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30 gennaio 2005

Nella giornata elettorale si registrano attacchi in varie città a partire dal mattino, con un bilancio complessivo di circa 40 morti. Le forze di sicurezza irachene arrestano oltre 200 presunti guerriglieri e ne uccidono 4. Il flusso alle urne è elevato nel sud sciita, nel nord - dove i kurdi hanno l’ulteriore incentivo di un contemporaneo referendum sull’indipendenza del Kurdistan - e in molti quartieri di Baghdad; invece nella zona a sud della capitale (Mamoudiya, Latifiya ecc.) e nella provincia di Anbar molti seggi non aprono nemmeno; in genere, nelle province e nei quartieri sunniti l’affluenza è insignificante. La comunità internazionale, per ragioni di sicurezza, non ha inviato osservatori di alcun genere a monitorare le elezioni irachene. Le percentuali di affluenza alle urne ipotizzate dalla Commissione elettorale e rilanciate dai media occidentali sono iperboliche e in continua ascesa: si giunge ad affermare che ha votato il 72% degli iracheni. Bush annuncia il trionfo della democrazia, Berlusconi approfitta per esaltare il contributo dell’Italia al suddetto trionfo (glissando sul fatto di non aver allestito seggi per il voto dei 21.000 iracheni che vivono in territorio italiano); Allawi invita gli iracheni ad unirsi e promette ai sunniti che patrocinerà una loro presenza nel prossimo governo. L’assenza dei sunniti nell’Assemblea nazionale, ove si traducesse in una loro mancata partecipazione alla stesura della Costituzione, potrebbe determinare una bocciatura della stessa nel previsto referendum, in virtù della clausola (studiata per i kurdi) della Legge transitoria secondo la quale la Costituzione può essere respinta con la maggioranza dei 2/3 in 3 province: di qui la necessità di blandire la componente sunnita e di prometterle tardive garanzie. Contemporaneamente la consegna del Consiglio provinciale di Kirkuk ai kurdi, attraverso i 100.000 voti in più arbitrariamente loro assegnati, sta generando tensioni anche internazionali: il ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul, afferma che "se i nostri affini…saranno oggetto di ingiustizie, i governi dei paesi democratici non possono rimanere a guardare…la Turchia non può restare semplice spettatrice, siamo una potenza regionale con responsabilità storiche nella regione". Il giorno successivo interviene anche il premier turco Tayyup Erdogan, il quale rimprovera gli Usa per aver consentito l’affermazione violenta di una situazione etnicamente sbilanciata, che rischierà di portare il caos a Kirkuk. Il dato ufficioso dell’affluenza alle urne è destinato a ridimensionarsi. Il 13 febbraio la Commissione elettorale comunica il dato ufficiale, che – se attendibile – è tuttavia lusinghiero: hanno votato 8,5 milioni di iracheni, pari, si afferma, al 58% degli aventi diritto (ma come si è stabilito il numero degli aventi diritto, in mancanza di censimento?). Invece secondo il sito Debka- File, legato ai servizi israeliani, la percentuale dei votanti si collocherebbe tra il 40 e il 45%, con punte dell’80% a Najaf e Kerbala, mentre negli altri centri del sud sarebbe del 40% e a Baghdad del 30%. Il primo posto è della lista unitaria sciita, che con il 48% dei suffragi riporta una vittoria meno netta di quanto auspicato dai suoi sostenitori; seguono in seconda posizione la lista unitaria kurda con il 26% e in terza la lista guidata da Allawi con il 14%. Il prevedibile successo kurdo e soprattutto sciita, insieme alla sostanziale esclusione sunnita, fanno temere a molti commentatori, soprattutto arabi, l’accentuarsi della balcanizzazione dell’Iraq e lo scoppio di una guerra civile. Altri commentatori invece sottolineano le potenzialità insite nel successo sciita, visto come espressione di un nuovo protagonismo iracheno, come inizio di un processo che può portare alla cacciata delle truppe d’occupazione: di fatto molti sciiti hanno votato proprio con questo dichiarato intento. La guerriglia subito dopo le elezioni rallenta la sua attività, come se alcune delle sue componenti fossero possibiliste circa un esito accettabile del processo elettorale, ma i risultati tardano ad essere proclamati e in seguito le trattative per la formazione del governo andranno a rilento; gli attentati riprendono quindi sempre più numerosi e, quando la formazione del governo sarà finalmente annunciata (e sarà chiaro che non porterà né la pace né la fine dell’occupazione), la guerriglia metterà in campo una intensità di fuoco anche superiore ai livelli precedenti.

4 febbraio 2005

Giuliana Sgrena, inviata del quotidiano "Il Manifesto", è rapita nel centro di Baghdad. Il sequestro avviene sotto gli occhi dei poliziotti iracheni all’uscita dell’università Nareh, presso la quale si trova una moschea sunnita dove sono ospitati molti profughi di Falluja, che Sgrena ha appena intervistato. In serata appare sul web la rivendicazione di una "Organizzazione della Jihad islamica in Mesopotamia", che dà al governo italiano un ultimatum di 72 ore per il ritiro delle truppe: il nome riecheggia quello della locale cellula di al Qaeda, ma al Zarqawi smentisce ogni coinvolgimento. La solidarietà nei confronti della rapita scatta immediatamente in modo tangibile, in Italia dove la mobilitazione è presto al massimo, in Iraq (e nel mondo arabo) dove sono note le posizioni contrarie alla guerra della Sgrena e del Manifesto. Il governo italiano rifiuta il ritiro dall’Iraq, ma porta avanti le trattative con i rapitori che hanno aperto un canale di comunicazione: in ciò sostenuto dal consenso di maggioranza e opposizione (quest’ultima, Fassino in testa, dopo le elezioni irachene ha espresso posizioni molto morbide sulla guerra e sull’occupazione dell’Iraq, che hanno reso possibile l’esito ‘democratico’). L’ennesimo rapimento di un giornalista spinge, nei giorni successivi, quasi tutti i suoi colleghi ancora rimasti in Iraq ad abbandonare il paese (gli ultimi giornalisti italiani se ne vanno intorno al 20 febbraio, su pressante invito del Sismi e del governo); d’ora in poi le notizie giungeranno solo dai corrispondenti locali e da giornalisti occidentali strettamente embedded.

9 febbraio 2005

A Bassora è ucciso, con il figlio, Abdul Hussein Khazal, corrispondente della televisione satellitare al Hurra (creata dagli Usa come contraltare delle Tv arabe e basata in Virginia).

11 febbraio 2005

Dalla moschea di Um al Qura (Baghdad), l’esponente del Consiglio degli Ulema Ahmed Abdul Ghafur Samarrai condanna duramente gli attentati alle moschee sciite e alle chiese cristiane; lancia l’idea di un Forum che rappresenti la comunità sunnita a livello istituzionale e la porti alle prime elezioni libere dopo il ritiro delle truppe occupanti; esprime la volontà di partecipare già alle prossime elezioni di fine anno. Il contingente portoghese (630 soldati) lascia l’Iraq.

12 febbraio 2005

A Mossul, assediata dalle truppe Usa, scoppia una violenta battaglia tra resistenza e i marines, con molti morti anche civili.

14 febbraio 2005

Dopo la proclamazione dei risultati elettorali (v. sopra), l’Alleanza unita irachena propone come candidato premier Ibrahim al Jafari, già capo del Consiglio governativo, attuale vice presidente provvisorio della Repubblica, leader di al Dawa. I partiti kurdi esprimono un tacito gradimento, astenendosi dal formulare proposte alterative per la carica in questione e proponendo invece Jalal Talabani, leader dell’Upk, per la presidenza della Repubblica. Formalmente, poi, sarà l’Assemblea, una volta costituita, ad eleggere a maggioranza di 2/3 il futuro presidente e i due vice presidenti, i quali a loro volta dovranno scegliere il premier. Se l’intesa sui nomi pare cosa fatta, una diversa visione dell’assetto dell’Iraq divide sciiti e kurdi, impedendo loro per lungo tempo di giungere ad un accordo di governo e pregiudicando la stesura della Costituzione (che deve essere redatta entro la metà di agosto). Il tentativo di coinvolgere in qualche misura i sunniti nel processo politico urta contro la pregiudiziale costantemente avanzata da questi ultimi che subordinano la propria partecipazione ad un calendario preciso di ritiro delle truppe occupanti (in tal senso anche una riunione odierna, presso la moschea di Um al Qura, di gruppi sunniti vicini al Consiglio degli Ulema, alla quale interviene anche un rappresentante di Moqtada al Sadr): ma la condizione, più volte riproposta, sarà sempre respinta.

16 febbraio 2005

Il quotidiano "Indipendent" ricostruisce le vicende di 6 civili iracheni uccisi dalle truppe britanniche nel sud dell’Iraq. Secondo il quotidiano, le autorità militari inglesi hanno ordinato l’esumazione delle salme e, in due casi, hanno avviato le indagini. Scompaiono presso Ramadi due reporter indonesiani, la giornalista Meutya Hafid e l’operatore Budiyanto, il cui rapimento è rivendicato il 18 febbraio dai "Mojahedeen in Iraq": i due sono rilasciati senza condizioni il 21 febbraio "per l’amicizia islamica e perché l’Indonesia ha aiutato gli iracheni".

17 febbraio 2005

Nella ripartizione dei seggi dell’Assemblea nazionale, la lista unitaria sciita ottiene 140 deputati e, con essi, la maggioranza assoluta; la lista unitaria kurda ne conquista 75; la lista di Allawi se ne aggiudica 40.

18 febbraio 2005

Anche quest’anno la festa dell’Ashura si tinge di sangue sciita: attentatori suicidi colpiscono a Baghdad la moschea di al Khadimain, la moschea di al Bayaa, un gruppo di pellegrini e in serata la moschea di Iskandariya. Il bilancio complessivo dei 4 attentati è di almeno 40 morti. Poco prima che iniziasse la serie delle esplosioni, Abdelaziz al Hakim (leader dello Sciri ed eletto alla Assemblea nella lista unitaria sciita) aveva incitato ad una più incisiva epurazione degli ex seguaci sunniti del partito Baath, definiti "assassini e criminali" (all’opposto, gli Stati uniti stanno cercando di riciclare in apposite milizie gli ex baatisti, magari provenienti dall’esercito o dai servizi di Saddam, ora passati ad Allawi). L’impressione è che si voglia ad ogni costo acuire le tensioni fra le diverse comunità religiose, giocare le une contro le altre, sulla falsariga della divisione etnica e confessionale propugnata dagli Usa fin dai primi giorni dell’occupazione, allo scopo di cancellare la coscienza nazionale irachena e impedire l’affermarsi di una resistenza unitaria. Il Consiglio degli Ulema nei prossimi giorni condannerà duramente "tali crimini che colpiscono il popolo iracheno, sunniti e sciiti, mussulmani e non mussulmani"; con decisione ribadirà che "tutti gli iracheni devono unirsi contro chi ci vuole dividere e semina l’odio fra noi". Parallelamente, al Sadr inviterà gli sciiti a non accusare i sunniti: "sono attacchi contro il popolo iracheno, non contro questo o quel gruppo religioso". Ma, nonostante gli appelli, la strada verso una strisciante guerra civile sembra aperta.

19 febbraio 2005

A Baghdad un attentatore suicida si lancia contro il funerale di una delle vittime del giorno precedente, con 4 morti e 40 feriti; un altro si fa esplodere su un autobus nel quartiere sciita di Khadimiya, uccidendo 17 persone e ferendone 40.

20 febbraio 2005

Raiida al Wazan, giornalista della Tv locale "Ninive" appartenente al network pubblico "al Iraqiya Tv", è rapita a Mossul con la figlia. I dirigenti e i lavoratori della Tv pubblica a Mossul ricevono da tempo minacce (il direttore della sede locale è anche sfuggito ad un sequestro). Tramite al Iraqiya, creata nel maggio 2003 con i finanziamenti del Pentagono, il governo iracheno sta portando avanti una offensiva mediatica volta a screditare la guerriglia: negli ultimi tempi, infatti, la Tv trasmette di continuo ‘interrogatori’ di presunti ‘terroristi pentiti’ che, tranquilli e non inquadrati in viso, confessano di aver perpetrato omicidi, stupri, ruberie per conto della guerriglia e in particolare di personaggi strettamente legati alla Siria. Mentre la figlia è rilasciata dopo poche ore, il corpo della giornalista uccisa da un colpo alla tempia è ritrovato il 26 febbraio.

21 febbraio 2005

Le forze americane scatenano l’operazione ‘River blitz’, che si protrae parecchi giorni colpendo con violenza Ramadi e gli altri centri della provincia di Anbar, in particolare Hit, Baghdadi, Haditha, Haqlaniya. Ramadi, assediata, è sottoposta a coprifuoco e rastrellamenti; degli abitanti chi può tenta la fuga, chi rimane è senza viveri, negozi e uffici sono chiusi. Haditha è pesantemente bombardata, come Haqlaniya e altri centri ritenuti in mano agli insorti. La guerriglia cerca di liberarsi dall’assedio spostandosi verso Mossul o Baghdad, dove si susseguono le esplosioni.

22 febbraio 2005

Un tour diplomatico europeo porta il presidente americano Bush anche a Bruxelles, dove il quartier generale della Nato discute tra l’altro della missione in Iraq. Il progetto, ridimensionato rispetto alle previsioni iniziali (v. 22 settembre 2004, 9 dicembre 2004), vede ora aumentare da 10 a 15 i paesi che invieranno istruttori in Iraq (Francia, Germania, Spagna e Belgio si impegnano a collaborare fuori dai confini iracheni), ma lo sforzo resterà prevalentemente statunitense; gli uomini impiegati, tra istruttori e addetti alla sicurezza, passeranno dagli attuali 110 a 160, ma ben 100 di essi saranno americani. In Iraq, la lista unitaria sciita ribadisce la scelta di Jafari come candidato premier, costringendo un altro aspirante alla carica, Ahmed Chalabi, a ritirare le proprie pretese (dietro la promessa del posto di vice primo ministro).

23 febbraio 2005

Da Arbil, Nechirvan Barzani, nipote di Massud Barzani (leader del Pdk e premier del governo regionale del Kurdistan), interviene nelle trattative per la formazione del governo dichiarando che i kurdi sono disposti ad appoggiare solo chi garantirà loro la completa autonomia e il controllo della provincia di Kirkuk, in aggiunta a quello delle tre province kurde. Ma pesano sulle trattative anche il problema dei peshmerga, che il futuro governo autonomo kurdo vorrà mantenere alle dipendenze proprie, e non del potere centrale; le pretese kurde di laicità dello stato contrapposte alla richiesta sciita di introduzione della sharia. Moqtada al Sadr, dal canto suo, ribadisce che un governo di al Jafari (il quale ha definito "un errore" la richiesta di ritiro delle truppe americane) non avrà nessuna legittimità se non sarà fissata una data per il ritiro delle truppe di occupazione.

27 febbraio 2005

Il governo annuncia l’arresto di Barzan al Tikriti, fratellastro di Saddam Hussein: sarebbe avvenuto nei giorni scorsi ad opera dei kurdi siriani nella cittadina di Hasakah, a 50 km dal confine con l’Iraq, e sarebbero state le autorità siriane a consegnare l’arrestato a quelle irachene (un consigliere del ministero per l’Informazione siriano smentisce il giorno successivo la collaborazione in tal senso della Siria, confermata invece il 1 marzo dal ministro della Difesa iracheno).

28 febbraio 2005

Ad Hilla un autobomba esplode tra una folla di reclute della polizia irachena e nelle vicinanze di un grande mercato: gli attacchi alle forze di polizia sono quotidiani, ma quello odierno ha un impatto devastante per l’altissimo numero delle vittime, 118 morti e 147 feriti. L’attentato sarà rivendicato dal gruppo di al Zarqawi. I civili iracheni organizzeranno una manifestazione di protesta, accusando la polizia di negligenza, mentre il Consiglio degli Ulema chiederà la fine degli attacchi "agli innocenti iracheni".

2 marzo 2005

Un giudice del Tribunale speciale per i crimini del passato regime, Parvez Mohammed Mahmoud, è ucciso a colpi d’arma da fuoco insieme al figlio, avvocato presso lo stesso Tribunale. Il Tribunale, attualmente composto da un numero segreto – tra 60 e 100 – di giudici, investigatori e avvocati, è estremamente lottizzato; i due uccisi erano vicini all’Upk e, secondo uno strettissimo parente, l’omicidio ha motivi politici. Proprio il giorno precedente, inoltre, è stata depositata l’imputazione per un gruppo di 5 dirigenti del vecchio regime, tra i quali Barzan al Tikriti, il fratellastro di Saddam arrestato da poco (v. 27 febbraio 2005): si può pensare anche ad una vendetta.

4 marzo 2005

A Baghdad Giuliana Sgrena, liberata in seguito ad una trattativa, è riconsegnata al Sismi. Mentre la Toyota noleggiata dal servizio militare sta percorrendo una rampa che porta all’autostrada per l’aeroporto, una pattuglia americana apre il fuoco, ferisce lievemente il maggiore alla guida, ferisce in modo più grave ad un polmone la giornalista e uccide il dirigente del Sismi Nicola Calipari che le fa scudo con il suo corpo. La pattuglia è mantenuta in loco da più di un’ora a realizzare una postazione mobile di blocco, la Bp 541, per proteggere (si dirà dopo qualche giorno e molte rettifiche) il passaggio dell’ambasciatore Negroponte, che per altro non transita di lì né prima, né dopo gli spari. Il comando Usa, dopo ore di imbarazzato silenzio, si aggrappa alla tesi dell’incidente e ribalta le responsabilità sugli italiani, che non avrebbero avvertito del loro arrivo con l’ostaggio liberato: dopo i rituali avvertimenti, un soldato della pattuglia avrebbe sparato contro il motore di un’auto sospetta che si stava avvicinando ad altissima velocità. Questa versione contrasta con le testimonianze dei due sopravvissuti, secondo i quali la velocità era moderata e la luce di avvertimento è stata contemporanea agli spari; con le dichiarazioni dello stesso vice comandante della Coalizione, generale Marioli, secondo il quale almeno l’ufficiale americano di collegamento, capitano Green, è stato avvertito dell’arrivo dell’auto all’aeroporto; con le prime ricostruzioni dei Ros inviati in Iraq, secondo i quali più armi hanno sparato, ai passeggeri e non al motore. Ma è la versione alla quale, sia pure con ripetuti aggiustamenti, gli Usa si tengono tenacemente attaccati; è anche la conclusione cui perviene la commissione Vangjel, cui è affidata l’inchiesta interna americana e cui partecipano anche due membri italiani, l’ambasciatore Cesare Ragaglini, nominato dalla Farnesina e il generale Pier Luigi Campregher, nominato dal Sismi (la partecipazione italiana è frutto di un accordo tra Berlusconi e l’ambasciatore Usa Sembler; tuttavia il portavoce del comando americano la motiva con l’esigenza di accertare e perseguire eventuali responsabilità italiane). Ragaglini e Campregher rifiutano però di sottoscrivere la versione americana: la commissione non riesce quindi a raggiungere "conclusioni finali condivise", come recita una nota dei ministeri degli Esteri italiano e americano. Il 30 aprile esce il rapporto finale della commissione Vangjel, che ribadisce l’assenza di responsabilità per i soldati Usa, tutti rispettosi delle regole d’ingaggio – anche l’unico che avrebbe sparato – mentre attribuisce agli italiani l’intera responsabilità del cosiddetto incidente. Molti particolari e soprattutto i nomi dei 7 soldati della pattuglia sono coperti da omissis, svelati il giorno successivo da un blogger che riesce facilmente a decrittare il rapporto pubblicato su Internet: solo il soldato Mario Lozano avrebbe sparato. Il giorno successivo esce anche il rapporto di Ragaglini e Campregher, che sottolinea come la blocking position 541 sia stata realizzata male, su una rampa corta, a ridosso di una curva, al buio, senza che la sua presenza (e la conseguente necessità di rallentare) fosse segnalata in alcun modo alle vetture in arrivo; come sia stata mantenuta in loco inutilmente (Negroponte era già passato da altra via) per un tempo lunghissimo, determinando un crescente nervosismo nei soldati, che hanno poi sparato per inesperienza e per stress. Secondo il rapporto italiano, le dichiarazioni rese dai soldati della Bp 541 sono contraddittorie e incoerenti (tra l’altro affermano di aver fatto la prima segnalazione quando la Toyota non era ancora da loro visibile) mentre quelle del funzionario Sismi e della Sgrena appaiono coerenti, concordanti e plausibili; la Toyota viaggiava a 40-45 km/h (ma la velocità è irrilevante, non c’erano limiti in tal senso né cartelli che indicavano la vicinanza della Bp 541) ed è stata investita dalle segnalazioni e dagli spari contemporaneamente; infine le autorità americane potevano ignorare, formalmente, il contenuto specifico della missione, ma sapevano dell’arrivo della squadra del Sismi. In Italia le indagini sono affidate ai pm romani Ionta e Saviotti, che inoltrano immediatamente una rogatoria per ottenere i nomi dei soldati che hanno aperto il fuoco e la possibilità di esaminare l’auto con i proiettili e gli altri reperti; gli Usa rallentano in ogni modo l’inchiesta, non rispondono alla rogatoria, negano per diversi giorni ai periti d’ufficio e di parte di prendere visione della Toyota, che arriverà in Italia solo il 26 aprile. Secondo i consulenti di parte civile almeno due diverse armi hanno sparato contro gli italiani, mentre il 15 settembre i consulenti della procura affermano che "ad un’analisi più attenta" tutti i frammenti ritrovati sulla Toyota appartengono a proiettili sparati da una sola arma e si oppongono alla proposta di nuove verifiche avanzata dalla difesa. I consulenti della procura depositano il 25 ottobre le conclusioni secondo le quali i colpi furono sparati per colpire autista e passeggeri mentre la Toyota, procedendo a velocità limitata, si trovava sulla virtuale ‘alert line’ che abilitava i marines a segnalare, non a sparare. Il 22 dicembre la procura di Roma iscrive Mario Lozano nel registro degli indagati per omicidio volontario, l’indagine è chiusa il 17 gennaio 2006 con un accertamento di responsabilità per tale reato, ma l’imputato non abita più all’indirizzo a suo tempo individuato dal Ros e non si sa dove notificargli il prescritto avviso di conclusione indagini (l’ennesima rogatoria in tal senso alle autorità americane resterà prevedibilmente inevasa). Sul fronte del rapimento Sgrena, a fine gennaio 2006 si diffonde la notizia secondo cui la Procura di Roma avrebbe iscritto al registro degli indagati l’ulema Abdel Salam al Kubaisi per sequestro a scopo di terrorismo: il religioso, coinvolto nelle trattative per il rilascio di vari ostaggi europei, sarebbe sospettato di aver avuto un ruolo direttivo nei sequestri Sgrena e Aubenas. Il Consiglio degli Ulema commenta la notizia asserendo che "mira ad istigare l’opinione pubblica mondiale contro il Consiglio". Il 29 marzo 2006, il "Corriere della Sera" riporta la "confessione" alla polizia irachena di Mustafa Mohamed Salman, arrestato nel maggio 2005 per il sequestro di Margaret Hassan: Salman avrebbe detto che fu lo sceicco Hussein – imam della moschea alla cui uscita fu rapita la Sgrena – ad avvertire gli americani del check point che sarebbero stati attaccati da una autobomba, fornendo colore e modello della Toyota del Sismi, e quindi a determinare la sparatoria. La stessa Sgrena, sul "Manifesto" del 30 marzo, dopo aver ricordato i metodi con i quali sono estorte le confessioni in Iraq, fa notare che se Salman appartiene al gruppo che ha rapito la Hassan, l’Esercito islamico, viceversa i suoi rapitori non farebbero parte di tale gruppo; che Hussein non poteva conoscere la strada percorsa dalla Toyota; che lo sceicco avrebbe avvertito un check point, mentre a sparare fu una postazione mobile; che comunque gli americani erano informati dell’arrivo dell’auto del Sismi e non avrebbero dovuto dar credito alla soffiata; infine, se invece vi avessero dato credito, l’avrebbero portata a giustificazione dell’agguato. Il 24 aprile 2006 una lettera del dipartimento di Giustizia americano spiega "in modo definitivo" che le sole informazioni a poter essere fornite sono contenute nel rapporto della commissione Vangjel e già note al governo italiano: nega quindi ogni ipotesi di collaborazione giudiziaria. Il 23 maggio i pm romani dichiarano per decreto l’irreperibilità di Lozano e comunicano all’avvocato nominato d’ufficio l’avviso di conclusione delle indagini; il 19 giugno chiedono il rinvio a giudizio di Lozano. Nella richiesta di rinvio ipotizzano un delitto politico – l’unica fattispecie che consente lo svolgimento del processo in contumacia – argomentando che l’omicidio di Calipari lede un interesse dello stato italiano, in considerazione del ruolo istituzionale della vittima, che oltretutto era in missione antiterrorismo per liberare Giuliana Sgrena, a sua volta vittima di un reato politico. All’udienza preliminare del 29 novembre 2006, il gup Sante Spinaci accoglie la costituzione di parte civile della presidenza del consiglio italiano e rinvia tutto al 7 febbraio 2007, per permettere all’avvocato di Lozano l’esame dei documenti e delle questioni poste dai p.m. e dalle parti civili.. In questa data il gup Spinaci decide il rinvio a giudizio di Lozano, qualificando la sua azione come "un delitto oggettivamente politico in considerazione dell’evidente lesione degli interessi politici dello stato" e considerandola sorretta da dolo diretto, non semplicemente eventuale (Lozano cioè intendeva fermare la Toyota anche mediante il ferimento o la morte dei suoi occupanti, "eventi questi certamente previsti e alternativamente voluti"). E’ accolta anche la citazione del dipartimento statunitense della Difesa come responsabile civile. Nei giorni che precedono l’apertura del giudizio, Lozano rilascia interviste a stampa e televisioni, in cui si abbandona a dichiarazioni di venerazione per Calipari e a maligni attacchi nei confronti della Sgrena. Alla prima udienza del 15 aprile 2007 Lozano, assente, è rappresentato dal suo avvocato di fiducia Alberto Biffani (l’imputato fruisce anche dell’assistenza di un folto e agguerrito collegio difensivo, pagato tra gli altri dalle banche d’affari Morgan Stanley e Merril Linch, dall’agenzia di rating Price Waterhouse Coopers e da associazioni di veterani; la Reuters, pure citata dagli amici di Lozano tra gli sponsor, nega di aver mai dato fondi). L’8 maggio l’imputato consegna al Tg 5 e al Corriere della sera un video e delle foto da lui realizzati dopo la sparatoria; le immagini, acquisite dai pm, non contraddicono in alcun modo la versione dell’accusa, anzi paiono confermarla. Il 7 giugno il ministero degli Esteri italiano trasmette al Tribunale una lettera del governo statunitense, che sostiene di non poter essere citato come civilmente responsabile, perché "gli Stati uniti sono uno stato sovrano". All’udienza del 10 luglio, la Sgrena rinuncia alla citazione del ministero della Difesa Usa, mentre l’avvocato di Lozano invoca il difetto di giurisdizione del Tribunale italiano.Il 25 ottobre 2007 la Corte d’assise di Roma, presieduta dal giudice Angelo Gargani, dichiara il difetto di giurisdizione accogliendo la tesi della difesa di Lozano. Il 26 ottobre, il "Corriere della Sera" avanza l’ipotesi che il processo sia caduto in seguito ad un accordo segreto stretto dall’Italia con gli Stati uniti, in base al quale all’Italia fu permesso trattare la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, ostaggio dei talebani in Afghanistan, a patto che lasciasse cadere le accuse contro Lozano (e contro gli agenti della Cia imputati del sequestro di Abu Omar): nessuno si preoccupa di smentire, né di fugare il sospetto che l’anticipata sostituzione di Angelo Gargani a Mario Almerighi (che avrebbe dovuto presiedere la Corte d’assise) abbia qualcosa a che fare con lo scenario delineato dal quotidiano.

4 marzo 2005

Una unità americana, presso Diwaniya, apre il fuoco contro una pattuglia del contingente bulgaro, uccidendo un soldato: "non hanno fatto sufficienti sforzi per individuare l’obiettivo e hanno aperto direttamente il fuoco senza previ colpi di avvertimento", ammetterà dopo una settimana lo stesso comando Usa. La realtà di soldati americani abituati ‘prima a sparare, poi a parlare’ arriva sulla stampa mondiale quando le vittime sono uno 007 o un soldato di paesi alleati, ma è la stessa che quotidianamente subiscono migliaia di iracheni costretti a passare un check point, ad avvicinarsi a un convoglio o a una pattuglia statunitense, con perdite in vite umane di cui nessun giornale dà conto. Le truppe americane basate a Tallil stanno attaccando duramente, nel territorio sotto controllo italiano, le forze di sheik al Kafaji, mediatore e garante del quieto vivere tra le truppe italiane e la resistenza: la notizia dell’offensiva, che le forze americane cercano di tenere nascosta, si diffonde a distanza di tempo.

5 marzo 2005

Gli Usa sospendono il violento attacco sferrato alla provincia di Anbar (v. 21 febbraio 2005), pare in seguito ad una trattativa con esponenti del Consiglio degli Ulema. Impossibile un bilancio preciso delle vittime: i guerriglieri hanno opposto una resistenza più flessibile che non a Falluja, tra loro i morti sarebbero qualche decina e gli arrestati circa 400. Contemporaneamente l’Aclu (American civil liberties union) ottiene e rende pubblico, tra numerosi altri documenti di abusi, un video intitolato "Ramadi madness", che mostra alcuni marines prendere a calci e a pugni un prigioniero iracheno legato e già ferito all’addome da proiettili. I marines indagati per l’episodio sono già stati tutti assolti: il loro comportamento è stato giudicato "inappropriato, non criminale".

10 marzo 2005

Zalmay Khalilzad è designato da Bush a sostituire, quale nuovo ambasciatore Usa in Iraq, John Negroponte (chiamato a dirigere l’Agenzia nazionale che controllerà tutti i servizi segreti americani). Statunitense di origine afgana e attuale ambasciatore Usa in Afghanistan, Khalilzad fu in passato consulente dell’Unocal e in questa veste ebbe legami con i talebani (con cui progettava anche la costruzione di un oleodotto): non esitò tuttavia a rinnegarli in nome della ‘guerra al terrorismo’. Il nuovo ambasciatore è già stato in Iraq come inviato Usa prima dell’invasione del 2003.

13 marzo 2005

Abu Omar al Kurdi, appartenente al gruppo di al Zarqawi e organizzatore dell’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, prigioniero delle forze statunitensi, decide di collaborare con la giustizia italiana ed americana e si lascia interrogare dai carabinieri del Ros.

14 marzo 2005

L’Olanda inizia il ritiro del proprio contingente.

15 marzo 2005

Il Pentagono comunica al Congresso Usa che le forze di sicurezza irachene si compongono attualmente di 142.472 effettivi armati e addestrati, ma il Government accountability office (organo del congresso) ritiene inattendibile il dato. A Baghdadi è ucciso il vice comandante dell’esercito iracheno, generale Ismail Swayed al Obeidi, freddato da ‘fuoco amico’ statunitense mentre rientra a casa dall’ufficio. Muore a Nassiriya, durante un’esercitazione, il sergente Salvatore Marracino: ufficialmente si accredita, tra i molti dubbi dei commilitoni, la versione di un incidente causato dallo stesso Marracino.

16 marzo 2005

La neo eletta Assemblea si insedia – fra i colpi di mortaio dei seguaci di al Zarqawi – ma non raggiunge alcun accordo, per le ben note divergenze tra kurdi e sciiti (v. sopra, 23 febbraio 2005); non è annunciata nemmeno la data della prossima riunione. Il "New York Times" pubblica i risultati di un’inchiesta militare che ammette l’omicidio di 26 prigionieri catturati in Afghanistan e in Iraq dal 2002 (ma il numero totale dei morti, che comprende anche gli omicidi ‘giustificati’, gli incidenti, le cause naturali è di 108).

17 marzo 2005

A Baghdad è ucciso a colpi d’arma da fuoco un importante religioso sunnita, sheik Abdel Rahim Samarrai.

20 marzo 2005

Nel secondo anniversario dell’invasione dell’Iraq, la Bbc manda in onda un documentario che illustra come la guerra all’Iraq, nelle varianti dell’appoggio ad un colpo di stato ‘interno’ o dell’invasione, fosse ipotizzata ben prima dell’11 settembre 2001; produce nuove prove che mostrano come, col prevalere della seconda ipotesi, le informazioni dei servizi sulle potenzialità offensiva di Saddam Hussein siano state gonfiate dal governo inglese, per convincere il Parlamento ad appoggiare la guerra di Bush. La coscienza che le prove della pericolosità irachena siano state manipolate emerge, in modo più o meno esplicito, da tutte le testimonianze.

22 marzo 2005

Il presidente ucraino Yushenko emana il decreto per il progressivo ritiro delle truppe dall’Iraq.

23 marzo 2005

Il governo iracheno comunica che il giorno precedente le sue truppe, appoggiate da quelle americane, hanno attaccato un grande campo di addestramento di ribelli presso il lago Tharthar, nell’area tra Tikrit e Samarra, ingaggiando una battaglia e uccidendone 85 guerriglieri, tra cui molti combattenti stranieri (sudanesi, algerini, marocchini). Pare tuttavia strano che la resistenza impianti un campo di tale visibilità in una zona sorvegliata dagli occupanti, e che questo sia finora sfuggito loro. Il comando Usa conferma lo scontro ma non parla dell’entità del medesimo e del numero dei morti; le fonti indipendenti non confermano la notizia; secondo la Reuters, volantini della resistenza diffusi in zona danno notizia di un combattimento nel quale sono morti 11 guerriglieri e molti più poliziotti iracheni.

25 marzo 2005

Il Pentagono decide di non sottoporre a processo 17 militari accusati, in seguito ad una inchiesta della divisione criminale dell’esercito (v. 16 marzo 2005), di assassinio, cospirazione e omicidio colposo per la morte di tre prigionieri in Afghanistan e in Iraq. Dei 17 accusati, uno è congedato, uno riceve una censura scritta, per tutti gli altri non ci sono provvedimenti.

28 marzo 2005

La polizia irachena arresta, all’aeroporto di Baghdad, il corrispondente di al Arabiya Wael Issam, trovandolo in possesso di vhs girate a Falluja: la miseria e la distruzione arrecate alla città non devono, evidentemente, essere testimoniate al mondo. Nella notte tre giornalisti romeni (la reporter Marie Jeanne Ion e il cameraman Sorin Miscoci di "Prima Tv", il giornalista Ovidiu Ohanesian del quotidiano "Romania libera"), dopo un’intervista ad Allawi, sono sequestrati nei pressi del loro albergo assieme a Mohammed Munaf, uomo d’affari americano- iracheno che li accompagna e che avrebbe finanziato il loro viaggio. Il presidente romeno Basescu, nella sua visita a Baghdad del giorno precedente, ha ribadito la ferma volontà di non ritirare né ridurre le truppe romene in Iraq (circa 800 soldati) e forse il rapimento dei giornalisti è il tentativo di incrinare questa fermezza. Un video trasmesso da al Jazeera la notte del 30 marzo mostra i rapiti, ma non avanza rivendicazioni né richieste, la Ion nello stesso video esclude l’ipotesi di un riscatto. Il 5 aprile si diffonde la notizia, annunciata da due Tv romene ma successivamente smentita dalla presidenza della repubblica, di un rilascio dei quattro rapiti; a Bucarest è arrestato un amico di Mohammed Munaf, Omar Hayssam, un uomo d’affari romeno di origine siriana, esponente del partito socialdemocratico all’opposizione, che dopo il sequestro ha affermato di aver ricevuto due telefonate dai rapitori in vista di una trattativa e per questo è sospettato di connivenza coi medesimi. I giornalisti sono liberati dopo 55 giorni di sequestro il 23 maggio, mentre Munaf è trattenuto in stato di fermo dalle forze americane, secondo le quali avrebbe informazioni circa minacce imminenti alle forze multinazionali in Iraq.

29 marzo 2005

L’Assemblea nazionale, tra i colpi di mortaio dell’Esercito islamico, si riunisce per eleggere il proprio ufficio di presidenza, ma l’elezione va a vuoto: Ghazi al Yawar, sunnita, attuale presidente iracheno, rifiuta infatti la carica (del tutto formale) di presidente della nuova Assemblea, che sciiti e kurdi gli offrono nel tentativo di mascherare l’esclusione sunnita dalle nuove istituzioni. Sciiti e kurdi pretendono di essere arbitri nello stabilire chi sarà il sunnita da eleggere alla presidenza, escludendo i pochi deputati sunniti anche da questa decisione: ciò indispone naturalmente il piccolo gruppo sunnita, Allawi e Yawar lasciano la sala furiosi, la riunione è aggiornata. Le speranze legate al processo elettorale, che hanno portato il mese scorso ad una riduzione delle attività della resistenza, vengono meno rapidamente: gli attacchi alle forze occupanti e a quelle governative riprendono più frequenti che mai.

30 marzo 2005

L’Aclu ottiene e rende pubblico un memorandum datato 14 settembre 2003 del generale Ricardo Sanchez, allora comandante delle truppe americane in Iraq, che autorizza metodi di interrogatorio dei prigionieri contrari alle convenzioni di Ginevra: cani (animali considerati impuri dall’islam) scatenati contro i detenuti, temperature roventi e gelide, privazione del sonno, costrizione in posizioni dolorose.

31 marzo 2005

Il Consiglio degli Ulema propone, per bocca di sheik Hareth al Dhari, la fissazione di un calendario per il ritiro delle truppe occupanti in cambio di un appello dei religiosi a che la resistenza cessi i suoi attacchi contro le truppe stesse e dell’apertura di un dialogo con la comunità sunnita.

4 aprile 2005

In una nuova riunione, l’Assemblea nazionale elegge alla propria presidenza il sunnita Ajim al Hassani, iracheno vissuto a Los Angeles e tornato in patria nel 2003 dopo l’invasione, attuale ministro dell’Industria, ex membro del Partito islamico iracheno (ne è uscito perché favorevole, contro la condanna del partito, all’attacco americano a Falluja; v. sopra, L’Iraq ‘sovrano’, 9 novembre 2004). Truppe americane e irachene iniziano nella provincia di Diyala un attacco volto a distruggere basi e armerie della resistenza, che si protrae per giorni con scontri violenti.

6 aprile 2005

L’Assemblea nazionale, sempre seguendo il criterio etnico confessionale imposto dagli Usa, elegge il leader kurdo Jalal Talabani alla presidenza della repubblica; elegge alla vicepresidenza lo sciita Adel Abdul Mahdi e il sunnita Ghazi al Yawar (presidente uscente). L’indomani i tre, in base alla Costituzione provvisoria, conferiscono ufficialmente allo sciita Ibrahim al Jafari (vice presidente uscente e leader dell’ala filo americana di al Dawa) l’incarico di formare il nuovo governo.

9 aprile 2005

Nel secondo anniversario della caduta di Baghdad, su invito di Moqtada al Sadr e dei leader religiosi sunniti contrari all’occupazione, migliaia di iracheni manifestano unitariamente nella capitale e in altre importanti città irachene chiedendo il ritiro delle truppe straniere, al grido "no agli occupanti, sì all’islam". Il presidente Talabani risponde alla mobilitazione, il giorno successivo, riconfermando come necessaria la presenza delle truppe straniere e bollando al Sadr come un criminale che merita l’arresto.

12 aprile 2005

Il ministro della Difesa polacco Jerzy Smajdzinski annuncia che al termine del mandato Onu, alla fine del 2005, anche la missione polacca in Iraq dovrà avere termine. Il ministro della difesa statunitense Donald Rumsfeld giunge a Baghdad, tra scoppi di autobombe, per tentare di por fine ai ricatti incrociati di sciiti e kurdi, di accelerare la formazione del governo, di impedire le epurazioni degli ex baatisti che gli Usa ritengono indispensabili alla riorganizzazione degli apparati dello stato iracheno.

15 aprile 2005

A Salman Pak (30 km da Baghdad), dove da giorni miliziani sciiti filo americani, aiutati da truppe governative e occupanti, stanno impegnando scontri con gruppi della resistenza per lo più sunniti, i guerriglieri occupano per 48 ore il centro della città, devastando le sedi dei partiti governativi (soprattutto quella dello Sciri). Il governo iracheno distorce gli eventi parlando di scontro interconfessionale.

18 aprile 2005

La guardia nazionale irachena, appoggiata dalle truppe americane, entra in forze a Madaen dopo che il governo iracheno ha lanciato la notizia, poi amplificata dai media di tutto il mondo, secondo la quale in questa città i guerriglieri sunniti avrebbero rapito 150 concittadini sciiti, promettendo di liberarli solo se tutti gli sciiti avessero abbandonato la città. Nonostante i rastrellamenti non si trovano ostaggi; il generale Adnan Thabet dichiara alla Tv che "il numero degli ostaggi è stato molto gonfiato", ma è ucciso in serata, assieme ad un nipote, da un gruppo di armati che irrompe nella sua casa; il generale Mudhir Mola Abboud si spinge a dichiarare che "non c’è nessun ostaggio, la questione è stata montata per motivi politici, relativi alla formazione del nuovo governo". Qualche giorno dopo Talabani annuncia il ritrovamento nel Tigri, presso Suwaira, di 50 cadaveri: il presidente iracheno dice di conoscerne l’identità, sarebbero gli ostaggi di Madaen. Secondo altre testimonianze, tuttavia, la decomposizione dei corpi ha reso impossibile la loro identificazione.

23 aprile 2005

Sono rese note le conclusione dell’inchiesta del Pentagono sugli alti ufficiali coinvolti nei fatti di Abu Ghraib; nonostante le precedenti inchieste di varie commissioni avessero individuato responsabilità, in questa sede – l’unica abilitata a prendere provvedimenti – solo Janis Karpinski (all’epoca comandante della prigione) è degradata e riceve una censura scritta; sono assolti invece il comandante delle truppe americane in Iraq Ricardo Sanchez, il suo vice Walter Wojdakowski, la responsabile dell’intelligence Barbara Fast, il colonnello Marc Warren che tentò di insabbiare la denuncia della Croce rossa.

26 aprile 2005

La commissione Duelfer (v. sopra, L’Iraq ‘sovrano’, 6 ottobre 2004 e 12 gennaio 2005) pubblica 92 pagine di supplemento al rapporto già reso noto nell’autunno scorso, nelle quali si precisa che le armi di distruzione di massa prese a pretesto per l’invasione, mai trovate in territorio iracheno, non sono nemmeno state nascoste in Siria – come ipotizzato da Dick Cheney – né altrove.

28 aprile 2005

Il governo Jafari riceve la fiducia dell’Assemblea con 180 voti (su 275 membri; per protesta non partecipano al voto 90 deputati, tra cui Allawi e Barzani). Il governo è, per ora, ‘parziale’: non sono ancora designati ufficialmente i ministri della Difesa, del Petrolio, dell’Industria, dell’Elettricità e i due vice premier. Nessun sunnita è ministro, nemmeno tra quelli ben disposti verso l’occupazione i quali, riuniti nel Consiglio per il dialogo nazionale, protestano per l’esclusione (la loro sede sarà devastata l’indomani dalle forze speciali del ministero dell’Interno); Adnan Pachachi medita di trasferirsi negli Emirati; la resistenza accoglie il nuovo governo con un crescendo mai visto di attentati alle forze di occupazione e governative. Il governo parziale giura e si insedia il successivo 3 maggio: alla cerimonia non assistono per protesta il vice presidente al Yawar, i pochi altri sunniti eletti all’Assemblea e molti deputati kurdi e sciiti che già si erano astenuti dal voto di fiducia.

1 maggio 2005

A Londra, il "Times" pubblica la prima di 7 minute di verbali segreti, relativi ad incontri avvenuti da marzo a luglio 2002 tra Blair, i componenti del suo governo e l’allora capo del MI6 Richard Dearlove. Quest’ultimo, reduce da Washington, spiega che il futuro attacco all’Iraq troverà giustificazione nei "legami col terrorismo internazionale" e nel " possesso iracheno di armi di distruzione di massa", assicurando che "da parte americana i dati dell’intelligence e i fatti saranno modificati e adattati a questo fine".

2 maggio 2005

Il dissidio fra Pdk e Upk sulle modalità di elezione del presidente del Kurdistan autonomo (il Pdk che ha maggior seguito vuole una elezione popolare diretta, l’Upk caldeggia la designazione dell’assemblea regionale) sfocia nella minaccia di Barzani di ritirare dal nuovo governo nazionale i quattro ministri del Pdk. Un video diffuso dal "Consiglio della shura dei Mujaheddin dell’Iraq" (sorta di governo che regge il gruppo di al Zarqawi ed altri gruppi similari) conferma il rapimento di Douglas Wood, cittadino australiano residente in Florida e contractor per l’esercito americano, che si appella – naturalmente invano – al premier australiano Howard, al presidente americano Bush e al governatore della Florida Schwarzenegger per il ritiro delle truppe di occupazione. Wood è liberato il 15 giugno, ufficialmente da una pattuglia irachena che sta effettuando un controllo di routine e casualmente lo trova, legato, in un appartamento della capitale.

2 maggio 2005

Lynndie England, la riservista che appare nelle foto- scandalo di Abu Ghraib con un detenuto al guinzaglio, dinanzi alla Corte marziale di Fort Hood (Texas) si dichiara colpevole di 7 reati (confessa, tra l’altro, di aver torturato per divertimento) allo scopo di poter patteggiare una pena lieve. Tuttavia il 4 maggio Charles Graner, capo dei torturatori di Abu Ghraib e suo ex compagno, depone per la difesa dichiarando che la England ha solo ubbidito agli ordini; il giudice Pohl respinge quindi la dichiarazione di colpevolezza e ordina di ripetere il processo. Nuovamente processata, è dichiarata colpevole di maltrattamenti e di atti osceni e condannata a soli 3 anni di reclusione il 28 settembre 2005. La mitezza di questa e di altre precedenti condanne desta indignazione solo tra gli iracheni; l’opinione pubblica americana, che pure nell’aprile 2004 chiedeva punizioni esemplari, ha già dimenticato.

4 maggio 2005

Mentre l’insediamento del nuovo governo ha determinato una ulteriore escalation degli attentati, ad Arbil Ansar al Sunna infiltra un attentatore suicida tra una folla di giovani in fila davanti alla sede del Pdk, che funziona anche da ufficio di arruolamento; i morti sono 60, i feriti un centinaio.

6 maggio 2005

A Suwairah, cittadina sciita vicina a Baghdad, una autobomba esplode in un mercato; l’attentato, che fomenta la tensione interreligiosa, provoca 18 vittime (58 secondo le fonti sanitarie) e circa 40 feriti. A Najaf i seguaci di Moqtada al Sadr scendono in piazza per chiedere la liberazione di 200 loro compagni fatti prigionieri durante l’assedio e, nonostante gli accordi in tal senso, mai rilasciati: la polizia scioglie la manifestazione e spara sui dimostranti, ferendone gravemente 6. Le forze sunnite, sciite e laiche contrarie all’occupazione, riunite presso la moschea di Um al Qura sede del Consiglio degli Ulema, lanciano il progetto di una Costituzione alternativa a quella che l’Assemblea nazionale, da essi considerata illegittima, sta predisponendo. Tali forze chiedono che la Costituzione sia elaborata da un comitato indipendente e rappresentativo di ogni settore nazionale, mentre la commissione parlamentare che sta lavorando alla bozza della Costituzione è composta da 55 membri di cui solo 2 sunniti.

7 maggio 2005

Le truppe americane e irachene lanciano una massiccia offensiva, l’operazione ‘Matador’, nella zona di Qaim, sotto attacco già dai primi di aprile: per la vicinanza al confine con la Siria, Qaim e i villaggi circostanti sono considerati la porta d’ingresso dei combattenti stranieri e rifugio di al Zarkawi. Alcune tribù locali appoggiano i miliziani stranieri, mentre altre, a loro ostili, vedono con iniziale favore l’intervento americano, ma i marines non fanno distinzioni, bombardano e sparano su amici e nemici seminando ovunque morte e distruzione. La situazione alimentare, igienica e sanitaria è spaventosa; migliaia di famiglie hanno lasciato città e villaggi e vagano senza viveri e senza tende; tuttavia Qaim resiste.

9 maggio 2005

Tra attacchi della resistenza e controffensive americane, giurano i ministri nominati l’8 maggio per completare il governo, e con essi giurano di nuovo anche gli altri: i kurdi pretendono infatti che nel testo del giuramento sia inserito il riferimento a un Iraq ‘federale’. Nelle speranze di Jafari, il conferimento del ministero della Difesa al sunnita Saadun al Dulaimi dovrebbe lenire l’esasperazione dei sunniti per l’ostracismo subito e ammorbidire le posizioni della guerriglia.

10 maggio 2005

Il governatore della provincia di Anbar, Raja Nawaf, di fresca nomina, è catturato sulla via che porta da Qaim a Ramadi. Qaim è sempre al centro di uno spaventoso attacco (v. 7 maggio 2005), ma continua a resistere; almeno 120 soldati iracheni collaborazionisti disertano. Il governatore rapito è liberato il 15 maggio, in parallelo a una sospensione degli attacchi americani su Qaim e alla probabile liberazione di alcuni uomini di al Qaeda che la sua tribù aveva catturato; muore però in un attentato il 31 maggio.

18 maggio 2005

La Corte marziale insediata a Fort Hood (Texas) condanna a soli 6 mesi, oltre alla degradazione e al congedo coatto, Sabrina Harman, riconosciuta colpevole di ripetuti abusi sui prigionieri di Abu Ghraib.

20 maggio 2005

Due giornali appartenenti a Murdoch, l’inglese "The Sun" e l’americano "New York Post", pubblicano in prima pagina foto che ritraggono Saddam Hussein, in mutande, mentre lava i suoi abiti in un catino: le immagini provengono da un soldato americano che chiede l’anonimato e la loro diffusione, attribuita da molti alla volontà di umiliare il popolo iracheno, scatena reazioni indignate.

21 maggio 2005

A Baghdad, seguendo le indicazioni congiunte del Waqf sunnita (organismo governativo che amministra il patrimonio religioso sunnita), del Consiglio degli Ulema e del Partito islamico iracheno, moltissime moschee sunnite rimangono chiuse (nel venerdì di preghiera) per protestare contro le persecuzioni e le esecuzioni di religiosi sunniti. Il Waqf afferma che negli ultimi due anni sono stati uccisi 48 imam sunniti, e altri 100 sono stati incarcerati per la loro contrarietà all’occupazione.

25 maggio 2005

Si diffonde la notizia del ferimento di al Zarqawi, subito seguita da quella della sua sostituzione alla guida dell’organizzazione di al Qaeda in Iraq. Tuttavia il 27 maggio la stessa organizzazione comunica che al Zarqawi, dopo il ferimento, sta bene e "combatte la jihad in prima persona, comandando le operazioni sul campo".

26 maggio 2005

Il ministro della Difesa, Saadun al Dulaimi, annuncia una nuova massiccia operazione congiunta (10.000 marines e 40.000 soldati iracheni) volta ad assicurare il controllo del centro di Baghdad e della zona occidentale dove sorge l’aeroporto. L’operazione, denominata ‘Lightning’ (Fulmine), consiste in una fase di rastrellamenti casa per casa (già iniziati nella zona di Abu Ghraib), cui seguirà la divisione della città in due settori, rispettivamente ripartiti in 7 e 15 quartieri, con la creazione di 675 posti di blocco fissi e di un uguale numero di posti di blocco mobili. Una offensiva analoga, l’operazione ‘New market’ che impiega 1000 marines, sta investendo Haditha, mentre si è concluso un altro attacco alla martoriata Qaim.

30 maggio 2005

Una pattuglia americana irrompe nell’abitazione di Moshen Abdel Hamid, leader del Partito islamico iracheno, devasta la casa e lo arresta senza motivo insieme ai suoi figli. Il politico sunnita è poi rilasciato per le pressioni delle autorità irachene.

31 maggio 2005

Nella notte un elicottero italiano Ab 412 dell’Aves precipita nei pressi della base di Nassiriya, alla quale stava facendo ritorno dopo un volo in Kuwait. Muoiono i quattro membri dell’equipaggio, i copiloti Giuseppe Lima e Marco Briganti e i mitraglieri Massimiliano Biondini e Marco Cirillo. Si ipotizza che la causa dell’incidente (è escluso che si tratti di un attacco) sia un guasto, un imprevisto meteorologico o un errore umano. I colleghi dell’Aves rilevano che i due piloti, pur esperti, hanno effettuato pochissime ore di volo notturno con l’Ab 412; sospettano che sia stato loro imposto di tornare nottetempo, senza reale necessità, proprio perché potessero fare esercizio.

1 giugno 2005

Su richiesta del governo iracheno, il Consiglio di sicurezza dell’Onu proroga il mandato della forza multinazionale in Iraq praticamente sine die, rapportando genericamente la nuova scadenza del mandato al "completamento del processo politico in corso".

4 giugno 2005

Le autorità americane sciolgono un reparto speciale dell’esercito iracheno di stanza a Rutba che, per non rischiare di esporsi alle rappresaglie della popolazione, si è rifiutato di partecipare ad un corso di addestramento gestito a Baghdad da militari americani.

7 giugno 2005

Il Consiglio degli Ulema protesta per gli abusi commessi nel corso della operazione Lightning (v. 26 maggio 2005) e accusa il governo di coprire le uccisioni di religiosi e fedeli sunniti compiute dalla Brigata Badr (la milizia dello Sciri).

10 giugno 2005

Il governo Jafari, nel tentativo di dare legittimità alla commissione parlamentare che sta predisponendo la bozza di Costituzione, propone di aumentarne i membri e offrire 15 seggi ai sunniti, in aggiunta ai soli 2 già esistenti. Nonostante l’iniziale rifiuto del Partito islamico iracheno, che chiede almeno 25 seggi, la proposta finirà tuttavia per passare e i membri della commissione saranno aumentati da 55 a 71, con 15 nuovi componenti sunniti. Contro questi ultimi si leveranno accuse di tradimento e minacce di morte da parte della guerriglia sunnita, ma anche l’ira dei componenti kurdi e sciiti per la loro contrarietà alla frantumazione dell’Iraq su basi etnico religiose.

15 giugno 2005

Il "Washington Post" pubblica il testo di un comunicato inviato dal dipartimento di Stato americano alla Casa bianca, al ministero della Difesa e all’ambasciata americana a Baghdad. Il testo denuncia un piano di arresti illegali, sparizioni, torture messo in atto a Kirkuk dai partiti kurdi subito dopo l’arrivo delle truppe americane e probabilmente – ipotizza il dipartimento di Stato – con la connivenza delle medesime. Il "Washington Post" così ricostruisce le modalità di azione: nel corso di operazioni antiterrorismo condotte insieme alle forze americane, i miliziani dei due partiti kurdi catturano arabi e turcomanni ‘sospetti’ e li traducono segretamente in carcere. I militari americani ammettono la partecipazione a 180 ‘sequestri’ (secondo le denunce sono almeno 600), ma ne attribuiscono la responsabilità ai kurdi che dispongono le carcerazioni illegali; anzi, venuti in possesso di una lista di ‘scomparsi’, i comandi Usa si vantano di averne chiesto il rilascio (dopo di che il Pdk ha liberato 40 prigionieri, l’Upk nessuno).

16 giugno 2005

A Washington, due deputati repubblicani e due democratici presentano un progetto di risoluzione tendente ad obbligare la Casa bianca a fissare la data del ritiro dall’Iraq. La proposta ha poche probabilità di essere approvata, ma è indicativa di un mutamento d’animo anche in deputati fanaticamente interventisti: uno dei presentatori è Walter Jones, leader del movimento che, per far dispetto alla Francia contraria alla guerra in Iraq, era riuscito a far cambiare per decreto il nome delle patatine fritte da ‘french fries’ a ‘freedom fries’. Nei giorni successivi, Bush ribadisce che la campagna irachena è "parte essenziale della guerra al terrorismo".

18 giugno 2005

Dopo un pesante bombardamento, le truppe americane sferrano un violento attacco a Qarabilia, cittadina prossima al confine con la Siria: è l’ennesimo attacco che colpisce la zona di al Qaim. Un’altra offensiva colpisce le sponde meridionali del lago Tharthar.

22 giugno 2005

A Bruxelles si svolge la Conferenza internazionale sull’Iraq, patrocinata da Usa e Ue, cui intervengono 85 delegazioni ad altissimo livello in rappresentanza di 80 paesi e dei principali organismi internazionali quali Onu e Banca mondiale. La Conferenza è l’occasione per manifestare l’appoggio internazionale al governo Jafari, cui si raccomanda flebilmente di incoraggiare un "processo inclusivo"; per accreditare l’immagine di un ‘nuovo Iraq’ democratico e autonomo; per elogiare la Costituzione in fieri che sancirà un paese pacifico, rispettoso delle minoranze, unitario pur se federale; per celebrare la fine della frattura tra paesi favorevoli e contrari alla guerra in Iraq. All’Europa si demanda la ricostruzione e stabilizzazione del paese: la Ue ha speso finora 300 milioni € e ne dovrebbe spendere altri 200 entro fine anno.

24 giugno 2005

E’ ucciso da un cecchino Usa nei pressi di un posto di blocco il medico e giornalista iracheno Yasser Salihe, che per il gruppo americano Knight Ridder ha indagato e denunciato gli arresti arbitrari, le torture e gli omicidi compiuti dalle nuove forze di sicurezza del ministero degli Interni (squadre di miliziani provenienti dalle brigate dello Sciri e di al Dawa e addestrati dagli Usa). Seguono altri due omicidi di giornalisti: il 26 giugno una pattuglia Usa uccide Maha Ibrahim, di una televisione locale vicina al sunnita Partito islamico iracheno e il 28 giugno un soldato americano uccide Ahmed Wael Bakri, della televisione "al Sharkiya". A questi si aggiungono altri due omicidi ‘eccellenti’: il 25 giugno Mohammed al Sumaidaie, giovane cugino del rappresentante iracheno all’Onu, è giustiziato con un colpo alla nuca dai marines nel villaggio sunnita di Shaik Hadid; il 1 luglio un cittadino svizzero è ucciso per un ‘errore di tiro’ dei soldati americani. A partire da questi casi la stampa e l’opinione pubblica americana e internazionale iniziano ad interessarsi delle uccisioni indiscriminate perpetrate dalle truppe Usa e dalle forze speciali irachene, da mesi denunciate dal Consiglio degli Ulema e dalle popolazioni sunnite.

27 giugno 2005

Il ministro della Difesa americano Rumsfeld prevede che occorreranno almeno 12 anni per sconfiggere la resistenza irachena e conferma l’esistenza di trattative (rivelate dal "Sunday Times") con alcuni gruppi sunniti della stessa, allo scopo dichiarato di dividere la resistenza interna dai combattenti stranieri. Il probabile scopo reale è quello di cooptare tribù sunnite o spezzoni dei servizi segreti di Saddam e strumentalizzarli in funzione anti-sciita, mentre nello stesso tempo gli squadroni di miliziani sciiti alle dipendenze del ministero degli Interni sono impiegati in operazioni di guerra sporca contro villaggi e cittadini sunniti. Le truppe Usa lanciano una pesante offensiva lungo l’Eufrate, tra Hit e Adita, denominata ‘operazione spada’. Si registra l’ennesimo arresto di un esponente del Consiglio degli Ulema, sheik Omar Raghib.

29 giugno 2005

Ayham al Samarrai, politico sunnita vicino agli Usa ed ex ministro dell’Energia nel governo Allawi, annuncia la creazione di un nuovo partito in grado di dare voce alla resistenza irachena ‘legittima’ - costituita a suo parere dall’Esercito islamico in Iraq e dall’Esercito dei Mujaheddin, formazioni composte in gran parte da elementi del disciolto esercito iracheno e del partito Baath - in una trattativa con le forze occupanti. Si richiederebbe da un lato la fine degli attacchi alle città sunnite, della emarginazione dei sunniti e del processo di debaatificazione; dall’altro il rientro delle truppe straniere nelle basi e dopo 12 mesi l’inizio del ritiro da concludersi entro 3 anni. Altre forze sunnite considerano tuttavia questi tempi come troppo favorevoli agli occupanti. Un altro esponente del Consiglio degli Ulema, Dhair al Dhari (fratello del massimo esponente Areth al Dhari) è arrestato dalle truppe americane.

3 luglio 2005

Il settimanale inglese "The Observer" denuncia l’impiego di denaro pubblico, negli Usa e nel Regno unito, per finanziare le forze speciali irachene che praticano abitualmente la tortura; l’esistenza in Iraq di una rete di centri di detenzione segreti e inaccessibili alle organizzazioni per i diritti umani nei quali i detenuti sono torturati spesso a morte; il fatto che la tortura si pratichi abitualmente nella stessa sede del ministero degli Interni; la prassi delle uccisioni extragiudiziarie.

5 luglio 2005

Ibrahim Yusef al Shammari, nominato nei giorni scorsi portavoce dell’Esercito islamico in Iraq e dell’Esercito dei Mujaheddin, chiede al Congresso Usa di fissare la data del ritiro delle truppe e a dare una sanzione ufficiale alle trattative con la resistenza irachena. Shammari afferma di credere al negoziato, ma sospetta gli Stati uniti di averlo finora utilizzato solo per "guadagnare tempo e portare avanti la loro politica della terra bruciata". Mentre al Qaeda rivendica il rapimento di Ihab el Sherif, un diplomatico designato quale prossimo ambasciatore egiziano in Iraq, il rappresentante del Bahrein è ferito in un tentativo di sequestro e alcuni armati sparano contro l’auto dell’ambasciatore pakistano che ripara ad Amman: è evidente l’attacco ai regimi arabi filoamericani, disposti ad accettare l’occupazione dell’Iraq.

7 luglio 2005

L’organizzazione di al Qaeda in Iraq annuncia la creazione di una unità anti-sciita con il precipuo scopo di combattere le milizie dello Sciri, principali responsabili delle torture ed uccisioni di sunniti. Al Qaeda annuncia anche l’esecuzione di Ihab el Sherif: poche ore dopo Mubarak chiude l’ambasciata egiziana a Baghdad – che aveva acconsentito a riaprire dietro pressioni americane – indisposto anche dalle critiche del ministro degli Interni iracheno Bayan Baqer Jabor (Sciri) secondo il quale el Sherif avrebbe pagato per i suoi contatti con la guerriglia irachena sunnita.

10 luglio 2005

Gli squadroni del ministero degli Interni invadono un ospedale a Shula, sequestrano 11 muratori che hanno accompagnato un loro compagno ferito e un uomo che attende la nascita di un figlio (tutti sunniti), li torturano, li rinchiudono per 14 ore in un container sigillato sotto il sole in un centro per gli interrogatori di Baghdad. Alla riapertura del container, 8 degli arrestati sono morti, uno muore poco dopo in ospedale, gli altri 3 dopo una medicazione sono di nuovo portati via. Un caso fra i tanti che tuttavia, a differenza di altri, è denunciato dai medici dell’ospedale e da alcuni Ulema e in seguito sarà rilanciato da al Jazeera e dalla Bbc.

15 luglio 2005

Un camion cisterna esplode tra una moschea sciita e un mercato a Mussayeb, uccidendo un centinaio di persone.

16 luglio 2005

Il premier iracheno al Jafari è a Teheran per una visita ufficiale di tre giorni: la prima visita ufficiale di un capo di governo iracheno in Iran dal 1958. A seguito della visita, Iraq e Iran stipulano un accordo commerciale in base al quale l’Iraq, entro un anno, dovrebbe fornire all’Iran 150.000 barili di greggio al giorno in cambio di gasolio e kerosene.

19 luglio 2005

A Baghdad sono uccisi, sotto gli occhi delle forze di sicurezza, due membri sunniti della commissione parlamentare incaricata di redigere il testo della Costituzione. Il giorno seguente i 15 componenti sunniti appena nominati (v. sopra, 10 giugno 2005) si dimettono per protesta dalla commissione, ma il presidente – lo sciita Humam Hamoudi – dichiara che i lavori proseguiranno anche senza la loro partecipazione: le dimissioni rientrano. Il generale turco Ilker Basburg dà notizia di un accordo fra il suo paese e gli Stati uniti, che impegna questi ultimi a catturare i ribelli kurdi del Pkk in territorio iracheno; la Turchia avrebbe anche il diritto a compiere direttamente incursioni in Iraq a caccia di kurdi se l’impegno non fosse rispettato (il ministro iracheno degli Interni Bayan Baqer Jabor dichiara per altro che il Parlamento dell’Iraq dovrebbe autorizzare queste operazioni).

20 luglio 2005

A Baghdad si svolge una manifestazione di donne contro la nuova Costituzione e in difesa della vigente legge del 1959 in materia di diritto delle persone, della famiglia e delle successioni. La legge, introdotta dopo la caduta della monarchia e fondata su una interpretazione piuttosto avanzata del Corano, dà la possibilità alle donne di scegliere il marito, proibisce il ripudio, affida all’autorità giudiziaria i casi di divorzio, stabilisce la parità di uomini e donne nel diritto ereditario. L’art. 14 della bozza di Costituzione stabilisce invece che in materia si applichi la legge islamica della famiglia di appartenenza (non precisa qual è la norma applicabile nei molti casi di famiglie miste, o non islamiche): per le donne sciite, ad esempio, ciò significherà necessità del consenso familiare o del tutore alle nozze, possibilità di essere ripudiate, eredità dimezzata.

21 luglio 2005

A Baghdad sono rapiti l’incaricato d’affari algerino Ali Belaroussi e il suo collaboratore Azzedine Ben Kadi. Il sequestro è successivamente rivendicato dal gruppo di al Zarqawi, che accusa l’Algeria di obbedienza ai "crociati" aggiungendo: "non è bastata la sorte dell’ambasciatore dell’Egitto tiranno?…la stessa sorte sarà data a tutti i diplomatici dei paesi arabi e mussulmani che hanno tradito la sharia nelle loro leggi e costituzioni" (il riferimento è al sequestro e all’uccisione di el Sherif, v. sopra, 5 e 7 luglio 2005). La conferma ufficiale della morte dei due diplomatici sarà data dal presidente algerino Bouteflika il 27 luglio.

31 luglio 2005

La commissione incaricata di redigere la nuova Costituzione, la cui bozza dovrebbe essere presentata non oltre il 15 agosto, dopo aspre discussioni decide di non chiedere una proroga (oggi scade il termine ultimo per domandarla). Tuttavia i lavori sono in alto mare e tra le forze etniche e religiose regna il disaccordo su questioni rilevanti: gli sciiti vogliono imporre la sharia come sola fonte della legge, mentre i kurdi, ispirati anche dalla Casa bianca, non accettano un’identità esclusivamente islamica. I kurdi spingono per una accentuata autonomia delle loro province (cui aggiungono quella di Kirkuk) e gli sciiti non disdegnerebbero l’autonomia delle province meridionali, ma questo disegno è contrastato – pur con poca voce in capitolo – dai sunniti, che sostengono l’unità del paese e si troverebbero a governare le province centrali prive di petrolio e di altre risorse. Altra questione riguarda i peshmerga, che i kurdi pretendono di mantenere come forze di sicurezza proprie. Intanto l’ultimo rapporto del Government accountability office del Congresso americano riferisce sulla ricostruzione irachena: se nel marzo 2003 l’Iraq produceva petrolio per 2,6 milioni di barili al giorno e ne esportava 2,1 milioni, nel maggio 2005 ne ha prodotto 2,1 e ne ha esportato 1,5. Inoltre i costi di tutte le opere sono quasi raddoppiati a causa delle spese per la sicurezza, molti progetti non sono nemmeno avviati e alcune multinazionali hanno rinunciato ai contratti.

2 agosto 2005

Il giornalista free lance americano Steven Vincent è rapito a Bassora con il suo interprete. Il giornalista, autore di un libro sull’Iraq, ha pubblicato recentemente un articolo sul "New York Times" in cui riferisce testimonianze secondo le quali la grande maggioranza dei poliziotti di Bassora sarebbe agli ordini degli ayatollah sciiti; la denuncia più grave riguarda l’esistenza di un gruppo di poliziotti che, su una Toyota bianca, scorazza per la città in cerca di ex baatisti da uccidere, come del resto fa la Brigate Badr, nell’indifferenza delle truppe britanniche. Vincent è trovato ucciso il 3 agosto.

3 agosto 2005

L’esercito americano lancia una nuova offensiva, l’operazione ‘Quick strike’, nella valle dell’Eufrate. Le forze Usa circondano le città e procedono a rastrella menti casa per casa, alla ricerca di ribelli sunniti e combattenti stranieri.

8 agosto 2005

Il giornalista della Reuters Ali Omar al Mashadani, dopo una perquisizione effettuata nella sua abitazione di Ramadi, è arrestato assieme al fratello probabilmente a causa di alcune immagini che ha ripreso con la telecamera. Mentre il fratello è presto rilasciato, il 31 agosto un portavoce dell’esercito americano comunica che il giornalista è detenuto ad Abu Ghraib senza imputazione per ordine di una ‘Commissione iracheno – americana per l’ispezione e la liberazione’, che il suo caso sarà riesaminato entro sei mesi e che per i primi due mesi non potrà avere assistenza legale né ricevere visite.

11 agosto 2005

Abdul Aziz al Hakim, leader dello Sciri, e Hadi al Amiri, capo delle milizie del medesimo partito, parlando a Najaf pretendono la creazione di una zona completamente autonoma nel centro e nel sud dell’Iraq "perché vi sono legami comuni per tutti i suoi abitanti" e perché dal governo centrale gli sciiti hanno avuto "solo la morte". Scontata l’indignazione dei sunniti, ma anche il premier al Jafari dichiara che "l’idea…è del tutto inaccettabile".

13 agosto 2005

Il presidente Talabani ordina alla polizia irachena il rilascio di tutte le donne detenute e afferma di voler chiedere lo stesso provvedimento per le irachene arrestate dai militari americani: dichiara infatti che le donne sono arrestate arbitrariamente dalle forze irachene e americane al solo scopo di indurre i mariti e fratelli ad abbandonare la lotta armata.

15 agosto 2005

Poco prima della mezzanotte, termine di presentazione della bozza di Costituzione, il Parlamento concede alla commissione incaricata dei lavori un’altra settimana di tempo per dirimere le controversie, che sono sempre le stesse (v. sopra, 31 luglio 2005): nuovo termine improrogabile il 22 agosto.

17 agosto 2005

A Baghdad, nella affollata stazione di al Nahda, esplode un pullman carico di passeggeri; qualche minuto dopo, quando sono arrivati i primi soccorsi, esplode un secondo pullman; infine, una terza esplosione, con un bilancio di una cinquantina di morti e 90 feriti.

22 agosto 2005

La bozza di Costituzione dovrebbe essere pronta (v. sopra, 15 agosto 2005): redatta dall’ambasciatore americano Zalmay Khalilzad, messa a punto in una lunga riunione all’ambasciata americana con i leader kurdi e sciiti, è presentata in extremis all’Assemblea per l’approvazione. In realtà molte questioni sono ancora insolute e il voto slitta, prima di tre giorni, poi "sine die, sino alla fine delle consultazioni dei leader politici". Il testo su cui ancora si discute prevede un federalismo estremamente accentuato, con le tre zone autonome dotate di governo e parlamento regionale, nonché di esercito proprio; il conseguente svuotamento di ruolo e di funzioni dello stato centrale (scomparsa del welfare e di un esercito nazionale, mentre la maggior parte delle rendite petrolifere andrà alle regioni in cui si producono); l’Iraq, fondatore della Lega araba, appartiene al mondo islamico ma non più alla nazione araba; l’islam è dichiarata la principale – non l’unica – fonte del diritto, ma comunque nessuna legge potrà contrastare la sharia e saranno i religiosi a giudicare la conformità delle leggi all’islam. I sunniti, i settori sciiti non filo americani, i laici e le minoranze religiose protestano, chiedono inascoltati di rinnovare l’intero processo con nuove elezioni; le attività della resistenza si intensificano.

24 agosto 2005

A Baghdad un centinaio di insorti impegna le forze irachene in una battaglia che richiede l’intervento dei blindati e degli elicotteri americani; la Brigata Badr si mobilita per reprimere qualsiasi manifestazione contro la Costituzione, mentre i sunniti denunciano l’arresto in massa, da parte degli squadroni del ministero degli Interni, di cittadini intenzionati a registrarsi per votare contro la Costituzione al referendum di metà ottobre. A Najaf la Brigata Badr attacca la sede del movimento di Moqtada al Sadr – il quale ha manifestato con i sunniti contro la Costituzione – dandole fuoco e provocando 5 morti; per ritorsione i seguaci di Moqtada occupano a Baghdad alcune basi degli aggressori. Gli scontri si estendono anche a Hilla, Diwaniya, Bassora e Nassiriya e continuano nei giorni successivi provocando complessivamente una ventina di morti. Moqtada invita i suoi alla calma, nell’interesse del popolo iracheno, ma chiede anche ad al Hakim la condanna ufficiale dell’aggressione compiuta dai miliziani dello Sciri (la condanna non arriva, ma si registrerà una presa di posizione contro lo Sciri del premier al Jafari).

26 agosto 2005

A Baghdad e in tutto il paese si svolgono consistenti manifestazioni di sciiti – in gran parte seguaci o simpatizzanti di al Sadr – contro la Costituzione, ma anche contro la devastante politica degli occupanti e del governo filo americano. Contro la Costituzione prendono posizione anche gli sciiti seguaci di al Khalisi, oltre naturalmente ai sunniti e alle minoranze etniche e religiose: la contrarietà di gran parte del paese ritarda l’approvazione del testo costituzionale.

27 agosto 2005

Le forze Usa, nel tentativo di ammorbidire le posizioni – specie sunnite – contrarie al testo della Costituzione, liberano mille iracheni detenuti ad Abu Ghraib. I leader della comunità sunnita hanno sempre chiesto la scarcerazione dei loro correligionari detenuti e non è casuale un rilascio di prigionieri così consistente proprio in questo momento. Il testo costituzionale, tuttavia, è così indigeribile per i sunniti che persino 4 ministri del governo Jafari e il vice premier Abdel Mutlaq al Joubouri, tutti sunniti, lo criticano in un loro comunicato, chiedendo la modifica di 13 importanti articoli.

28 agosto 2005

La bozza definitiva della Costituzione è finalmente presentata all’Assemblea nazionale, ma reca le firme dei soli membri sciiti e kurdi della commissione redigente, mentre i componenti sunniti non la sottoscrivono. Il presidente Talabani annuncia ufficialmente il varo della carta, augurandosi che tutti gli iracheni la accettino: difficile crederlo, visto che le obiezioni dei tanti che si sono opposti a una costituzione di questo tipo sono rimaste totalmente inascoltate. Si svolgono in tutto il paese manifestazioni per l’unità dell’Iraq e contro la nuova Costituzione; ritardando la stampa del testo si tratta ancora, invano, qualche aggiustamento. La Costituzione porta a compimento la divisione dell’Iraq su basi etniche e confessionali, la sua distruzione in quanto stato arabo unitario multietnico e multireligioso (possibile contrappeso allo strapotere israeliano nella regione); anche la strisciante guerra civile tra etnie e confessioni è destinata a rinvigorirsi.

28 agosto 2005

Un cameraman e un tecnico della Reuters, accorsi nel distretto di Hay al Adil per documentare un attacco appena avvenuto contro la polizia irachena, sono ripetutamente colpiti da un cecchino americano appostato su un tetto. Il tecnico Waleed Khaled è ucciso da 6 colpi alla testa e al collo, mentre il cameraman Haider Khadem, ferito, è arrestato dall’esercito Usa, che si rifiuta di comunicare dove e con quali accuse il giornalista sia detenuto. Khadem è rilasciato il 31 agosto.

30 agosto 2005

Raid aerei delle forze americane colpiscono tre diverse località presso Qaim, al confine con la Siria, distruggendo – a detta di un portavoce Usa – alcuni covi di Abu Islam e uccidendo quest’ultimo insieme a molti seguaci. "Abu Islam" è uno pseudonimo usato da diversi islamici radicali: non è chiaro quindi chi sia l’ucciso, che gli americani definiscono con soddisfazione come un esponente di rilievo di al Qaeda; non si sa neppure se le tutte vittime dei raid – da 47 a 56 secondo i diversi testimoni – siano combattenti o anche civili. Al Qaeda, in un comunicato, giura di vendicare il "crimine odioso" facendo riferimento all’uccisione di "numerosi mussulmani", senza parlare di combattenti.

31 agosto 2005

A Baghdad, false voci della presenza di attentatori suicidi seminano il panico tra la folla di centinaia di migliaia di sciiti che, presso la moschea di Khadimiya e accalcati sul ponte al Aimah, sta ricordando il martirio dell’imam Musa al Khadim (imprigionato e fatto avvelenare nel 799 dal califfo Harun al Rashid). I fedeli, già in tensione a causa di un precedente attentato che ha fatto 7 vittime nei pressi della moschea (poi rivendicato dal semi sconosciuto Esercito della setta vittoriosa), si danno ad un disperato tentativo di fuga che finisce per travolgerne o farne cadere nel Tigri moltissimi, soprattutto donne, anziani e bambini. E’ una strage, le vittime sono un migliaio. Lo Sciri, seguito dallo stesso premier al Jafari, tenta di imputare la strage a "estremisti sunniti e seguaci di Saddam Hussein", mentre Ali al Sistani chiede un’indagine sulle eventuali responsabilità delle autorità e invita gli iracheni a "rimanere uniti e non fare il gioco di chi vuole seminare tra loro la discordia". Le massime autorità sunnite e sciite convocano il 2 settembre una veglia funebre nella moschea sunnita di Um al Qura, sede del Consiglio degli Ulema.

1 settembre 2005

Centinaia di migliaia di sciiti partecipano alle cerimonie in ricordo delle vittime della strage di Khadimiya, specie a Sadr city e a Najaf. I seguaci di Moqtada – che hanno organizzato e finanziato i funerali delle vittime – sfilano a Khadimiya chiedendo le dimissioni dei ministri della Difesa e degli Interni, a loro avviso corresponsabili dell’eccidio per aver chiuso la via di accesso al ponte con sbarramenti a protezione di una vicina base americana. Alcuni soldati iracheni aprono il fuoco contro il corteo mentre passa sul ponte della strage, ma dal quartiere sunnita di Adhamiya – dall’altro capo del ponte – alcuni uomini a volto coperto iniziano a sparare sui soldati: la sparatoria dura un’ora. La pena di morte, reintrodotta nell’ordinamento dell’Iraq ‘democratico’ (v. sopra, cap. "L’Iraq sovrano", 8 agosto 2004) è per la prima volta inflitta mediante impiccagione a tre sospetti membri di Ansar al Sunna, condannati per omicidio, rapimento di poliziotti e stupro.

8 settembre 2005

A Baghdad è presentato il rapporto sui diritti umani in Iraq, elaborato dalla missione di assistenza dell’Onu (Unami). Il rapporto esprime "preoccupazione per la mancanza di protezione dei diritti civili, culturali, economici, politici e sociali degli iracheni"; stigmatizza le esecuzioni extragiudiziarie, attribuite dai testimoni a forze legate al ministero degli Interni; condanna sia le violazioni compiute dalle nuove forze di polizia, sia la violenza degli insorti che colpisce, accanto a chi è legato alla forza multinazionale, anche i civili innocenti.

10 settembre 2005

Il premier al Jafari annuncia, dopo una settimana di combattimenti, una pesante offensiva lanciata dalle forze governative e americane contro la più volte colpita Tal Afar, al confine con la Siria, "per liberarla dagli elementi terroristici che rimangono". La popolazione impaurita in parte abbandona la città: 4000 famiglie trovano ricovero in campi di accoglienza predisposti, migliaia di altre persone si accampano allo sbando, prive di viveri e di assistenza. L’attacco è condotto da circa 6.000 soldati iracheni supportati da 4000 marines. Nel corso dell’offensiva l’ambasciatore americano Khalilzad non esclude la possibilità di un intervento militare Usa rivolto contro la Siria, da tempo nel mirino dei governi americano e francese. Il ministro della Difesa Saadun al Dulaimi annuncia altre offensive contro Ramadi, Samarra, Rawa e Qaim.

14 settembre 2005

A Baghdad una serie di violenti attentati ai danni della popolazione sciita provoca complessivamente oltre 150 morti. Il più sanguinoso avviene a Khadimiya: l’attentatore, alla guida di un minibus imbottito di esplosivo si fa saltare in aria in mezzo a una folla di manovali che ha attirato con l’offerta di un lavoro, uccidendone 114, mandando in fiamme un palazzo di due piani e diverse auto. Altre esplosioni avvengono nei quartieri di Adil, Jadida, Shula. Al Qaeda rivendica gli attentati motivandoli come una ritorsione per l’attacco a Tal Afar. Jens Stoltenberg, prossimo premier norvegese in seguito alla vittoria alle elezioni politiche, comunica a George Bush l’imminente ritiro delle truppe norvegesi (20 soldati) dall’Iraq.

17 settembre 2005

A Baghdad ennesima strage di sciiti: un’autobomba parcheggiata nella piazza di Nahran, alla periferia sud-est della capitale, esplode presso il mercato del quartiere prevalentemente sciita provocando almeno 30 morti e 38 feriti. Le autorità americane dichiarano di aver catturato i due principali leader di al Qaeda a Mossul, Taha Taha Ibrahim Yasin Becher (Abu Fatima) e Hamed Saeed Ismael Mustafa (Abu Shahed): entrambe nativi di Tal Afar, sarebbero stati catturati durante l’ultimo attacco portato a questa città (v. sopra, 10 settembre 2005). Il gruppo di al Zarqawi, a sua volta, sembra rendersi conto che la contrapposizione armata tra sunniti e sciiti fa il gioco delle forze occupanti e in questi giorni invita i propri seguaci a colpire soltanto le organizzazioni sciite di governo che con le loro milizie fanno strage di sunniti.

19 settembre 2005

In una situazione già tesa per l’arresto di Ahmed al Fartusi (capo di una fazione scissionista dell’Esercito del Mahdi), a Bassora le truppe britanniche assaltano e distruggono un carcere per liberare due loro agenti speciali, catturati dalla polizia irachena per l’uccisione di un poliziotto e da questa consegnati alle milizie sciite di Moqtada al Sadr (a Bassora, alcuni reparti della polizia irachena sono vicini al leader sciita radicale). Dal carcere demolito fuggono circa 150 detenuti fra politici e comuni.

21 settembre 2005

A Bassora, dopo i fatti del 19 settembre (v.sopra), molti iracheni scendono in strada chiedendo il ritiro delle truppe di occupazione. Anche centinaia di poliziotti manifestano contro il "terrorismo britannico" e chiedono la riconsegna dei due agenti britannici liberati. Il clima creatosi rimette totalmente in discussione il graduale passaggio di consegne dall’esercito inglese alle forze di sicurezza irachene che gli stessi comandi britannici hanno ipotizzato da qualche tempo.

24 settembre 2005

A Washington si svolge una manifestazione contro la guerra in Iraq. L’ex marine Jimmy Massey sta compiendo un tour in 27 stati Usa per denunciare l’impiego da parte americana in Iraq di uranio impoverito (il doppio di quello usato nella prima guerra del golfo) e di bombe al fosforo bianco. Massey è stato testimone oculare dell’uso di queste ultime durante l’assedio di Falluja dell’aprile 2004: "ho visto tanti civili innocenti morire bruciati vivi, orrore che ricorderò tutta la vita". Lo scandalo del fosforo bianco scoppierà sui media nel novembre 2005 in seguito ad un reportage di Rainews24 (v. infra, 7 novembre 2005) ma l’impiego di tale arma in Iraq non è, come si può notare, un segreto.

26 settembre 2005

Gli Usa annunciano, in occasione del Ramadan, la scarcerazione di 1000 detenuti da Abu Ghraib. Intanto si ha notizia che un cameraman iracheno della Reuters, Samir Mohammed Noor, arrestato dalle forze irachene in maggio nella sua abitazione di Tal Afar, è stato incarcerato a tempo indeterminato senza che si conoscano le accuse dopo un’udienza segreta tenutasi la scorsa settimana. Il giornalista è detenuto a Camp Bucca, il suo caso sarà riesaminato fra 6 mesi, durante i quali non avrà assistenza legale né riceverà visite.

28 settembre 2005

In coincidenza con la prossima comparizione del ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld avanti alla commissione Forze armate del Senato, l’agenzia Reuters scrive al presidente di quest’ultima, senatore John Warner, per lamentare le persecuzioni e le uccisioni di giornalisti da parte dell’esercito Usa in Iraq, volte ad impedire che gli americani conoscano la verità sulla guerra (tre o forse quattro giornalisti dell’agenzia sono stati uccisi dalle forze americane, altri tre sono stati arrestati senza nessun motivo dichiarato). Continua l’attacco alle città sunnite dell’ovest dell’Iraq, a due settimane dal referendum sulla Costituzione che vedrebbe i sunniti – se messi in condizione di votare – compattamente schierati per il no; Tal Afar è semidistrutta (non è possibile quantificare le vittime, certo numerosissime, e alla Croce rossa non è permesso di portare soccorsi), ora nel mirino sono Samarra, al Qaim e dintorni. Migliaia di abitanti fuggono (spesso oltre il confine con la Siria), la Mezzaluna rossa teme dopo Tal Afar una nuova catastrofe umanitaria e chiede invano che siano sospesi gli attacchi alle città sunnite.

29 settembre 2005

Torna in libertà, dopo circa tre mesi di detenzione e una campagna a suo favore promossa da "Réporters sans frontières", la giornalista del "New York Times" Judith Miller. La Miller è stata incarcerata in luglio per non voler rivelare al Grand Jury la fonte che, tra le altre notizie, nell’estate 2003 le ‘confidò’ – commettendo con ciò un reato – l’identità della agente Cia Valerie Plame. La Miller, che a suo tempo non pubblicò la soffiata, ora consente a rivelare la sua fonte, avendone ricevuto l’espressa autorizzazione: si tratta di Lewis "Scooter" Libby, capo dello staff del vice presidente americano Cheney. Dopo la carcerazione subita, la giornalista si atteggia ad eroina della libertà di stampa, ma è l’esatto contrario: ha infatti ricoperto un ruolo attivo nella campagna di disinformazione intrapresa dall’amministrazione americana sulle pretese armi di distruzione di massa irachene e segnatamente sulla pista dell’uranio acquistato dal Niger (per i suoi articoli ispirati da Ahmed Chalabi e dal governo americano ricevette anche il Pulitzer). Il giornalista Robert Novak che, dopo una soffiata analoga a quella ricevuta dalla Miller, rese pubblica nell’estate 2003 l’identità della Plame, rivela ora che la sua fonte è Karl Rove, consigliere politico di Bush. Altri due giornalisti, Matt Cooper e Bob Woodward, che pure ricevettero dall’amministrazione Usa la stessa ‘confidenza’, hanno ignorato l’informazione. La messa a nudo dell’attività spionistica di Valerie Plame avrebbe consentito alla Casa bianca di vendicarsi in segreto del marito, l’ambasciatore Joseph Wilson, reo di aver dimostrato – e dopo l’attacco all’Iraq pubblicamente svelato – l’inesistenza degli acquisti iracheni di uranio nigerino. Il Grand Jury interroga ripetutamente Lewis Libby e Karl Rove, pare che i sospetti si estendano allo stesso Dick Cheney. L’inchiesta del Jury sfocia il 28 ottobre 2005 nell’incriminazione del solo Libby, che si dimette dal suo incarico: ma l’inchiesta continua. Libby, almeno per ora, è incriminato solo di spergiuro, falsa testimonianza e ostruzione della giustizia, avendo dato negli interrogatori risposte poi risultate false. Judith Miller, scaricata dal "New York Times", lascia il giornale il 10 novembre 2005. Il "Nigergate" investe anche Roma. I falsi documenti sull’acquisto di uranio dal Niger secondo una versione sono attribuibili a Chalabi che li avrebbe poi spacciati a Londra; secondo un’altra versione, invece, sono attribuibili a Michael Ledeen (neocons vicino ai servizi israeliani) e/o a faccendieri italiani più o meno legati al Sismi, che li fecero pervenire alla redazione del settimanale "Panorama". Di qui il direttore Carlo Rossella e una giornalista del settimanale li recapitarono all’ambasciata americana di Roma. Il quotidiano "La Repubblica" prospetta, per primo e insistentemente a partire dal settembre 2005, il coinvolgimento del Sismi nella fabbricazione delle false prove. Secondo alcune voci lo stesso capo del Sismi Nicolò Pollari, in un incontro del 15 settembre 2002 con Stephen Hadley (vice di Condoleezza Rice, a quel tempo consigliera per la sicurezza nazionale), avrebbe confermato la veridicità del dossier sull’uranio nigerino. Ora il governo italiano smentisce ripetutamente ogni coinvolgimento proprio e dei servizi nella falsificazione del dossier, ma nessuna voce si è levata dal governo o dai servizi italiani per denunciarla quando Bush lo utilizzò per la sua propaganda. Il 3 novembre 2005 Nicolò Pollari, affiancato da Gianni Letta, sostiene davanti al Copaco che il Sismi è venuto a conoscenza del dossier solo quando questo è stato consegnato all’ambasciata americana e che, dopo averne accertato una generica e parziale corrispondenza con dati forniti da una fonte accreditata nigerina, non ha sottoposto ad altra verifica il documento. La verifica sarebbe stata effettuata solo a marzo 2003, quando il "Los Angeles Times" parlò della fabbricazione italiana del dossier; solo allora il Sismi avrebbe contattato la propria fonte nigerina, per scoprire che questa aveva passato informazioni anche a Rocco Martino. Quest’ultimo è un faccendiere in qualche modo legato a svariati servizi (Sismi compreso) che ora ne prendono le distanze; a lui sarebbe imputabile il falso dossier, confezionato a puro scopo di lucro; sempre lui lo avrebbe venduto ai servizi di mezzo mondo, tutti caduti nel tranello tranne il Mossad. Le spiegazioni di Pollari sono accettate anche dall’opposizione. Il 3 dicembre 2005 il "Los Angeles Times" annuncia che l’Fbi ha riaperto le indagini, su richiesta del senatore Rockfeller e di altri parlamentari non convinti della versione fornita. Immediatamente, tramite agenzie di stampa, "ambienti del Sismi" annunciano la propria disponibilità a cooperare con l’Fbi e si dicono intenti a lavorare per individuare quei "responsabili" che il 3 novembre proclamavano di avere già individuato; l’amministrazione americana, tuttavia, definisce inappropriato il tentativo italiano di partecipare all’inchiesta. Contemporaneamente la procura di Roma riapre un fascicolo su Rocco Martino archiviato da poco più di un mese e chiede di sentire per rogatoria Alain Chouet, ex n° 2 del controspionaggio francese (Dgse). In un’intervista a "La Repubblica" del 1 dicembre 2005, Chouet ha raccontato, tra l’altro, che Rocco Martino nel 2002 aveva tentato di vendere il dossier ai servizi francesi, i quali lo informarono che i documenti erano falsi e chela Cia ne possedeva già una parte prima ancora di riceverli dall’ambasciata di Roma. Il 6 aprile 2006, è reso noto che Lewis Libby, interrogato dal procuratore speciale Fitzgerald, dichiara che la sua conversazione con Judith Miller "avvenne solo dopo che il vice presidente aveva informato l’imputato (Libby) che il presidente aveva specificamente autorizzato l’imputato a rivelare certe informazioni segrete". Quali siano le "informazioni segrete" non è specificato, ma è presumibile: la dichiarazione chiama in causa pesantemente Bush e Cheney. Bush, parlando con gli studenti della Johns Hopkins University il 9 aprile, non entra nel merito del Cia-gate "data l’importante inchiesta in corso", ma afferma di aver autorizzato Libby a parlare di Iraq con i giornalisti togliendo il top secret su un documento "perché la gente sapesse la verità...volevo spiegare le ragioni di quel che dico nei miei discorsi". Il 13 giugno l’avvocato di Karl Rove annuncia alla stampa che il suo assistito esce "senza macchia" cioè senza incriminazioni dalla vicenda. Il 24 gennaio 2007 si svolge la prima udienza del processo contro Libby, accusato di aver mentito e ostruito la giustizia; la linea difensiva, annunciata dal suo avvocato, è che Libby sia stato sacrificato per salvare Karl Rove, coinvolto nelle soffiate ai giornalisti "altrettanto se non più" dell’imputato e salvato per la sua prossimità al presidente Bush. Il 6 marzo 2007 Libby è condannato per ostruzione alla giustizia e falsa testimonianza e il 5 giugno è resa nota l’entità della pena: 30 mesi di carcere e 250.000$ di multa. Il 3 luglio 2007 Bush condona a Libby l’intera pena. Nel novembre 2007 la casa editrice PublicAffairs anticipa qualche brano di un libro di Scott McLellan (in libreria nella primavera successiva) in cui l’ex portavoce della Casa Bianca confessa di esser stato spinto da Bush a passare informazioni false sul Cia-gate: "Per due settimane ho scagionato Rove e Libby. C’era un problema: non era vero". McLellan, che dichiara di essere stato inconsapevole della falsità delle sue asserzioni, riferisce che nella manovra di mistificazione erano coinvolti Karl Rove, Lewis Libby, Dick Cheney, il capo dello staff presidenziale Andrew Card e naturalmente George Bush.

30 settembre 2005

Ancora due stragi di sciiti: nella notte un’autobomba esplode a Balad, uccidendo 98 persone; poche ore dopo un altro veicolo scoppia in un mercato di Hilla, causando 12 morti e 47 feriti. Il generale americano Myers, capo di stato maggiore, nel suo discorso di commiato prima della pensione (gli succede il generale Peter Pace), ha modo di dire che in Iraq si stanno facendo grandi progressi.

1 ottobre 2005

Il Consiglio degli Ulema denuncia le continue uccisioni di imam sunniti da parte della Brigata Badr; l’occasione è l’assassinio dell’imam della moschea Arafat di Baghdad. Secondo la denuncia, dal 9 aprile 2003 sarebbero stati uccisi 197 imam sunniti, 163 di essi sarebbero stati arrestati, 663 moschee sunnite sarebbero state distrutte. La persecuzione dei sunniti si fa stringente, fino a coinvolgere nelle intimidazioni, perquisizioni, arresti anche i ‘moderati’ favorevoli all’occupazione, rei di aver criticato la Costituzione. La nuova offensiva ‘pugno di ferro’ nella valle dell’Eufrate colpisce al Sadah, cittadina vicina ad al Qaim e successivamente si dirige contro Rumana e Karabila.

4 ottobre 2005

Mentre continua l’offensiva ‘pugno di ferro ’, una seconda offensiva, denominata ‘river gate’, colpisce massicciamente tre importanti centri nella valle dell’Eufrate: Haqlaniya, Parwana e Haditha. Perfino paesi abitualmente accondiscendenti alle volontà americane, quali Arabia saudita, Egitto, Giordania esprimono condanna e protesta per gli attacchi alle città sunnite dell’Iraq. Il ministro iracheno degli Interni Jabor ribatte con toni spregiativi ("non prendiamo lezioni da qualche beduino seduto su un cammello"), mentre l’amministrazione americana getta ogni colpa sulla Siria, accusandola di non controllare i confini e di sostenere la resistenza irachena (oltre che palestinese). Washington non perde occasione per contribuire alla costruzione di un castello di accuse, dalla fondatezza assai dubbia, contro Damasco, nella prospettiva di una nuova ‘guerra preventiva’.

5 ottobre 2005

Il testo della Costituzione può essere bocciato con il voto contrario dei 2/3 dei votanti in tre province; una modifica alla legge elettorale proposta nei giorni scorsi per vanificare il referendum sostituisce ai 2/3 dei votanti i 2/3 degli aventi diritto al voto: ma dopo una pronuncia contraria delle Nazioni unite, la manovra rientra. Il ministero degli Esteri inglese accusa l’Iran di aver armato un gruppo scissionista dell’Esercito al Mahdi con ordigni simili a quelli posseduti da Hezbollah, in grado di colpire con maggiore efficacia i blindati della coalizione causando un alto numero di morti. Il giorno seguente Tony Blair ribadisce le accuse, pur ammettendo di non avere la prova definitiva. L’Iran nega le accuse, ribadendo il suo interesse ad un Iraq stabile e il premier iracheno Jafari afferma alla televisione iraniana: "qualcuno vuole rovinare i nostri buoni rapporti".

6 ottobre 2005

L’esercito americano annuncia che gli attacchi lungo la valle dell’Eufrate da Ramadi al confine con la Siria continueranno fino alla fine dell’anno; comunica anche di aver fatto saltare 8 dei 12 ponti sull’Eufrate. Parallelamente le truppe americane e britanniche prendono di mira anche gli sciiti contrari alla costituzione, specie il movimento di Moqtada al Sadr.

10 ottobre 2005

A Baghdad, un convoglio della Lega araba è attaccato mentre sta per raggiungere il Consiglio degli Ulema, presso la moschea di Um al Qura: sono uccisi 3 poliziotti, mentre i diplomatici rimangono incolumi. La Lega araba ha di recente stigmatizzato gli attacchi alle città sunnite della valle dell’Eufrate, ha criticato la nuova Costituzione e ha proposto di condurre in prima persona un tentativo di conciliazione tra sunniti e sciiti iracheni. Proprio al fine di esperire questo tentativo la delegazione si trova in città, ma i partiti di governo (e dietro di loro le forze di occupazione) rifiutano il dialogo.

11 ottobre 2005

La capitale è scossa da numerosi attentati contro forze irachene e soldati americani, tra le rovine di Tal Afar un attentato fa 25 vittime sciite (soldati e agenti governativi secondo la rivendicazione del gruppo di al Zarqawi, semplici civili secondo altre testimonianze). Al termine di una riunione nella moschea di Um al Qura, 21 gruppi sunniti invitano gli iracheni a partecipare al referendum votando no alla nuova Costituzione, pur dichiarandosi consapevoli della impossibilità di votare nelle zone bombardate e della scarsa trasparenza delle operazioni di voto. Già il giorno successivo, tuttavia, il Partito islamico iracheno compie l’ennesima piroetta e si schiera per il sì alla Costituzione, in cambio di concessioni più formali che sostanziali. Le concessioni ottenute, infatti, consistono in un preambolo alla Costituzione sul mantenimento dell’unità dell’Iraq; in una commissione, istituita per quattro mesi in seno al nuovo Parlamento, con il compito di proporre emendamenti alla Costituzione (gli eventuali emendamenti dovrebbero comunque essere approvati dai 2/3 del Parlamento e sottoposti a referendum popolare); l’impegno a che i semplici iscritti al Baath non siano più licenziati dagli impieghi pubblici. Per ritorsione al voltafaccia, alcune sedi del Partito islamico iracheno a Falluja e in qualche quartiere di Baghdad saranno incendiate. Gli altri partiti e gruppi sunniti rimangono invece compatti sulle precedenti posizioni. Tra le forze della resistenza, l’Esercito islamico iracheno, l’Esercito dei mujaheddin e l’Esercito della resistenza islamica danno l’indicazione di votare no; i gruppi jihadisti vicini ad al Qaeda predicano il boicottaggio, ma questa volta non attenteranno a votanti o sezioni elettorali.

15 ottobre 2005

Su 19 milioni di aventi diritto al voto, si sono registrati per partecipare al referendum 15 milioni di persone e, pare, in 9 milioni si recano alle urne: una percentuale, quindi, del 60% circa (dichiarazioni successive la porteranno al 63%). I sunniti votano in massa, là dove possono (a Ramadi e nelle città al confine con la Siria i seggi non sono aperti). La percentuale dei votanti sembra sia più alta (65%) nelle province sunnite. Astensioni e voti contrari alla Costituzione pare siano consistenti anche in alcune province sciite (molti sciiti radicali propendono per il boicottaggio) e nella stessa zona verde i "no" avrebbero toccato il 36%. Intanto, secondo il "New York Times", le operazioni militari americane si sarebbero estese al territorio siriano, con alcuni commandos della Delta force.

17 ottobre 2005

Le forze americane vendicano l’uccisione di 6 marines nella zona di Ramadi bombardando la città e uccidendo 60 persone, che secondo gli occupanti sono "terroristi"; fonti ospedaliere invece parlano di 20 guerriglieri e 40 civili in gran parte di giovanissima età. Mentre la Commissione elettorale informa di non poter fornire l’esito del referendum ancora per qualche giorno, la segretaria di Stato americana Condoleezza Rice dichiara probabile la vittoria del "sì", destando l’indignazione delle forze politiche e religiose specie sunnite che si sono battute contro la Costituzione. Queste ultime anzi sostengono che i "no" hanno superato i 2/3 nelle tre province di Anbar, Salaheddin e Ninive, ed hanno raggiunto la maggioranza nella provincia di Diyala; diffidano quindi gli americani dall’imporre con la forza una Costituzione non voluta dal popolo perché ciò provocherebbe una reazione incontenibile; denunciano infine irregolarità e brogli.

19 ottobre 2005

Avanti al Tribunale speciale (istituito dagli occupanti il 10 dicembre 2003 e da essi finanziato con 138 milioni $), si apre il processo contro Saddam Hussein ed altri 7 esponenti del Baath (tra i quali il fratellastro Barzan al Tikriti e il vice presidente Taha Ramadan). Gli imputati sono processati per genocidio e crimini contro l’umanità in relazione alla uccisione di 143 abitanti di Dujail, avvenuta dopo che Saddam, in visita alla cittadina, l’11 luglio 1982 scampò ad un attentato ordito da al Dawa (la guerra con l’Iran stava volgendo al peggio e gli sciiti avevano aperto un fronte interno contro il regime). Secondo il collegio di difesa dell’ex dittatore, la decisione di procedere per un episodio relativamente poco eclatante è ascrivibile al fatto che "è uno dei pochi in cui non è coinvolto il governo americano". Il Tribunale è composto da 5 giudici, tutti anonimi tranne il presidente kurdo Rizgar Mohamed Amin; è integrato da 50 consiglieri della Coalizione ed è stato istruito a Londra, dove ha messo in scena e provato più volte tanto il dibattimento quanto la pronuncia finale. I testimoni possono essere solo iracheni, rimangono anch’essi anonimi e non possono essere interrogati dai legali della difesa. Saddam Hussein e i coimputati disconoscono la legittimità del Tribunale, organo di una occupazione illegale. La maggior parte dei testimoni, però, non è presente e il processo è rinviato al 28 novembre. Intanto, in Spagna, il giudice Santiago Pedraz emette tre mandati di cattura contro altrettanti soldati americani per l’uccisione del giornalista spagnolo José Couso durante l’attacco all’hotel Palestine dell’8 aprile 2003: i tre hanno rilasciato interviste – equiparabili secondo il giudice a confessioni extragiudiziali – in cui raccontano il loro coinvolgimento nell’episodio. La Fiscalia general annuncia ricorso contro il provvedimento e il ministro della Giustizia Alonso temporeggia nel trasmettere l’ordine agli Stati uniti. A Baghdad è ucciso Mohammed Haroon, segretario del sindacato giornalisti e direttore del quotidiano "al Hakeka", critico nei confronti dell’occupazione e del governo. Miglior sorte ha il giornalista irlandese Rory Carroll, inviato del "Guardian": sequestrato da un gruppo di uomini armati nel quartiere di Sadr city è rilasciato il giorno seguente.

20 ottobre 2005

Sadoun Janabi, avvocato della difesa nel processo contro Saddam Hussein, è prelevato a forza dal suo ufficio a Baghdad e costretto a salire su un’auto da persone che si qualificano come funzionari del ministero degli Interni; il giorno seguente, presso una vicina moschea, è ritrovato il suo cadavere crivellato da colpi. Il governo dichiara la propria estraneità all’assassinio.

25 ottobre 2005

La Commissione elettorale, che ieri aveva certificato la bocciatura della Costituzione con più dei 2/3 dei voti nelle province di Anbar (96,9%di no) e Salaheddin (81,75% di no), comunica che la provincia di Ninive ha espresso solo il 55,08% di voti contrari alla Costituzione, che si intende quindi approvata. Le diplomazie occidentali e il governo iracheno cantano vittoria, gli esponenti sunniti parlano di farsa e di brogli colossali, prevedendo ulteriori sanguinose reazioni: effettivamente dopo l’annuncio la resistenza colpisce ovunque nel paese. Il numero ufficiale dei soldati americani morti nel conflitto iracheno tocca quota 2000 (ma il numero effettivo è certo più alto); ad essi si aggiungono 15.220 feriti.