavoratori cinesi; la Cina, da sempre contraria alla guerra in Iraq, mette all’opera subito la diplomazia: gli 8 sequestrati saranno liberati il 22 gennaio, sulla base di "un gesto di buona volontà del governo cinese" (il quale si impegna a rimpatriare al più presto tutti i cinesi che lavorano in Iraq). Al processo contro 3 militari inglesi, accusati davanti alla Corte marziale nella base di Osnabrueck in Germania di abusi e umiliazioni sessuali contro detenuti iracheni, sono prodotte come prove per l’accusa 22 foto, scattate a Camp Breadbasket (presso Bassora) nel maggio 2003, che riproducono gli atti di tortura; questa volta gli aguzzini non hanno neppure il pretesto di dover ottenere delle informazioni ‘preziose’ da potenziali guerriglieri, perché i prigionieri – catturati con l’operazione Ali Baba – sono solo accusati per furti di cibo e latte in polvere avvenuti nella base di Bassora.

19 gennaio 2005

Allawi annuncia che la prossima settimana illustrerà un piano per ritiro graduale delle truppe straniere e per il passaggio della sicurezza alle forze irachene (ma v. sotto, 25 gennaio 2005). Su un sito Internet un messaggio di al Zarqawi invita a colpire gli sciiti perché collaborazionisti.

21 gennaio 2005

A Baghdad, una autobomba esplode di fronte alla moschea sciita di al Taf, affollata per la festa del Sacrificio di Abramo, causando 18 morti. Un capitano (donna) e 4 sergenti del contingente danese sono accusati dalla procura del ministero danese della Difesa per abusi su prigionieri iracheni, perpetrati in una base vicino a Bassora: i sergenti sono accusati di aver insultato i detenuti, averli privati di cibo e di acqua e costretti in posizioni dolorose durante gli interrogatori, mentre il capitano (che ha dato il via all’indagine con una confessione- denuncia) è accusato di negligenza.

21 gennaio 2005

Uno specialista mitragliere italiano dell’Aves, Simone Cola, è ucciso su un elicottero che sorvola una zona presso Nassiriya dove, un’ora e mezzo prima, è avvenuto uno scontro tra una pattuglia mista di portoghesi e italiani e un gruppo di guerriglieri. Le polemiche che seguiranno sulla sicurezza degli elicotteri in dotazione alle forze italiane porteranno il governo a considerare l’invio in Iraq di elicotteri A 129 ‘Mangusta’, blindati e da combattimento, al posto degli attuali Ab 412, da ricognizione e soccorso. Alla fine, 3 Mangusta giungeranno in Iraq il 12 febbraio 2005, in un quadro di potenziamento della capacità offensiva del contingente italiano che ha già visto l’invio (dopo l’uccisione del lagunare Vanzan il 15 maggio scorso) di mezzi corazzati da combattimento Dardo e di carri armati Leopard; da pochi giorni sono inoltre giunti in Iraq 4 Predator, aerei senza pilota, che saranno qui sperimentati.

23 gennaio 2005

Su Internet, al Zarqawi invita gli iracheni, in particolare sunniti, ad opporsi al voto: "le elezioni americano- sciite sono la grande menzogna degli Stati uniti", "una piaga abominevole organizzata per assicurarsi il potere"; ma la democrazia in sé è da condannare: è una forma di governo "empia", sostituisce la sovranità popolare a quella divina, così che i candidati "stanno diventando semidei, mentre coloro che votano per loro sono infedeli".

23 gennaio 2005

Il "Washington Post" rivela l’esistenza, negli Stati uniti, di una nuova agenzia di spionaggio, la Strategic support branch, facente capo al Pentagono e finanziata con capitoli riprogrammati del bilancio militare: l’unità è operativa da due anni, principalmente in Afghanistan e in Iraq, ma probabilmente anche in altri paesi (Georgia, Indonesia, Filippine); mira ad ottenere informazioni facendo leva sull’elemento umano, quindi principalmente attraverso reti di spie reclutate all’estero e interrogatori di prigionieri; è abilitata a compiere operazioni non solo segrete ma anche coperte. Il Pentagono smentisce senza smentire: afferma che non esistono operazioni segrete sotto diretto controllo di Rumsfeld, ma aggiunge che, in tempi di guerra globale al terrorismo, "non deve stupire se il Pentagono tenta di migliorare le sue capacità di intelligence". La notizia del "Washington Post" per altro non sorprende: di un programma del genere parla Seymour Hersh sul "New Yorker" del 15 maggio 2004 (v. sopra, cap. "L’occupazione e la resistenza"); ma ancor prima, sul "Los Angeles Times" del 27 ottobre 2002, William Arkin asserisce che il Pentagono "sta istituendo un esercito segreto dotato delle risorse e delle capacità necessarie a condurre operazioni coperte", mentre nel novembre 2003 lo stesso Pentagono rivela che "una forza coperta sta dando la caccia a Saddam" (cfr. "New York Times", 7 novembre 2003). Le rivelazioni del "Washington Post" accendono comunque i riflettori e infliggono un colpo alla Strategic support branch: il suo capo, George Waldroup, si dimette nemmeno un mese dopo e la decapitazione della struttura è interpretata come l’inizio della sua liquidazione.

24 gennaio 2005

Nei pressi dell’aeroporto infuria una vera e propria battaglia, che impedisce l’atterraggio di alcuni aerei. Il governo annuncia con inspiegabile ritardo di aver arrestato, il 15 gennaio scorso, Abu Omar al Kurdi, presentato come braccio destro di al Zarqawi ed esperto di esplosivi, il quale avrebbe già confessato di essere responsabile dei 2/3 delle autobombe esplose in Iraq dall’inizio dell’occupazione.

25 gennaio 2005

Allawi dichiara in Tv che è pericoloso fissare una data per il ritiro delle truppe straniere: questo potrà avvenire solo dopo che le forze di sicurezza irachene saranno in grado di mantenere l’ordine. La guerriglia continua ad attaccare seggi elettorali in diverse località, ci sono scontri e bombardamenti ovunque, la popolazione della capitale fa incetta di generi di prima necessità, convinta del peggio. L’Esercito islamico chiede ai suoi militanti di intensificare gli attacchi e i sequestri in tutto il paese. A Sadr city i marines irrompono nottetempo nella moschea di al Rasul, dove distruggono arredi e decorazioni, calpestano il Corano, bevono alcolici, orinano e infine arrestano 35 seguaci di Moqtada al Sadr. Il responsabile della lista unitaria araba nella provincia di Kirkuk, Wasifi al Yassi, denuncia la decisione del governo provvisorio e degli Usa di attribuire ai kurdi nelle elezioni provinciali 100.000 voti in più, a compenso forfetario dei mancati voti dei kurdi allontanati dalla città durante il regime di Saddam Hussein: la decisione, finalizzata a dare ai kurdi il controllo del Consiglio provinciale, non fa riferimento ad alcun censimento passato e presente, non considera il parallelo abbandono della città da parte di molti turcomanni (anch’essi discriminati dal regime di Saddam) né la cacciata di almeno 50.000 arabi conseguente alla pulizia etnica messa in atto dopo l’invasione (prima della quale le tre comunità avevano circa 250.000 membri ciascuna).

26 gennaio 2005

Nella provincia di Kirkuk, Wasifi al Yassi (v. sopra, 25 gennaio 2005) ritira la lista unitaria araba, le comunità arabe e turcomanne insorgono in armi, un camion bomba (rivendicato poi da al Zarqawi) esplode presso la sede del Pdk a Siniar uccidendo 15 persone. Il governo non smentisce la voce (forse anzi diffusa ad arte) secondo la quale coloro che si asterranno dal voto non avranno più la tessera annonaria; intanto nella capitale si trovano con facilità e a prezzo modico documenti falsi, atti a permettere voti plurimi.

27 gennaio 2005

A Kirkuk la guerriglia attacca almeno 7 sezioni elettorali, a Samarra ne fa saltare una, a Tikrit distrugge la sede della commissione elettorale. A Baghdad si registrano scontri, esplosioni di autobombe; sono feriti anche soldati australiani in numero imprecisato. Uno stretto collaboratore di Moqtada al Sadr, Ali al Khazarj, è ucciso: la sua morte non induce tuttavia al Sadr a modificare la sua posizione sulle elezioni. Un sito islamista ospita un video che mostra un gruppo di militanti seguaci di al Zarqawi mentre uccidono un uomo, indicato come Salem Jaafar al Khanani, asserito segretario del premier Allawi.

28 gennaio 2005

Iniziano a votare gli iracheni residenti all’estero, in 36 città di 14 paesi dove sono stati organizzati seggi: su 1.200.000 aventi diritto, solo 280.000 si sono registrati. In Iraq, mentre i velivoli sorvolano a bassa quota le città, le truppe Usa sono in movimento per allestire seggi, alla sicurezza dei quali provvederanno però le forze irachene, rimanendo quelle americane in seconda linea. Per tutta la giornata le truppe americane e irachene sono fatte oggetto di attacchi. Il premier Allawi appare più volte in Tv: sottolinea la propria laicità in contrapposizione al pericolo teocratico rappresentato dagli sciiti e, strizzando un occhio agli ex baatisti, si presenta come uomo forte, garante di legge e ordine, quasi un novello Saddam. Dal canto suo la United Iraqi alliance toglie dal programma, a poche ore dal voto, la richiesta di ritiro della forze straniere, giustificando la mossa con la persistente inadeguatezza delle forze irachene.

29 gennaio 2005

L’ambasciata americana a Baghdad è attaccata a colpi di mortaio che uccidono un soldato e una guardia privata. La Bbc, nel suo programma "Panorama" rivela, in base a dati del governo iracheno, che in Iraq le truppe occupanti e le forze del governo provvisorio fanno più morti della resistenza (un rapporto 60% - 40% nel periodo 1 luglio 2004 – 1 gennaio 2005).