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28 ottobre 2005

I partiti e gruppi che nel voto di gennaio si sono coalizzati formando l’Alleanza unita irachena si accordano per ripresentarsi insieme alle elezioni politiche del 15 dicembre, ma questa volta senza l’appoggio dell’ayatollah al Sistani, che non intende sostenere alcun partito. Alle elezioni intendono presentarsi anche formazioni sunnite, tra le quali il Fronte dell’accordo iracheno, che riunisce il Partito islamico iracheno e altre formazioni minori.

31 ottobre 2005

Un raid americano realizzato con "munizioni guidate" e tendente ad uccidere "un importante leader di al Qaeda" porta in realtà distruzione e morte indiscriminata nel villaggio di Betha, al confine con la Siria: i medici dell’ospedale di Qaim (in cui sono ricoverati i feriti) parlano di 40 morti tra cui 12 bambini, l’agenzia Aptn mostra le immagini di bambini uccisi, il capo tribale al Qarbouli nega l’esistenza di combattenti nella zona. Contemporaneamente il Pentagono pubblica un rapporto che parla di 26.000 iracheni uccisi dalla guerriglia, senza curarsi di distinguere tra civili e militari o poliziotti e senza accennare ai civili iracheni uccisi dalle forze occupanti.

4 novembre 2005

In un’intervista al giornale polacco "Gazeta Wyborczaus", Jerzy Kos – l’ostaggio polacco liberato l’8 giugno 2004 con i tre contractors italiani e che prima di lavorare in Iraq dirigeva l’aeroporto polacco utilizzato dalla Cia per trasportare prigionieri dall’Afghanistan a Guantanamo – ammette di aver assistito all’atterraggio del Boeing 737 utilizzato dalla Cia (pur senza aver visto prigionieri a bordo) e riconosce che il volo non era registrato. Da direttore di aeroporto, cambiando improvvisamente lavoro, Kos entrò poi in un’impresa di costruzioni che si aggiudicò misteriosamente un sostanzioso appalto in Iraq, dove fu rapito.

5 novembre 2005

Una nuova violentissima offensiva, denominata "cortina d’acciaio", colpisce i centri dell’alta valle dell’Eufrate e al confine con la Siria: l’epicentro è Husseiba, interi villaggi sono distrutti e tutti i ponti sul fiume sono abbattuti, non c’è scampo per i feriti, i morti sono centinaia, i superstiti sono senza assistenza. A Baghdad Fakhri al Qaisi, esponente sunnita del Consiglio per il dialogo nazionale e candidato alle prossime elezioni, è gravemente ferito in un attentato per il quale i sunniti accusano il governo e le squadre della morte sciite.

7 novembre 2005

Un’inchiesta di Rainews24, curata da Maurizio Torrealta e Sigfrido Ranucci, "La strage dimenticata", documenta l’uso di armi chimiche – una bomba simile al napalm (la Mk77) e proiettili al fosforo bianco – nell’attacco americano a Falluja del novembre 2004. Gli Stati uniti hanno già ammesso, nel dicembre 2004, di avere usato la Mk77; anche l’uso del fosforo bianco contro Falluja è già stato testimoniato (v. ad es. sopra, cap. "Assemblea nazionale, nuovo governo, Costituzione", 24 settembre 2005) senza suscitare in occidente un’eco paragonabile a quella destata dal servizio di Rainews24; forse perché quest’ultimo, oltre alle testimonianze di soldati, manda in onda le immagini agghiaccianti dei corpi bruciati con i vestiti intatti ma con i lineamenti annullati dal calore. Il Pentagono nell’immediato accusa il servizio di ispirarsi alla "stessa tecnica di disinformazione usata dai terroristi", mentre il 9 settembre l’ambasciata americana in Italia modera i termini e definisce semplicemente "sbagliato" asserire che gli Usa abbiano usato il fosforo bianco contro obiettivi umani. In altre parole – secondo gli americani – la sostanza chimica è stata usata come tracciante o come fumogeno, ma non contro gli abitanti di Falluja: se poi questi ultimi sono stati incidentalmente colpiti, non lo si è fatto apposta... Ma i filmati dell’inchiesta mostrano l’uso massiccio e indiscriminato del fosforo bianco. Lo ammette anche una rivista ufficiale dell’esercito americano, "Field artillery" del marzo-aprile 2005, che pubblica il rapporto ufficiale sulla battaglia di Falluja nel quale si legge: "Il fosforo bianco ha dimostrato di essere una munizione efficiente e versatile. L’abbiamo usato per creare cortine fumogene e, poi, in combattimento, quale potente arma psicologica contro gli insorti nelle trincee e nei cunicoli, quando non potevamo raggiungerli con gli alti esplosivi. Abbiamo lanciato contro gli insorti degli attacchi ‘scuoti e cuoci al forno’ (shake and bake, nel testo originale) usando il fosforo bianco per stanarli e gli alti esplosivi per neutralizzarli"; in un altro passo del rapporto, gli estensori criticano l’uso del fosforo bianco come fumogeno, quando altri fumogeni più efficaci "avrebbero permesso di risparmiare il fosforo bianco per le missioni letali". Già un’altra rivista militare americana, "Infantry magazine", ha informato sull’uso di proiettili al fosforo bianco durante una battaglia nei dintorni di Arbil, nell’aprile 2003: "gli iracheni... cercarono di fuggire, ma furono bloccati dal fuoco del fosforo bianco; mentre cercavano di fuggire nuovamente, proiettili al fosforo bianco hanno colpito il veicolo e lo hanno incendiato". Il 15 novembre un portavoce del Pentagono è costretto ad ammettere, in un’intervista alla Bbc, l’uso del fosforo bianco come arma incendiaria contro i combattenti nemici: lo definisce però "un’arma convenzionale, non chimica". Nella Convenzione contro le armi chimiche il fosforo bianco non è espressamente citato; è senz’altro proibito dal Protocollo sulle armi incendiarie, che però gli Usa non hanno firmato (si riservano infatti di usarle qualora ritengano che il loro impiego causi meno vittime e danni collaterali di armi alternative!). Il 18 novembre un aggiornamento dell’inchiesta di Rainews24 documenta che il governo americano in realtà annovera il fosforo bianco tra gli agenti chimici pericolosi per la salute: come tale è indicato nel sito del dipartimento americano per la Prevenzione delle malattie, accanto al Sarin e al Tabun (le presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein). Il 20 novembre Tim Collins, ex comandante delle forze britanniche a Bassora, dichiara al"Sunday telegraph" di aver addestrato le sue truppe all’uso del fosforo bianco. Il 21 novembre Adam Maynot, giornalista embedded della Bbc, dichiara ai microfoni di Rainews24 che nell’aprile del 2003 le truppe americane hanno usato il fosforo bianco nel centro di Nassiriya.

8 novembre 2005

A Baghdad è ucciso Adel al Zubeidi, difensore di Ibrahim Barzan al Tikriti (fratellastro e coimputato di Saddam Hussein) nel processo per i fatti di Dujail.

9 novembre 2005

Il vice premier iracheno Ahmed Chalabi giunge in visita ufficiale a Washington, dove lo attendono colloqui ad altissimo livello. Il pupillo del Pentagono, caduto in disgrazia e colpito da una serie di disavventure giudiziarie (v. sopra, cap. "L’Iraq sovrano", 8 agosto 2004), è dunque riabilitato.

11 novembre 2005

Il Partito socialista arabo Baath – comando dell’Iraq manda ad al Arabiya un comunicato in cui annuncia la morte dell’ex vice presidente iracheno Izzat Ibrahim al Douri, alto esponente baatista attivo nella resistenza (è l’asso di fiori del famoso mazzo di carte realizzato dagli americani). Al Douri era ancora in clandestinità nonostante una grave malattia, la taglia imposta su di lui e il ricattatorio arresto di moglie, figlia e parenti. Ma l’annuncio si rivelerà falso: probabilmente è solo un tentativo di distogliere le forze americane dalle tracce di al Douri (v. sopra, cap. "L’Iraq sovrano", 4 settembre 2004 e infra, 27 marzo 2006).

12 novembre 2005

Il segretario dell’Onu Kofi Annan è a Baghdad per la prima volta dopo l’invasione, dichiaratamente "per esprimere appoggio e sostegno allo sviluppo del processo politico in Iraq"; ma certamente anche per spronare il governo al dialogo con l’opposizione sunnita, incoraggiando così la Conferenza per il dialogo nazionale promossa dalla Lega araba (la cui riunione preparatoria si svolgerà al Cairo il 19 novembre). Tuttavia, proprio stamani, le forze speciali sciite del ministero degli Interni hanno iniziato un massiccio rastrellamento a Baquba e dintorni (il nome dell’operazione è "colpo distruttivo"), bloccando la circolazione sulle strade ed effettuando centinaia di perquisizioni e arresti, in particolare di dirigenti del Partito islamico iracheno e di candidati sunniti alle elezioni del 15 dicembre.

13 novembre 2005

A Baghdad le truppe americane irrompono in un edificio dal ministero degli Interni iracheno, scoprendo un carcere clandestino in cui la Brigata Badr detiene 173 sunniti denutriti e recanti i segni delle torture subite. Il primo ministro al Jafari dichiara alla Reuters che i detenuti sono "presunti membri della guerriglia"; annuncia che saranno trasferiti in un’altra struttura e saranno curati; riconosce che sono stati torturati e promette un’inchiesta. Il governo si dice scandalizzato e all’oscuro di tutto, ma almeno il ministro degli Interni Bayan Baqer Jabor, appartenente allo Sciri come i poliziotti carcerieri e presso il cui ministero è allestito il carcere, deve aver saputo e approvato. I sunniti e il Partito islamico iracheno chiedono un’inchiesta internazionale su arresti arbitrari e prigioni segrete, assai comuni in Iraq (v. anche sopra, cap. "Assemblea nazionale, nuovo governo, Costituzione", 3 luglio 2005). In proposito, il 17 novembre il Consiglio degli Ulema sostiene che nella sola Baghdad i sunniti reclusi nelle carceri segrete del ministero degli Interni sono almeno 5.000 e che i servizi segreti americani sono a conoscenza delle reclusioni arbitrarie e delle torture cui i prigionieri sono sottoposti.

18 novembre 2005

A Khanaquin, centro iracheno nord – orientale abitato da kurdi e da sciiti, non lontano dalla frontiera con l’Iran, due attentatori suicidi si fanno esplodere all’interno della grande e della piccola moschea, affollate di fedeli sciiti per la preghiera del venerdì. I morti sono almeno 75, i feriti circa 90.

19 novembre 2005

La crescente tensione tra le etnie, alimentata dalla persecuzione contro i sunniti da parte di governo e polizia da un lato, dagli attentati contro gli sciiti dall’altro, trova sfogo in accuse reciproche al Cairo, dove si apre la Conferenza per la riconciliazione dell’Iraq che – nelle intenzioni della Lega araba – avrebbe dovuto favorire l’integrazione dei sunniti nella vita politica irachena. Le forze politiche sciite condannano la "insorgenza" qualificandola tout court come terrorismo; i sunniti la propugnano come legittima resistenza all’occupazione, considerati gli arresti arbitrari, le carceri segrete e la tortura di cui sono vittime. Al termine dei tre giorni previsti, la conferenza riesce a concordare su una formula di compromesso, secondo la quale "la resistenza è un diritto legittimo di tutti i popoli". A Washington, il Centre for strategic and international studies diffonde uno studio secondo il quale il 90% della resistenza è composto da iracheni; i combattenti stranieri secondo fonti americane sarebbero un migliaio, secondo fonti saudite considerate più attendibili sarebbero 3.000, numero comunque basso rispetto al totale degli "insorti". Ad Haditha la morte di diversi civili, da 15 a 30, è falsamente attribuita dai comunicati dei marines allo scoppio di una bomba: emergeranno presto prove a dimostrare che si è trattato di una strage a freddo, compiuta dai marines per vendicare un commilitone ucciso da un ordigno (v. infra, 20 marzo 2006, 19 maggio 2006 e 27 maggio 2006).

21 novembre 2005

Voci incontrollate sostengono che al Zarqawi sarebbe rimasto ucciso il 19 u.s. a Mossul in un conflitto a fuoco; un portavoce della Casa bianca ne dichiara però "improbabile" la morte.

26 novembre 2005

Quattro operatori umanitari della ong Christian peacemaker teams (Cpt) – i canadesi James Loney e Harmeet Sooden, l’inglese Norman Kember e l’americano Tom Fox – sono rapiti a Baghdad. L’organizzazione cui appartengono i rapiti è nota per avere a suo tempo denunciato il ruolo dei servizi Usa e di Negroponte nell’organizzazione degli squadroni della morte in Centroamerica; in Iraq ha denunciato per prima le torture di Abu Ghraib. Il rapimento – che segna un nuovo intensificarsi dei sequestri di occidentali – è rivendicato il 29 novembre da un gruppo sconosciuto, la Brigata delle spade della verità, in un video trasmesso da al Jazeera. Il 2 dicembre i rapitori minacciano di uccidere gli ostaggi se entro l’8 dicembre non saranno liberati alcuni detenuti iracheni: messaggio ripetuto, pur senza nuove scadenze, il 28 gennaio 2006. Il 7 marzo 2006 al Jazeera trasmette un video in cui gli ostaggi, tranne l’americano Fox che non appare, chiedono aiuto ai governi occidentali e arabi. La sera del 9 marzo il corpo di Tom Fox è rinvenuto in una discarica. Gli ostaggi superstiti sono liberati all’alba del 23 marzo dalle Sas britanniche, senza colpo ferire: secondo la versione americana, alcuni arresti effettuati durante la notte hanno fornito le informazioni necessarie per individuare il luogo di detenzione dei tre attivisti. Christian peacemaker team manifesta gioia per la liberazione ma ricorda che l’occupazione illegale dell’Iraq è la causa dei sequestri e che migliaia di iracheni sono detenuti illegalmente dalle forze d’occupazione.

27 novembre 2005

Iyad Allawi, in un’intervista all’ "Observer" di Londra, sostiene che tra carceri, pestaggi e torture i diritti umani oggi in Iraq sono rispettati forse ancor meno che ai tempi di Saddam Hussein.

28 novembre 2005

La seconda udienza del processo contro Saddam Hussein (v. sopra, cap. "Assemblea nazionale, nuovo governo, Costituzione", 19 ottobre 2005) vede l’ex ministro della Difesa statunitense Ramsey Clark, oggi attivista per i diritti umani e pacifista, affiancare il collegio di difesa degli imputati.

29 novembre 2005

Con un video inviato alla Tv tedesca Ard tre rapitori a volto coperto annunciano di aver rapito qualche giorno prima, insieme al suo autista, Susanne Osthoff, un’archeologa tedesca convertita all’Islam che da tempo e con frequenza lavora in Iraq. I rapitori minacciano di uccidere i due ostaggi se la Germania non rinuncerà ad ogni collaborazione con il governo iracheno (la Germania partecipa alla formazione e addestramento per il personale dell’amministrazione e della polizia irachena, in territorio tedesco o negli Emirati). La neo eletta cancelliera Angela Merkel, pronta ad aumentare gli aiuti al governo iracheno, trova ora di fronte a sé un ostacolo che la costringe a frenare. Il 14 dicembre la stampa tedesca accenna ad un avvenuto contatto con i rapitori, da parte sua il governo segue la linea del più assoluto silenzio stampa; l’archeologa è liberata il 18 dicembre.

30 novembre 2005

Un’inchiesta di "Los Angeles Times", ripresa subito da programmi televisivi e da altri quotidiani, rivela che il Pentagono ha stanziato svariati milioni di dollari per condizionare la stampa irachena, sia attraverso la redazione di pezzi smaccatamente filoamericani da pubblicare sotto l’apparenza di articoli indipendenti o di news, sia attraverso il pagamento diretto di una decina di giornalisti iracheni che simpatizzano per l’occupazione. Sono metodi che per altro l’amministrazione americana usa anche in patria. A poche ore da un retorico discorso di Bush sulla guerra in Iraq ("l’America non fuggirà davanti alle automobili cariche di bombe o davanti agli assassini finché sarò il vostro comandante in capo"), a Ramadi circa 500 guerriglieri si impadroniscono per qualche ora del centro della città e distribuiscono volantini dei vari gruppi della resistenza, compreso quello di al Zarqawi, ritirandosi quando l’aviazione americana sta per intervenire. Il giorno successivo a Falluja la resistenza colpisce alcune postazioni americane uccidendo almeno 10 marines.

1 dicembre 2005

Il quotidiano di Tel Aviv "Yediot Ahronot" conferma la presenza di consiglieri militari israeliani nelle regioni kurde del nord Iraq: stanziati in una base segreta, hanno il compito di addestrare le milizie kurde.

2 dicembre 2005

A Najaf, nel corso della preghiera del venerdì, l’esponente dello Sciri sheik Dar al Din al Qubbanci rivendica per gli sciiti, in quanto maggioranza nel paese, "gran parte dei posti nei ministeri e altro".

4 dicembre 2005

A Najaf, Iyad Allawi è aggredito nella moschea dell’imam Ali da una folla di fedeli, che gli rimproverano di sfidare da posizioni laiche la lista unitaria sciita.

5 dicembre 2005

Nella terza udienza del processo contro Saddam Hussein, dopo che il presidente nega la parola ai difensori stranieri dell’ex rais (gli ex ministri della Giustizia americano Ramsey Clark e del Qatar Najib al Nuaimi), tutto il collegio di difesa abbandona l’aula; l’udienza è sospesa per oltre un’ora, mentre Saddam inneggia all’Iraq libero e alla Nazione araba. Gli avvocati rientrano quando il presidente consente a far parlare i difensori stranieri. Clark insiste sulle garanzie di incolumità per i difensori, due dei quali sono già stati uccisi (v. sopra, cap. "Assemblea nazionale, nuovo governo, Costituzione", 20 ottobre 2005 e, in questo cap., 8 novembre 2005); al Nuaimi, che definisce gli imputati "prigionieri di guerra", contesta la legittimità di un Tribunale costituito in base a "norme illegali varate sotto occupazione", "non professionale" e "non indipendente". Infine depongono i due primi testimoni dell’accusa. Nell’udienza successiva del 6 dicembre, Saddam manda "all’inferno" il presidente che rifiuta un rinvio e minaccia di non partecipare più a "questo processo ingiusto" (all’udienza del 7 dicembre infatti non sarà in aula). Le autorità americane annunciano, senza fornire particolari, la morte in carcere di Mohammed Hamza al Zubaidi, sciita aderente al Baath e primo ministro nel passato regime. A Baghdad è rapito l’ingegnere francese Bernard Planche; il 28 dicembre i suoi rapitori, in un video trasmesso da al Arabiya, minacciano di ucciderlo se non ci sarà un ritiro della presenza francese in Iraq; infine Planche è lasciato libero il 7 gennaio 2006 nei pressi di un posto di blocco americano – iracheno presso la capitale. Secondo l’Afp la vicenda presenta alcuni elementi oscuri: cosa precisamente facesse Planche in Iraq e come sia avvenuta la liberazione.

6 dicembre 2005

In un video trasmesso da al Jazeera, l’Esercito islamico in Iraq minaccia di uccidere un contractor americano, Ronald Schultz, se il governo Usa entro 48 ore non libererà i prigionieri iracheni. L’8 dicembre i rapitori annunciano l’esecuzione dell’ostaggio e il relativo video è diffuso il 18 dicembre.

8 dicembre 2005

Rainews24 trasmette un filmato, girato da un militare per ora anonimo, sulla battaglia combattuta il 6 agosto 2004 a Nassiriya tra le forze italiane e le truppe dell’Esercito al Mahdi. Le riprese mostrano i militari italiani che si incitano l’un l’altro ad "annichilire" i "nemici" ormai a terra, i superiori che ordinano di indirizzare i razzi contro le persone: l’unica preoccupazione è di non spararsi tra italiani, si sentono urla di gioia ogni volta che un colpo arriva a bersaglio. Anche la trasmissione "Le iene" in onda su Canale 5 avrebbe voluto trasmettere il filmato, ma Mediaset ne ha bloccato la messa in onda appellandosi alla scarsa qualità tecnica delle immagini.

12 dicembre 2005

Il ministero degli Interni deve ammettere la scoperta, avvenuta a Baghdad ad opera delle truppe irachene e americane, di un altro carcere segreto gestito dalle forze irachene con 600 detenuti ammassati: 13 di essi portano i segni delle torture, inferte anche mediante elettroshock. Il ruolo degli americani nella scoperta di carceri segrete del ministero degli Interni è probabilmente il sintomo di una presa di distanza dai partiti sciiti troppo sbilanciati a favore dell’Iran, del tentativo di limitarne lo strapotere, anche con il contemporaneo appoggio alla formazione più laica di Allawi. Il presidente americano Bush, in un discorso tenuto a Filadelfia, parla delle imminenti elezioni irachene come di "un punto di svolta", ammette tuttavia che la guerra "non ci ha ancora reso sicuri" ed è costata 30.000 morti iracheni (dato dell’Iraq body count) oltre ai 2.140 morti americani; afferma inoltre minacciosamente che "la lunga durata di questa guerra richiederà cambi di governi in altre parti del mondo" (con probabile allusione all’Iran e alla Siria).

13 dicembre 2005

Mazher al Dulaimi, candidato dell’Iraqi free progressive party, è ucciso a Ramadi. L’esponente sunnita, nella recente Conferenza di riconciliazione svoltasi al Cairo, aveva caldeggiato la partecipazione dei sunniti alla vita politica. Votano oggi i militari, i carcerati e gli infermi; domani sarà la volta degli iracheni residenti all’estero che potranno votare in 15 paesi.

14 dicembre 2005

A Nassiriya, sciiti di Alleanza irachena unita e componenti della Brigata Badr incendiano l’ufficio elettorale della Lista nazionale irachena di Allawi (formazione che si presenta come laica, nazionalista, comprendente accanto allo sciita Allawi anche il sunnita Adnan Pachachi, altre personalità sciite e sunnite e il Partito comunista); anche la sede del Partito comunista è incendiata; complessivamente rimangono uccise almeno 5 persone. A Falluja tre seggi sono andati a fuoco con le relative schede a causa di attentati.

15 dicembre 2005

Si svolgono le elezioni politiche per eleggere i 275 componenti di un’Assemblea con mandato quadriennale. Come già a gennaio e a ottobre non sono previsti osservatori internazionali, a causa delle insufficienti garanzie di sicurezza. I candidati sono 6.655, le liste quasi mille ma molte di esse formano coalizioni. Il mese precedente alle elezioni è stato caratterizzato da un’escalation di attentati della resistenza e dalle operazioni sempre più smaccate degli squadroni della morte agli ordini del governo e della dirigenza sciita. La giornata elettorale è invece relativamente tranquilla. Al voto, infatti, partecipano questa volta anche i sunniti e i settori della resistenza ad essi riferibili impongono una tregua elettorale, rispettata anche dai gruppi vicini ad al Qaeda che pure hanno condannato le elezioni. Il numero dei votanti si attesta intorno al 70%; la lista di Alleanza irachena unita, formata principalmente da Sciri, al Dawa e da settori del movimento di Moqtada al Sadr punta a raggiungere la maggioranza relativa; le fanno concorrenza la Lista nazionale irachena, il Congresso nazionale iracheno di Chalabi e alcune liste sunnite, tra cui il Fronte dell’accordo iracheno (costituito dal Partito islamico iracheno e da formazioni minori) e il Fronte per il dialogo di Saleh al Mutlaq. La Commissione elettorale prevede che per i risultati si dovrà attendere almeno due settimane. Si parla da subito di brogli e irregolarità varie; ai confini con l’Iraq sarebbe stato addirittura bloccato un camion carico di schede già votate (ma il ministero degli Interni smentisce); oltre 100.000 kurdi provenienti dalle province autonome hanno votato anche a Kirkuk e Mossul. La Lista nazionale irachena denuncia gli attacchi di Nassiriya (v. sopra, 14 dicembre 205), vastissimi brogli, minacce, abusi di ogni tipo; mentre la Commissione elettorale, anziché intervenire, avrebbe anzi favorito attivamente la lista unitaria sciita.

16 dicembre 2005

Il vice ministro degli Interni Hussein Kamal rivela alla stampa che al Zarqawi è stato catturato a Falluja durante l’attacco del novembre 2004, ma – non riconosciuto – è stato liberato dalla polizia irachena dopo qualche ora di carcere. Qualche tempo fa anche un anonimo funzionario dei servizi iracheni ha riferito alla Cnn di un arresto e successiva liberazione di al Zarqawi, che sarebbero avvenuti nell’aprile 2004 a Ramadi (il super ricercato giordano avrebbe ingannato la polizia con la sua perfetta conoscenza del dialetto iracheno). Il governo annuncia, ad urne appena chiuse, l’aumento del 300% dei prezzi della benzina.

19 dicembre 2005

Le forze americane liberano 9 detenuti eccellenti, ex membri di alto livello del partito Baath, tra cui due ex ministri e le due scienziate Rihab Rashid Taha e Huda Salih Mahdi Ammash (v. sopra, cap. "L’Iraq sovrano", 16 settembre 2004). La liberazione, a detta del premier Jafari, è decisa direttamente dal vice presidente americano Cheney in visita lampo a Baghdad, ma sembra più probabile che sia stata trattata in precedenza con la resistenza sunnita come contropartita per la tregua elettorale.

21 dicembre 2005

Saddam Hussein presenzia alla nuova udienza del processo per i fatti di Dujail, nel corso della quale denuncia che i suoi coimputati e lui stesso, dopo la cattura, sono stati picchiati e torturati dagli americani e portano i segni delle sevizie; ammette anche possibili responsabilità – non personali – per i fatti che lo vedono imputato ("i torti fatti a quella gente sono errori e chi ha sbagliato dovrà pagare secondo la legge"). A Baghdad, dopo l’esame degli exit poll che annunciano la vittoria degli sciiti filo americani, i rappresentanti della Lista nazionale irachena di Allawi, dei sunniti Fronte iracheno della concordia e Fronte unito iracheno nonché di una serie di gruppi minori si dicono d’accordo nel respingere fin d’ora i risultati delle elezioni, nel chiedere lo scioglimento della Commissione elettorale e la ripetizione del voto. Contemporaneamente dalla Giordania il portavoce di alcuni gruppi della resistenza sunnita avverte che, se il potere rimarrà accentrato nelle sole mani degli sciiti, come sembra probabile dall’esame dei risultati provvisori, "molto sangue ancora sarà versato".

22 dicembre 2005

Ben 35 gruppi politici iracheni respingono i risultati delle elezioni e ne pretendono l’annullamento; chiedono l’apertura di una inchiesta internazionale sui brogli e le violenze, affidata ad una Commissione dotata di ampi poteri, compreso quello di convocare nuove elezioni; in caso di mancato accoglimento delle richieste, minacciano di boicottare i lavori della futura Assemblea; annunciano infine imponenti manifestazioni per il giorno seguente. Farid Ayyar, presidente della Commissione elettorale nell’occhio del ciclone, chiede al premier Ibrahim al Jafari di essere collocato a riposo. Giungono in Iraq il ministro della Difesa americano Rumsfeld e il premier britannico Blair per gli auguri di Natale ai soldati. Rumsfeld annuncia a sorpresa una riduzione delle truppe americane dagli attuali 158.000 militari a meno di 138.000 (il numero di soldati mantenuto in Iraq per gran parte del 2005: è stato aumentato di 22.000 unità qualche tempo prima delle elezioni). Inoltre due brigate in prevista rotazione, per un totale di 7.000 soldati, non verrebbero sostituite: delle brigate che avrebbero dovuto prendere il loro posto, una rimarrebbe a Fort Ridley in Kansas, l’altra sarebbe mantenuta di riserva in Kuwait. Ulteriori riduzioni di truppe dovrebbero essere concordate nel corso del 2006 con il nuovo governo iracheno. Dopo i discorsi irremovibili di Bush, la ventilata riduzione di effettivi è probabilmente un modo per blandire un Congresso sempre più scontento (anche nella sua componente repubblicana) dell’avventura irachena. Esiste d’altronde un piano del Pentagono che prevede di compensare la riduzione del numero di soldati con più numerosi e pesanti bombardamenti dell’aviazione.

23 dicembre 2005

Centinaia di migliaia di sunniti manifestano in tutto l’Iraq per contestare le elezioni del 15 dicembre. Dopo la preghiera del venerdì, davanti alle moschee di Baghdad, Mossul, Tikrit i fedeli si incolonnano in cortei di protesta, portando striscioni contro le elezioni truffa. A Baghdad sono rapiti 6 sudanesi, tra i quali un diplomatico. Frans van Anraat, uomo d’affari olandese, è condannato da un Tribunale dell’Aja a 15 anni per complicità in crimini di guerra: negli anni ’80 ha fornito all’Iraq prodotti chimici con cui sono stati fabbricati i gas tossici usati dall’esercito contro l’Iran e nelle repressioni interne.

26 dicembre 2005

Dopo la tregua elettorale rispettata anche da al Qaeda, riprendono le azioni della resistenza. I gruppi politici sunniti che contestano le elezioni (v. sopra, 22 dicembre 2005) nominano loro portavoce il candidato indipendente Ali al Timimy e conferiscono a Iyad Allawi l’incarico a trattare con le altre formazioni politiche. Il generale John Gardner dichiara che le forze americane non consegneranno più i prigionieri da loro catturati alle forze irachene, che a suo dire non garantiscono il rispetto degli standard Usa in tema di trattamento dei detenuti.

28 dicembre 2005

Una rivolta e tentata evasione di prigionieri dal carcere di Adala a Baghdad si conclude tragicamente: secondo le autorità americane muoiono 4 guardie, 4 detenuti e un traduttore, ma altre fonti parlano di almeno 20 morti.

30 dicembre 2005

Gli attacchi della resistenza nel nord e nel sud del paese hanno bloccato totalmente la produzione e l’esportazione del petrolio; la raffineria di Baji è chiusa da giorni, i conducenti delle autocisterne si rifiutano di lavorare per le precarie condizioni di sicurezza. Il ministro del Petrolio Ibrahim Bahar al Ulum, contrario all’aumento dei prezzi della benzina (v. sopra, 16 dicembre 2005) e destituito, è rimpiazzato dal redivivo Ahmed Chalabi.

3 gennaio 2006

E’ resa nota la condanna a 30 anni di carcere inflitta dal Tribunale di Arbil al giornalista kurdo Kamal Seyyed Ghader, per avere aspramente criticato in un suo articolo la leadership kurda. A Baghdad è rapita Umm Murtada, sorella del ministro degli Interni Bayan Jabor: sarà liberata il 18 gennaio 2006.

4 gennaio 2006

Nel cimitero di Miqdaiya, un attentatore suicida si fa esplodere tra le persone riunite per ricordare il nipote del locale capo del Dawa, ucciso due giorni prima in un attentato e accusato dai sunniti di aver organizzato uno squadrone della morte. Il Partito islamico iracheno condanna l’attentato ed invita sunniti e sciiti ad unirsi contro l’occupazione. A nord della capitale, un centinaio di combattenti dell’Esercito islamico attacca una trentina di autobotti di benzina, in gran parte distruggendole. A Nassiriya la polizia spara su un corteo di disoccupati. Complessivamente i morti della giornata sono 60.

5 gennaio 2006

A Kerbala un attentatore suicida si fa esplodere presso il mausoleo dell’imam Hussein, causando 60 morti – tra cui alcuni pellegrini iraniani – e 140 feriti. Lo Sciri parla di guerra contro gli sciiti e paventa una guerra civile (al cui eventuale scatenarsi, per altro, non è per nulla estraneo). A Ramadi un altro attentatore si fa esplodere tra gli uomini in fila presso un centro di reclutamento della polizia, provocando 70 morti e quasi altrettanti feriti. Nella giornata i morti sono almeno 130, anche le truppe americane sono colpite in modo significativo con 11 morti.

6 gennaio 2006

Al Zawahri, in un video trasmesso da al Jazeera, chiede a Bush di riconoscere al sua sconfitta in Iraq.

7 gennaio 2006

Jill Carroll, giornalista statunitense del "Christian Science monitor" (ha collaborato anche con media italiani, Ansa, "Corriere della Sera", "Repubblica") è rapita a Baghdad, mentre è ucciso nell’agguato il suo interprete Alan Ghazi Jack. Il 17 gennaio, in un video trasmesso da al Jazeera, i sequestratori – un gruppo per ora senza nome – minacciano di ucciderla se entro 72 ore non saranno liberate tutte le prigioniere irachene. Il governo Usa ammette il giorno successivo che 8 donne sono detenute ad Abu Ghraib, pare pronto a liberarne 6 ma successivamente smentisce ogni rilascio. Con ogni probabilità le trattative in segreto continuano; nel frattempo Muthanna al Dhari (del Consiglio degli Ulema) condanna il rapimento di "una delle migliori giornaliste che si sono opposte all’occupazione americana e ha raccontato la verità sulle sofferenze del popolo iracheno". Il 23 gennaio, ad ultimatum ormai scaduto, il vice ministro della Giustizia iracheno annuncia che il rilascio di 6 detenute è previsto in settimana e il 26 gennaio le autorità americane liberano 424 prigionieri, tra cui 5 delle 8 donne rinchiuse ad Abu Ghraib. In un video trasmesso il 30 gennaio da al Jazeera, la stessa Carroll chiede alle forze armate Usa la liberazione di tutte le donne detenute; il governo iracheno annuncia che 4 donne ancora in carcere potrebbero essere presto rilasciate, negando come da prassi ogni rapporto tra la loro liberazione e il sequestro Carroll. Il 9 febbraio, un video con un appello della Carroll è trasmesso dalla Tv kuwaitiana Al Rai, cui perviene successivamente un nuovo ultimatum dei rapitori: minacciano di uccidere l’ostaggio se entro il 26 febbraio le loro richieste non saranno accolte. Jill Carroll è liberata il 30 marzo e, da una Tv del Partito islamico iracheno dichiara di essere stata trattata con riguardo. I militari americani affermano di non essere in nessun modo coinvolti nella liberazione della giornalista, Bush invece dichiara: "abbiamo lavorato molto duramente per ottenere il suo rilascio".

8 gennaio 2006

Dopo una serie di attacchi della resistenza sunnita nella provincia di Anbar e nella stessa Baghdad, la reazione americana colpisce il Consiglio degli Ulema nella sua sede: alle tre del mattino le truppe Usa attaccano anche con gli elicotteri la moschea di Um al Qura sfondandone i cancelli, devastando e distruggendo ogni cosa. Se l’assalto è legato al rapimento di Jill Carroll, non contribuisce certo a far rintracciare l’ostaggio (v. sopra, 7 gennaio 2006).

9 gennaio 2006

A Baghdad due attentatori suicidi, travestiti da alti ufficiali della polizia, riescono ad eludere i posti di blocco e a farsi esplodere in una base del ministero degli Interni, provocando almeno 30 morti e un centinaio di feriti, mentre nella stessa base si sta svolgendo una parata delle forze di sicurezza alla presenza dei ministri degli Interni e della Difesa e dell’ambasciatore Usa.

10 gennaio 2006

Uno studio condotto da Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia e docente della Columbia University) e da Linda Bilmes (docente di Harvard) quantifica i costi sostenuti dagli Usa per la guerra in Iraq in oltre 1.000 – probabilmente 2.000 – miliardi $. Secondo il Pentagono i miliardi spesi finora sono 173 e la guerra costa 4, 5 miliardi $ al mese: ma sono cifre al ribasso, non comprendono nemmeno i rimpiazzi di equipaggiamenti e armi deteriorati o distrutti.

12 gennaio 2006

Il quotidiano "Suddeutsche Zeitung" e la prima rete pubblica tedesca "Ard" diffondono la notizia che, nella primavera del 2003, a guerra irachena appena iniziata, uomini del servizio segreto tedesco Bnd rimasti in Iraq fornirono agli americani notizie di intelligence atte ad individuare gli obiettivi di possibili bombardamenti. Ad esempio, furono agenti tedeschi, nell’aprile 2003, a verificare su richiesta americana la notizia della presenza di Saddam Hussein e del suo seguito in un ristorante del quartiere Mansur. L’agente Reiner M. (in seguito premiato con un’onorificenza americana) del Bnd confermò la plausibilità della notizia, ma il rais si era già allontanato quando 4 potentissime bombe distrussero 4 edifici ed uccisero almeno 12 civili. Gli agenti agirono su mandato del governo Schroeder o, come ritiene "Ard", autonomamente? Quanti altri episodi dello stesso genere hanno infranto la non belligeranza tedesca? Il 13 gennaio un portavoce governativo ammette che due agenti erano stati mantenuti in Iraq ed avevano collaborato con "agenti di paesi amici", ma solo al fine di "evitare attacchi contro civili".

15 gennaio 2006

Alcune formazioni combattenti della galassia jihadista, tra cui l’Esercito della setta vittoriosa, le Brigate per il monoteismo, le Brigate al Ahwal, le Brigate al Ghuraba, insieme ad al Qaeda nella terra dei due fiumi, annunciano una sempre maggiore integrazione delle rispettive azioni di lotta. Un "Consiglio consultivo" (o "Consiglio della shura") è preposto a coordinare le attività dei vari gruppi contro "crociati e apostati".

16 gennaio 2006

Il presidente del Tribunale avanti al quale si svolge il processo a Saddam Hussein, il kurdo Rizgar Mohamed al Amin, attaccato pesantemente dai partiti di governo sciiti per il suo atteggiamento troppo garantista nei confronti degli imputati, conferma le proprie dimissioni: sarà sostituito da Rauf Rashid Abdul Rahman, kurdo nato ad Halabja. Per protestare contro la nomina e chiedere la sostituzione del nuovo presidente, Saddam Hussein e altri imputati rifiutano di comparire all’udienza del 1 febbraio; il presidente ignora le proteste e dispone la continuazione del processo senza gli imputati, provvedendo a nominare loro nuovi difensori d’ufficio.

19 gennaio 2006

Il ministro italiano della Difesa Martino annuncia, alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, la progressiva riduzione del numero di militari impiegati in Iraq nel corso del 2006 e il passaggio, nella seconda metà dell’anno, ad una nuova fase di impegno caratterizzata dalla preponderanza di investimenti privati per la ricostruzione (per altro con una qualche forma di protezione militare).

24 gennaio 2006

A Baiji sono rapiti due ingegneri tedeschi, René Braunlich e Thomas Nitzschke. Il 27 gennaio giunge attraverso un video trasmesso da al Jazeera la rivendicazione delle Brigate di Ansar al Tawhid wal Sunna; il ministro degli Esteri tedesco Steinmeier annuncia che un contatto coi rapitori è già stabilito. Il 31 gennaio al Jazeera trasmette un video in cui i rapitori minacciano l’uccisione dei sequestrati se entro 72 ore la Germania non troncherà ogni cooperazione con il governo iracheno (probabile il riferimento ai fatti esposti più sopra, v. 12 gennaio 2006). In un video trasmesso da al Arabiya il 12 febbraio i rapitori lanciano un "ultimo avvertimento" nello stesso senso. I due ostaggi sono liberati il 2 maggio.

25 gennaio 2006

La Commissione elettorale irachena annuncia infine i risultati elettorali. L’Alleanza irachena unita con oltre 5 milioni di voti ottiene 128 seggi (ne aveva 146), mentre Puk e Pdk insieme ottengono 53 seggi (ne avevano 75): quindi la lista unitaria sciita non ottiene la maggioranza semplice (i seggi in totale sono 275) e dovrà allearsi con i kurdi, insieme ai quali non raggiunge comunque la maggioranza qualificata dei 2/3 (necessaria per impedire modifiche alla Costituzione). Allawi, con la Lista nazionale irachena ottiene 25 seggi (ne aveva 40). Le liste sunnite ottengono, nonostante boicottaggi e brogli a loro danno, un numero di seggi non irrilevante: il Fronte dell’ Accordo iracheno di Adnan al Dulaimi ne conquista 44 e il Fronte per il dialogo nazionale di Saleh al Mutlaq ne conquista 11. Questi i dati relativi alle forze politiche principali che, dopo i vari ricorsi, saranno omologati il 10 febbraio senza sostanziali cambiamenti: ma le liste sunnite strapperanno globalmente 3 seggi in più. La formazione del nuovo governo non si annuncia facile. Gli sciiti e i kurdi infatti ambirebbero a governare soli come in passato o, al più, con l’appoggio di forze politiche minori. Gli Stati uniti invece premono per un governo di unità nazionale, nel tentativo di ammorbidire le posizioni della resistenza e di correggere uno sbilanciamento verso Teheran ora giudicato eccessivo. Da parte loro i sunniti chiedono elementari garanzie per partecipare al governo: alcuni ministeri di peso, la fine del processo di epurazione per gli iscritti al Baath e una modifica costituzionale che sancisca l’unitarietà del paese. Per negoziare con maggiore forza la partecipazione al governo le liste sunnite stringono un accordo con la lista di Allawi.

27 gennaio 2006

Il Pentagono su richiesta dell’Aclu rende pubblici alcuni documenti, visionati anche da Associated press, che attesterebbero la pratica statunitense di imprigionare in Iraq le mogli di uomini considerati sospetti per costringere questi ultimi a consegnarsi.

28 gennaio 2006

Un commando di uomini armati uccide a Baghdad Abdul Razak al Naas, docente universitario e studioso sunnita assai noto nel mondo arabo: spesso, dagli schermi di al Jazeera e al Arabiya, aveva manifestato la sua contrarietà all’occupazione americana e al governo iracheno fantoccio. L’assassinio è l’ultimo di una sanguinosa serie di uccisioni che dall’invasione in poi miete vittime tra gli accademici iracheni e gli intellettuali in genere, svuotando le università e privando l’Iraq, oltre che delle risorse materiali, anche delle espressioni migliori della sua cultura.

30 gennaio 2006

A Nassiriya, un attentatore suicida si fa esplodere presso un campo di addestramento della polizia irachena, uccidendo 2 poliziotti e ferendone una quarantina. Un secondo attentato, realizzato con un ordigno telecomandato al passaggio di un convoglio di militari italiani, ferisce il caporalmaggiore Fabrizio Cinus. Il ministro italiano della Difesa Martino prevede che, con l’auspicato ingresso nel nuovo governo iracheno di una rappresentanza sunnita, la guerriglia rimarrà isolata e che "in tal modo la prospettiva diventa meno preoccupante"; in ogni caso ribadisce una "riconfigurazione della presenza militare italiana (v. 19 gennaio 2006), precisando che gli effettivi scenderanno a 1.600 entro giugno, che la missione "Antica Babilonia" si esaurirà entro la fine del 2006, in contemporanea con l’avvio di una nuova missione a carattere "prevalentemente civile".

2 febbraio 2006

Il caporalmaggiore Raffaele Allocca ammette dinanzi alla magistratura militare di aver sparato contro un’ambulanza durante la battaglia per i ponti di Nassiriya il 6 agosto 2004 (v. sopra, cap. "L’Iraq sovrano", 6 agosto 2004 e, in questo cap., 8 dicembre 2005), eseguendo gli ordini del suo superiore, il maresciallo Stival, anch’egli indagato. Il generale Corrado Dalzini ha conferito il 28 agosto 2004 un encomio speciale ad Allocca (come probabilmente a tutti i militari che parteciparono alla battaglia dei ponti) per aver "contribuito in maniera determinante al successo della missione".

4 febbraio 2006

Il Consiglio degli Ulema denuncia che a Baghdad 14 sunniti, prelevati la sera del 2 febbraio all’uscita di una moschea dalle forze di sicurezza irachene, sono stati assassinati: i loro corpi sono stati ritrovati nel quartiere di Shula. Il ministero dell’Interno conferma il ritrovamento dei corpi, anche se – ovviamente – esclude la responsabilità delle proprie truppe.

12 febbraio 2006

Un video, girato nel 2004 in Iraq da un militare britannico e trasmesso in Tv, mostra 8 suoi commilitoni accanirsi spietatamente contro alcuni ragazzini iracheni pestandoli a sangue con il calcio dei fucili e colpendoli a calci in faccia. Il ministro della Difesa annuncia un’inchiesta, la polizia militare annuncia il giorno successivo il fermo di una persona coinvolta.

15 febbraio 2006

La Tv australiana Sbs, subito seguita dalle Tv arabe, mostra centinaia di immagini fotografiche e 4 video inediti relativi a torture compiute sui detenuti di Abu Ghraib; molte foto ritraggono corpi senza vita, forse di detenuti uccisi nel corso di una rivolta. Le immagini sarebbero relative allo stesso periodo di quelle rese pubbliche nel maggio 2004, ma sono ancora più raccapriccianti. La diffusione avviene in un periodo in cui tutto l’Islam è in fiamme per la vicenda delle vignette satiriche sul Profeta.

16 febbraio 2006

Il generale americano Joseph Peterson annuncia che nei giorni scorsi i suoi uomini hanno scoperto e arrestato i componenti di uno squadrone della morte mentre stavano per uccidere un sunnita fatto prigioniero: appartengono tutti alle forze del ministero degli Interni, quattro di essi provengono dalla Brigata Badr. E’ un – tardivo – riscontro del piano di esecuzioni mirate portato avanti dalle autorità di governo sciite ai danni dei sunniti, che questi ultimi denunciano da mesi. Secondo il maggiore inglese Alex Wilson anche nel sud dell’Iraq operano squadroni della morte, "uomini vestiti da poliziotti o da agenti del ministero degli Interni", che nel trimestre novembre 2005/ gennaio 2006 hanno fatto oltre 140 vittime.

20 febbraio 2006

John Pace, maltese, ex capo dell’Unami (Missione di assistenza delle Nazioni unite in Iraq), in un’intervista al "Times of Malta", dichiara che il numero dei detenuti in Iraq è molto più alto di quel che si crede. Per legge solo il ministero della Giustizia può istituire luoghi di detenzione, ma in realtà anche altri ministeri detengono migliaia di iracheni: 7.000 quello degli Interni, 2.000 quello della Difesa, ecc: "il numero di persone in stato di detenzione è stimato in 23.000, di cui l’80-90% innocenti". Poi ci sono i centri di detenzione delle forze armate di occupazione: "i militari statunitensi detengono migliaia di persone in condizioni incompatibili con gli standard nazionali e internazionali". La tortura, attualmente, si pratica "per la maggior parte nei luoghi di detenzione illegali...gestiti principalmente dalla milizia che è stata assorbita dalle forze di polizia", il tutto con la piena consapevolezza degli Stati uniti. Pace inoltre cita dati forniti dall’Istituto di medicina legale di Baghdad: "nel luglio scorso la morgue di Baghdad ha ricevuto 1.100 corpi, 900 dei quali portavano segni di torture o di esecuzioni sommarie; e questo ritmo è stato mantenuto tutto l’anno".

21 febbraio 2006

A Samarra un manipolo di armati entra nottetempo nel mausoleo di al Askariya, vuoto vista l’ora, piazzandovi una carica di esplosivo. Lo scoppio distrugge la cupola d’oro della antica moschea sciita (IX sec) che racchiude le tombe del decimo e dell’undicesimo imam e sorge nei pressi del luogo in cui sarebbe scomparso il dodicesimo imam (al Mahdi, l’imam nascosto che tornerà alla fine del mondo). Al Sadr e successivamente al Sistani invitano alla calma, in molte città (a partire da Samarra stessa) si svolgono manifestazioni unitarie che accusano Usa e Israele di armare gli attentatori: ma le tensioni religiose inevitabilmente esplodono, in varie parti del paese sono attaccate le moschee sunnite (in tutto 29) con un bilancio di 9 morti. L’attentato incide anche sulle trattative per costituire un governo che includa anche i sunniti.

22 febbraio 2006

Ali Shalal el Kaisi, l’ex detenuto di Abu Ghraib che, in una foto tristemente famosa, appare incappucciato con elettrodi ai piedi e ai polsi, nel corso di un’intervista rilasciata a Sergio Ranucci per Rainews24 afferma che tra gli aguzzini di Abu Ghraib ci potrebbero essere stati contractors italiani, probabilmente alle dipendenze di società americane. Questo è quanto avrebbe rivelato ad el Kaisi un ex diplomatico iracheno, Haitham Abu Ghait, detenuto nel medesimo carcere: Abu Ghait conosce la lingua italiana e sarebbe stato torturato da persone che la parlavano. Il governo italiano afferma in una nota che "non risulta" la presenza di italiani nel carcere di Abu Ghraib, ma è comunque da escludere tassativamente che possa trattarsi di militari o pubblici funzionari.

23 febbraio 2006

Atwar Bahjat, nota giornalista di al Arabiya, che ha accusato al Sistani di aver incoraggiato la caccia al sunnita per poi tentare di bloccarla troppo tardi, è fermata all’uscita di Samarra con un cameraman e un fonico della stessa tv: i tre sono trucidati. Ad un posto di blocco della polizia sono fermate e uccise seduta stante 50 persone reduci da una manifestazione interreligiosa contro la distruzione della moschea e contro il tentativo israelo- americano di innescare una guerra civile tra iracheni. In un carcere di Bassora una decina di detenuti stranieri provenienti da diversi stati, ma tutti sunniti – e in quanto tali sospettati di terrorismo – sono giustiziati da un gruppo di poliziotti. L’Associazione degli Ulema denuncia l’assalto a 160 moschee sunnite e la distruzione di 20 fra esse, l’uccisione di 10 imam e la scomparsa di altri 15. I partiti moderati sunniti abbandonano le trattative per la formazione del nuovo governo. Il governo impone il coprifuoco diurno e notturno. L’incendio rischia di estendersi ad altri paesi, come il Libano, dove Hezbollah convoca una riunione interreligiosa, temendo un riaccendersi per contagio della guerra civile.

25 febbraio 2006

A Baghdad, presso la moschea di Abu Hanifa, l’Associazione degli Ulema, il Fronte iracheno per la Concordia e i rappresentanti di Moqtada al Sadr stringono un patto per contrastare la violenza interreligiosa e in un comunicato condannano sia l’attacco alla moschea di Samarra sia quelli alle moschee sunnite, sia infine "qualunque atto teso a fomentare la guerra civile". Successivamente l’avvenuta riconciliazione è annunciata in una conferenza stampa televisiva. Intanto il Pentagono, in un rapporto al Congresso americano, annuncia che nessun reparto dell’esercito iracheno (dopo 3 anni di addestramento) è in grado di svolgere autonomamente le sue funzioni: anche l’unico reparto finora considerato pronto dovrà essere riaddestrato.

27 febbraio 2006

Il "New York Times", basandosi su un rapporto confidenziale del comando interforze Usa, racconta che agenti dei servizi tedeschi, venuti in possesso prima dell’invasione dell’Iraq dei piani di difesa di Baghdad, li passarono nel febbraio 2003 a un funzionario americano della Dia. L’articolo lascia intendere che gli agenti tedeschi potrebbero essere gli stessi due che in successivi momenti guidarono i bombardamenti americani (v. sopra, 12 gennaio 2006) e solo questo particolare è smentito dal governo tedesco, che non appare in grado invece di smentire la sostanza dei fatti addebitati.

28 febbraio 2006

A Nassiriya un potente ordigno esplode al passaggio di un convoglio dei carabinieri italiani, senza provocare vittime né danni. Nonostante la rivendicazione, qualche giorno dopo, da parte di un "Esercito dei sostenitori della sunna", sulla matrice dell’attentato regna l’incertezza.

1 marzo 2006

Davanti al Tribunale speciale, Saddam Hussein si assume la responsabilità del processo che si concluse con la condanna di 148 sciiti ritenuti colpevoli di aver attentato alla sua vita nel 1982 a Dujahil. Quel processo, che per l’accusa odierna fu una farsa, secondo Saddam è da ritenersi pienamente legittimo.

6 marzo 2006

Amnesty international diffonde un rapporto sulla detenzione e la tortura in Iraq, in cui documenta come l’arbitrio e la tortura non sono cessati dopo lo scandalo scoppiato nell’aprile 2004. Il rapporto cita il caso del sunnita Hassan al Nuaimi, torturato e ucciso con un trapano nel 2005; quello di 4 palestinesi, torturati nel 2005 con la corrente elettrica e costretti a confessare la responsabilità di 5 attentati (che il loro avvocato dimostrò poi non essere mai avvenuti).

9 marzo 2006

A Baghdad sono eseguite le condanne a morte di 13 guerriglieri, che secondo la tv di stato al Iraqiya avrebbero confessato di combattere al servizio della Siria.

11 marzo 2006

Il direttore della televisione di stato al Iraqiya, Amjad Hameed, è ucciso mentre sta andando al lavoro. A Mahmoudiya, una famiglia che vive nei pressi di un posto di blocco americano è sterminata da 4 soldati del 502mo reggimento fanteria i quali, adocchiata la figlia maggiore, Abeer Qassim al Janabi di 14 anni, si presentano in borghese nell’abitazione degli sventurati, violentano la ragazza, la uccidono con i genitori e la sorellina e fanno passare la strage per opera di ribelli sunniti. La versione dei soldati appare poco verosimile, poiché anche la famiglia massacrata è sunnita; è comunque accettata fino a quando il rapimento e l’uccisione di due soldati dello stesso reggimento da parte di al Qaeda induce alcuni commilitoni a rivelare la verità (v. infra, 20 giugno 2006). Il "Washington post" raccoglie le testimonianze del fatto, l’esercito è costretto ad aprire un’inchiesta, il 30 giugno 4 soldati sono incriminati per stupro e omicidio. Nella seconda metà di agosto i principali testimoni dell’accusa sono arrestati e scompaiono nel nulla; nonostante ciò in ottobre si apre il processo dinanzi alla corte marziale di Fort Campbell (Kentucky). Nel corso del giudizio James Baker e Paul Cortez si dichiarano colpevoli dei reati ascritti e sono condannati nel 2007 a 90 e 100 anni di reclusione, Jesse Spielman è riconosciuto colpevole e condannato a 110 anni. Steven Green, che – pare – è l’ideatore del piano, è radiato dall’esercito per disturbi della personalità e attende il giudizio della Corte marziale. Un quinto soldato, Bryan Howard, è condannato a 5 anni per aver controllato le trasmissioni radio durante la violenza.

12 marzo 2006

Un attentato uccide almeno 50 persone nel quartiere sciita di Sadr city. Moqtada al Sadr il giorno seguente invita i suoi seguaci ad evitare rappresaglie contro le forze qaediste, indicate come responsabili.

13 marzo 2006

Il governo britannico annuncia che, pur non abbandonando alcuna delle zone irachene occupate, intende diminuire il proprio contingente di 800 unità. In serata anche il presidente americano Bush, in un suo discorso, fa genericamente balenare la possibilità di un parziale ritiro "in caso di rafforzamento dell’esercito di Baghdad" (ma per il momento, in vista della Ashura, dal Kuwait arriveranno altri 800 marines); Bush inoltre accusa l’Iran di armare la guerriglia e contemporaneamente imputa a qaedisti e saddamisti il tentativo di provocare una guerra civile. E’ un fatto che la violenza interreligiosa pare inarrestabile, gli attentati si moltiplicano e sempre più spesso si trovano cadaveri di persone torturate e giustiziate.

15 marzo 2006

Ad Ishaqi, secondo la polizia irachena, i marines attaccano una casa, uccidono tutti i suoi occupanti (almeno 11 persone tra cui 5 bambini), infine la fanno saltare in aria seppellendo i corpi sotto le macerie. I marines si difendono: stavano a loro dire cercando un combattente iracheno armato, hanno risposto al fuoco, hanno ucciso un nemico mentre nello scontro due donne e un bambino sono morti e la casa è stata distrutta. Il Pentagono sarà costretto, il 21 marzo 2006, ad annunciare un’indagine. Inizia i lavori il Gruppo di studio sull’Iraq, una commissione bipartisan varata dal Congresso statunitense per esaminare la situazione irachena e presentare proposte per una nuova politica in Iraq. La commissione è composta da 10 membri, 5 repubblicani e 5 democratici: presieduta dal repubblicano James Baker (ex segretario di Stato di Bush senior) e dal democratico Lee Hamilton, si avvale della collaborazione, tra gli altri, di Rudolph Giuliani (ex sindaco di New York) e di Robert Gates (ex capo della Cia).

16 marzo 2006

A tre mesi dalle elezioni si riunisce per la prima volta il Parlamento, ma l’assemblea non riesce neppure ad eleggere il proprio presidente e si aggiorna a data da destinarsi. Con un eccezionale spiegamento di mezzi, le forze americane ed irachene lanciano una massiccia offensiva sulla provincia di Salaheddin e sulla sua principale città, Samarra (operazione "Swarmer"), con la dichiarata intenzione di snidare la guerriglia sunnita che – allontanata dall’Eufrate e dai confini siriani con le precedenti operazioni militari – si sarebbe ora qui dislocata. Ad Halabja, durante la cerimonia commemorativa per il 18mo anniversario della strage, scoppia una rivolta: la popolazione infuriata denuncia la mancanza di servizi sociali e la corruzione dell’amministrazione, dà fuoco a tutto ciò che capita, anche al memoriale della strage; i peshmerga sparano sulla folla, un ragazzo è ucciso.

17 marzo 2006

L’operazione Swarmer, descritta dal comando Usa come il più massiccio attacco aereo dall’invasione dell’Iraq, conduce per ora al fermo di 50 "sospetti" di cui 30 restano in custodia. I militari americani ritengono che nella zona di Albu Khaddu si nascondano i combattenti dell’Esercito di Maometto (quasi tutti provenienti dalla Guardia repubblicana di Saddam Hussein). A Baghdad i rappresentanti delle liste sciite, sunnite e kurde annunciano un accordo per nominare Abdel Mahdi alla carica di primo ministro. Ciò implicherebbe il siluramento di al Jafari, candidato inaccettabile per i sunniti ma sostenuto da Teheran e da Moqtada al Sadr; i colloqui Usa – Iran, chiesti dal leader dello Sciri al Hakim per sbloccare la situazione, potrebbero convincere Teheran ad abbandonare il suo discusso candidato.

19 marzo 2006

Il "New York Times" denuncia che, all’inizio del 2004, la Task force 6- 26 (unità speciale con l’esclusivo compito di catturare o uccidere al Zarqawi), riconvertì una ex base militare di Saddam in un centro di detenzione segreto, Camp Nama, dove la Croce rossa non era ammessa: in una apposita camera di tortura, la "black room", per un anno e mezzo le forze speciali Usa hanno potuto seviziare i detenuti in transito per Abu Ghraib, con l’avvertenza di non farli sanguinare perché, come avvertivano cartelli ad hoc, "no blood, no foul" (niente sangue, nessun illecito).

20 marzo 2006

Il settimanale "Time" rivela che la Marina militare ha aperto un’inchiesta su fatti avvenuti il 19 novembre 2005 nella cittadina di Haditha. In quella data una mina uccise il caporale Usa Miguel Terrazas e il comunicato diffuso dai marines il giorno successivo affermò che nella stessa esplosione avevano trovato la morte anche 15 civili iracheni. Ora il settimanale, sulla scorta di testimonianze oculari e fotografiche, afferma che i 15 civili (e forse più) furono uccisi dai marines i quali, per vendicare il loro commilitone, entrarono nelle case e commisero a freddo una strage. Intanto in Iraq le trattative per il governo sono sospese per una settimana: ci si accorda per creare, prima, un Consiglio di sicurezza nazionale, di cui faranno parte tutte le forze rappresentate in Parlamento in proporzione dei loro seggi. La Giordania chiude la frontiera con l’Iraq per evitare l’ingresso di un centinaio di palestinesi in fuga dalle violenze degli squadroni di Bayan Jabor; decine di palestinesi (in Iraq ne risiedono complessivamente circa 34.000) finiranno per accamparsi nella terra di nessuno presso il confine.

21 marzo 2006

A Muqdadiya un centinaio di guerriglieri sunniti assaltano un carcere e liberano, dopo un’ora di battaglia, 33 detenuti. Nello scontro muoiono 10 guerriglieri, 18 agenti e 4 civili.

26 marzo 2006

Secondo la versione del governo iracheno, le truppe americane massacrano 37 civili in preghiera nella moschea al Moustafa di Sadr city; i comandi Usa parlano invece di perquisizioni casa per casa – ma non in luoghi di culto – nel corso delle quali 16 combattenti sarebbero stati uccisi e 3 feriti. Gli stessi sciiti filo americani accusano gli alleati di fomentare la guerra civile e si spingono a chiedere l’espulsione dell’ambasciatore Khalilzad; il consiglio provinciale di Baghdad interrompe i rapporti politici con le forze della coalizione e con l’ambasciata Usa.

27 marzo 2006

Riappare Izzat Ibrahim al Douri, che un comunicato del Baath aveva dato per morto l’11 novembre 2005 (v. sopra) forse per distogliere gli americani dalle sue tracce: in un nastro trasmesso da al Jazeera al Douri invita la Lega araba a non riconoscere il nuovo governo di Baghdad, perché "è la resistenza il solo rappresentante del popolo iracheno"; prende inoltre posizione sulla violenza interreligiosa, definendola "un atto di viltà e di criminalità". Il "New York Times" pubblica il memorandum di una riunione avvenuta il 31 gennaio 2003 nello Studio ovale tra Bush, Blair e loro stretti collaboratori, dal quale risulta la determinazione di Bush ad invadere l’Iraq anche senza una risoluzione dell’Onu (che in apparenza stava ancora cercando di ottenere). Durante l’incontro Bush e Blair ammettevano tranquillamente l’inesistenza di armi di distruzione di massa in Iraq e discutevano sul come creare il casus belli; ma soprattutto discutevano i piani militari e il calendario delle operazioni belliche.

1 aprile 2006

Nel tentativo di sbloccare le trattative per la formazione del governo, l’Alleanza irachena unita chiede ad al Jafari (inviso ai sunniti perché considerato responsabile della violenta debaatizzazione e dell’integrazione nelle forze di sicurezza delle milizie sciite) di rinunciare alla carica di primo ministro; anche gli Stati uniti e Khalilzad, dietro le quinte, sono per un cambio di cavallo e un riequilibrio di poteri tra sciiti e sunniti, ma al Jafari non intende farsi da parte.

2 aprile 2006

Ad Amman, Houdayfa Azzam – figlio del noto ideologo islamista palestinese ed esponente jihadista Abdallah Azzam – afferma che l’Alto comando della resistenza in Iraq avrebbe chiesto ad al Zarqawi di abbandonare ogni ruolo politico (pur mantenendo compiti militari) dal momento che gli svariati errori da lui commessi avrebbero dato "un’immagine negativa della resistenza irachena".

4 aprile 2006

Un portavoce del Tribunale speciale annuncia che l’istruttoria relativa all’operazione Anfal ("preda di guerra") è chiusa e che il prossimo mese Saddam Hussein e altri coimputati saranno giudicati per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Durante la campagna di Anfal, che si protrasse dal 1987 al 1989, secondo le organizzazioni umanitarie sarebbero stati uccisi 180.000 kurdi, di cui 5.000 nel massacro di Halabja. La campagna fu la reazione ai legami che le province settentrionali dell’Iraq andavano stringendo con il confinante Iran (col quale l’Iraq era in guerra). Per Saddam Hussein e suo cugino Ali Hasan al Majid (Ali il chimico) l’accusa intende provare anche il reato di genocidio

6 aprile 2006

E’ diffusa solo ora la notizia della cattura – avvenuta il 7 marzo scorso ad opera dell’esercito Usa – di Muhammad Hila al Ubaydi, alias Abu Ajman, presunto capo dell’Esercito islamico in Iraq e, in quanto tale, presunto responsabile del rapimento e uccisione di Enzo Baldoni nonché del rapimento di Christian Chesnot e George Malbrunot (v. sopra, cap. "L’Iraq sovrano", 20 agosto 2004). Fonti americane adombrano una sua responsabilità anche nel rapimento di Giuliana Sgrena, che però non è mai stato rivendicato dall’Esercito islamico: la stessa Sgrena fa notare, sul "Manifesto" del 7 aprile 2006, che il comportamento dei suoi rapitori non si inquadrava affatto nell’ortodossia fondamentalista tipica di un gruppo come l’Esercito islamico.

7 aprile 2006

A Baghdad tre attentatori suicidi si fanno esplodere nella moschea sciita di Buratha compiendo una strage tra i fedeli in preghiera: i morti sono 80, i feriti il doppio. L’imam della moschea, Jalal Eddin al Saghir, parlamentare dello Sciri, accusa del massacro i sunniti, accusandoli di aver condotto "una campagna di disinformazione all’interno di una sudicia guerra settaria".

8 aprile 2006

Un’autobomba esplode presso un mausoleo sciita a Musayyib, uccidendo 6 fedeli e ferendone 20. Il vice ministro degli Interni Hussein Ali Kamal, denuncia una guerra civile non dichiarata in cui sciiti, sunniti, kurdi e cristiani sono quotidianamente uccisi

12 aprile 2006

Il ministro degli Interni Bayan Jabor ammette ufficialmente l’esistenza degli squadroni della morte, ma nega che siano alle dipendenze del suo ministero: a dire di Jabor dipenderebbero dalla Facility protection service, un’agenzia a suo tempo creata dalla Autorità provvisoria di Coalizione (Cpa), e sarebbero forti di 150.000 elementi fuori da ogni controllo governativo. Soprattutto a Baghdad, intanto, i sunniti, per evitare di autodenunciarsi come tali e fare a loro volta una brutta fine, non ritirano dagli obitori i corpi dei parenti assassinati; se il loro nome rivela le origini sunnite lo cambiano (gli Omar divengono Samir, le anagrafi sono subissate di richieste in questo senso); si abituano a esporre immagini religiose sciite sulle auto o sulle abitazioni; evitano di frequentare moschee sunnite nei quartieri misti; se possono, emigrano, anche gli uffici passaporti lavorano molto.

13 aprile 2006

Una autobomba uccide 15 persone nel mercato di un quartiere sciita di Baghdad, mentre a Bassora un commando irrompe in una abitazione sunnita e uccide 9 persone. In conseguenza degli scontri interconfessionali scoppiati dopo l’attentato di Samarra (v. sopra, 21 febbraio 2006), almeno 65.000 cittadini iracheni (secondo la Bbc) sono ridotti al rango di profughi interni, sciiti in fuga dal nord e in misura ancor maggiore sunniti in fuga dal sud, privi di tutto: il governo iracheno conferma sostanzialmente il dato parlando di 11.000 famiglie. La disastrosa situazione irachena è alla base di pesanti critiche rivolte al ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld da alcuni ex ufficiali dell’esercito, tra cui John Baptiste che fino al novembre scorso comandava la I divisione di fanteria in Iraq: "Ci serve un capo che capisca il lavoro d’equipe, che ascolti i consigli di chi gli sta intorno, che non ricorra ad intimidazioni... Quando uno come me, o come altri miei colleghi, esce allo scoperto, la dice lunga sul clima al dipartimento della Difesa". Tra gli "altri" cui fa riferimento Baptiste c’è Gregory Newbold, ex direttore delle operazioni agli Stati maggiori che in un’intervista al "Time" chiede di "rimpiazzare Rumsfeld e molti altri che non vogliono cambiare il loro modo di operare" e Anthony Zinni, ex capo del Comando centrale, che attribuisce a Rumsfeld la responsabilità di "tre anni persi in Iraq".

17 aprile 2006

Le truppe americane e le forze di sicurezza irachene assediano e infine invadono il quartiere sunnita di Adhamiya (famoso per la moschea di Abu Hanifa, centro del nazionalismo sunnita). Alla battaglia, che dura ben 7 ore, partecipano per la prima volta i reparti speciali sciiti del ministero dell’Interno. Il giorno successivo nel vicino quartiere di al Saleek per ritorsione scoppia una bomba in un bar frequentato da agenti del ministero degli Interni, mentre il deputato sunnita Adnan al Dulaimi denuncia la campagna di pulizia etnica nei quartieri sunniti di Baghdad condotta dalle forze di sicurezza e dalle milizie dei partiti sciiti al governo. La capitale irachena si avvia a scindersi in due distinti agglomerati urbani, divisi dal Tigri: ad ovest del fiume la città sunnita, ad est quella sciita.

20 aprile 2006

Al Jafari rimette il suo mandato nelle mani della coalizione sciita cui appartiene e che ha in parte cessato di sostenerlo: decisive nel determinare il passo indietro sarebbero state le pressioni di al Sistani e di al Sadr. Il giorno successivo i partiti si accordano a designare, come candidato premier, Jawad al Maliki (ma il suo vero nome è Nouri Kamel Hassan) anch’egli appartenente ad al Dawa. Alla guida delle milizie del partito quando, con Saddam al potere, queste tentavano di minare il regime compiendo sanguinosi attentati, al Maliki si rifugiò a Damasco nel 1980 per tornare a Baghdad nel 2003 con i carri armati americani. Qui ha presieduto la Commissione per l’epurazione degli iscritti o simpatizzanti del Baath (ma anche dei nazionalisti o degli ostili all’occupazione) dagli impieghi pubblici; eletto all’Assemblea nazionale, ha propugnato con forza la divisione dell’Iraq e l’emarginazione dei sunniti; si è già dichiarato contrario allo scioglimento delle milizie dei partiti di governo e invece favorevole ad una loro integrazione nelle forze di polizia. Non è chiaro come la motivata ostilità dei sunniti nei confronti di al Jafari – che ha paralizzato per mesi la trattativa per la formazione del governo – possa essere sfociata nell’accettazione di un candidato a lui molto simile.

22 aprile 2006

A Nassiriya, un ordigno a basso potenziale esplode al passaggio di un convoglio di carabinieri italiani, senza provocare vittime. Il Parlamento iracheno conferma alla presidenza del paese il kurdo Jalal Talabani, affiancato da due vice presidenti, il sunnita Tareq al Hashemi del Partito islamico iracheno e lo sciita Adel Abdul Mahdi dello Sciri. Alla presidenza del Parlamento è eletto il sunnita Mahmud al Mashadani; è confermata la nomina a premier di Jawad al Maliki, che nell’occasione riprende il suo vero nome, Nouri Kamel, abbandonato con la fuga a Damasco.

25 aprile 2006

Un sito internet islamista diffonde un video risalente allo scorso 21 aprile in cui appare Abu Mussab al Zarqawi, di cui non si avevano immagini da almeno tre anni. L’inconsueta apparizione forse è finalizzata a riaffermare la propria leadership sulla galassia jihadista, che molte voci danno per traballante (v. anche sopra, 2 aprile 2006): nel filmato al Zarqawi afferma di parlare a nome del Consiglio della shura (v. sopra, 15 gennaio 2006), una sorta di governo dei gruppi che si collegano al movimento qaedista, dotato di poteri decisionali circa gli obiettivi da perseguire e le relative modalità di azione. Il guerrigliero giordano sfida gli occupanti, i quali "entrando in Iraq credevano di controllare il paese e l’area, ma noi li combattiamo da più di tre anni"; promette loro un periodo ancor più sanguinoso e, "se Dio vuole, la sconfitta dell’America in Iraq". Tuttavia condanna l’uso dei termini "resistenza" e "liberazione", asserendo che non hanno niente a che vedere con il jihad portato avanti dal suo movimento. Infine al Zarqawi delegittima preventivamente qualsiasi governo sia varato a Baghdad, da chiunque sia composto, perché sarà comunque "un governo di servi al soldo dei crociati".

26 aprile 2006

I ministri statunitensi Rumsfeld e Rice incontrano a Baghdad il premier designato Nouri al Maliki, invitandolo a formare celermente un governo ‘unitario’. A Hamdamiya 7 marines e un medico della Us Navy sequestrano e uccidono un disabile di 52 anni, Ibrahim Awad; poi pongono accanto al cadavere una pala ed un ordigno artigianale, per far credere che la vittima stesse minando il terreno. Sull’episodio svolge un’indagine una Corte militare americana, davanti alla quale il medico Melson Bacos rende la sua testimonianza il 6 ottobre 2006, confermando lo svolgimento dei fatti e la sua partecipazione all’azione, anche se non all’assassinio (v. infra, 21 giugno 2006).

27 aprile 2006

A Nassiriya, una bomba artigianale (Ied) di grosse dimensioni esplode distruggendo il secondo automezzo di un convoglio militare e causando la morte istantanea di tre dei suoi occupanti, mentre un quarto morirà poco dopo il suo trasporto in ospedale. Si tratta del capitano dell’esercito Nicola Ciardelli, dei marescialli dei carabinieri Franco Lattanzio e Carlo de Trizio, del caporale della polizia rumena Bogdan Hancu. Il maresciallo aiutante Enrico Frassanito è ferito in modo serio e morirà il 7 maggio. Due le rivendicazioni: una delle Brigate imam Hussein, sigla che fa presumere un gruppo sciita, anche se la rivendicazione appare su un sito che ospita di solito i messaggi di al Qaeda; l’altra dell’Esercito islamico in Iraq, gruppo della guerriglia sunnita che annovera nei suoi ranghi molti militari e agenti del passato regime, già responsabile dei sequestri di Baldoni, dei giornalisti francesi e di Margaret Hassan. I giudici romani, che indagano per strage con finalità di terrorismo, affermano che l’attentato era prevedibile (cfr. sopra, in questo capitolo, 30 gennaio, 28 febbraio, 22 aprile 2006) e sembrano orientati sulla pista di gruppi sunniti locali in cerca di riconoscimento agli occhi di al Qaeda. A Baghdad, uomini armati uccidono la sorella del vice presidente sunnita Tareq al Hashemi, che il 13 aprile scorso ha perso in modo analogo un fratello.

28 aprile 2006

A Baquba almeno 500 guerriglieri assaltano le postazioni fortificate agli ingressi della città e il comando delle forze di sicurezza irachene, ritirandosi solo dopo l’intervento in forze delle truppe americane. A Ramadi, in previsione di un attacco mirante a ristabilire il controllo sulla città, le truppe occupanti evacuano molti abitanti e tagliano acqua e luce. Il successivo 4 maggio i medici dell’ospedale di Ramadi accusano l’esercito americano di aver fatto strage di civili uccidendone almeno 11, la Tv locale mostra alcuni palazzi distrutti dalle cui macerie sono estratti dei corpi senza vita, l’esercito americano conferma a France press di aver effettuato un’operazione aerea su Ramadi.

1 maggio 2006

Nella base di Habbaniya, circa 1.000 soldati sunniti sono protagonisti di un clamoroso ammutinamento trasmesso anche dalle Tv locali: dopo aver appreso di essere destinati a combattere nelle zone sciite e kurde, anziché a difendere le loro città, si sono tolti la divisa durante la cerimonia del giuramento.

6 maggio 2006

A Bassora un elicottero britannico è abbattuto, le truppe accorse per recuperare i corpi dei 5 soldati a bordo del velivolo sono accolte dagli abitanti del quartiere, seguaci di al Sadr, con lanci di pietre e molotov. La reazione dei soldati inglesi uccide 5 civili tra cui 2 bambini; in città è imposto il coprifuoco. Il giorno successivo Tony Blair annuncia il prossimo ridimensionamento del contingente britannico in Iraq.

8 maggio 2006

Il quotidiano iracheno "Az Zaman" afferma che le milizie sciite dei partiti al governo hanno fatto circolare, a Baghdad e in altri luoghi, la lista di 461 intellettuali sunniti – medici, docenti universitari, giornalisti – da assassinare. I sunniti prelevati, torturati e giustiziati dagli squadroni sciiti di governo sarebbero 3.800 da marzo.

9 maggio 2006

Le truppe americane, nel corso di una operazione (denominata "triangolo di ferro") condotta nei dintorni del lago Thar Thar, dove sarebbe stato allestito un campo d’addestramento della guerriglia, arrestano circa 200 persone. E’ connessa a queste vicende l’incriminazione – resa nota dal Pentagono il 19 giugno – di quattro soldati della terza brigata di combattimento della 101ma divisione aviotrasportata, per omicidio, tentato omicidio e ostruzione della giustizia. Il sergente Raymond Girouard, i soldati Corey Claggett, William Hunsaker e Juston Graber saranno accusati di aver causato la morte di tre degli arrestati che, disarmati, si trovavano in loro custodia e di aver tentato di sottrarsi all’incriminazione raccontando di essere stati da attaccati dalle loro vittime (saranno smentiti da altri soldati presenti).

13 maggio 2006

A tarda ora le forze americane ed irachene lanciano un’offensiva nell’area di Shakh Wahid, presso Latifiya. Un intenso bombardamento costringe gli abitanti a nascondersi nei campi; successivamente dagli elicotteri sbarcano soldati americani che inseguono i civili in fuga per ucciderli (i morti sono almeno 25) o catturarli (sono arrestate 6 persone tra cui due donne e un bambino). Le forze americane sostengono invece di aver ucciso 40 ribelli in raid e attacchi aerei a sud di Baghdad. Un analogo attacco nella stessa zona è sferrato il 15 maggio alle prime ore del mattino e si conclude con ulteriori arresti di civili.

15 maggio 2006

Alla riapertura del processo per i fatti di Dujail, il presidente del Tribunale speciale accusa formalmente Saddam Hussein di crimini contro l’umanità. L’ex rais ribatte: "Non posso rispondere con un si o con un no...sono il presidente dell’Iraq per volontà del popolo iracheno" , facendo un probabile riferimento all’immunità connessa a tale carica.

16 maggio 2006

Il ministro italiano della Difesa uscente, Antonio Martino, nonostante il cambio di governo ritiene che nulla cambierà per il contingente italiano in Iraq; da Nassiriya riconferma quindi le date del progressivo rientro delle truppe e della loro sostituzione a fine anno con la missione "prevalentemente civile" denominata "Nuova Babilonia" (v. sopra, 19 e 30 gennaio); rimarrebbero comunque in Iraq i soldati italiani presenti presso il Comando britannico della forza multinazionale zona sud-est, quelli presenti presso il Comando multinazionale delle forze a Baghdad e quelli addetti al Centro addestramento della Nato in prossimità della capitale. Nuova Babilonia si impernierebbe sul "Team di ricostruzione provinciale" di Nassiriya (mutuato dagli analoghi "Trp" costituiti in Afghanistan), che il governo Berlusconi ha già provveduto a realizzare e dovrebbe divenire operativo il prossimo giugno; capo della struttura e responsabile è il funzionario del ministero degli Esteri Ugo Troiano, affiancato da un ufficiale italiano e da un civile statunitense.

18 maggio 2006

Rainews24 trasmette un’inchiesta dichiaratamente ‘indiziaria’, curata da Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta, sull’uso in Iraq e in Afghanistan di nuove e micidiali armi al laser e a microonde, invisibili e in grado di colpire a distanza. Alcuni testimoni, tra cui medici e un famoso violinista iracheno, parlano di cadaveri disidratati, rimpiccioliti, senza gli occhi e senza ferite visibili; di corpi fatti a pezzi senza esplosioni, schegge, frammenti o ferite. Gli autori non hanno ottenuto dal Pentagono il permesso per intervistare i responsabili delle società produttrici di sistemi di arma al laser e a microonde, di cui è nota comunque l’esistenza e la sperimentazione in laboratorio. Ambienti militari confermano che un sistema laser è montato su alcuni veicoli impiegati in Afghanistan per bonificare a distanza i campi minati, e secondo siti di informazioni militari almeno tre veicoli similari sono usati in Iraq. Il raggio a microonde è alla base di un’arma capace di colpire i recettori del dolore causando sofferenze inaudite, ufficialmente ‘non letali’ (il suo uso è teorizzato per il controllo dell’ordine pubblico, ma è perfetta per la tortura); la Forza multinazionale in Iraq ne avrebbe già ottenuto, secondo una rivista militare, tre esemplari e avrebbe chiesto l’approvazione per averne altri 14.

19 maggio 2006

Il deputato democratico americano John Murtha, da sempre vicino ad ambienti militari ma attualmente sostenitore della necessità del ritiro dall’Iraq, conferma la strage di Haditha (v. sopra, 19 novembre 2005 e 20 marzo 2006), in cui i marines "hanno ucciso civili a sangue freddo...sono entrati nelle case e hanno ucciso donne e bambini". Murtha rivela l’esistenza di una indagine del Pentagono e si dice convinto che si concluderà con l’ammissione della avvenuta strage; per il momento tre comandanti dei marines – che hanno cercato di nasconderla – sono stati sollevati dal loro incarico.

20 maggio 2006

Tra le congratulazioni internazionali (di George Bush, Tony Blair e Kofi Annan) nasce finalmente il "governo unitario", con due importanti ministeri – Difesa e Interni – ancora scoperti e in un clima non proprio sereno. Il Fronte per il dialogo contesta pubblicamente sia il modo con cui i ministeri sono stati assegnati che la mancata attribuzione di quelli della Difesa e degli Interni: tutti i suoi parlamentari escono dall’aula. I sunniti e i kurdi ottengono 5 ministeri a testa, gli sciiti si riservano i ministeri più importanti; Bayan Jabor è spostato alle Finanze, Hussein al Shahristani, altro sciita, è al Petrolio, al Maliki ha l’interim degli Interni mentre il vice premier sunnita Salam Zaubai ha l’interim della Difesa, agli Esteri è riconfermato il kurdo Zebari. Nel suo primo discorso, al Maliki assicura tra l’altro che il governo lavorerà per "migliorare le forze di sicurezza riducendo così gli attacchi della guerriglia", per ottenere "il pieno trasferimento della sicurezza alle forze irachene e far terminare la missione della forza multinazionale". L’ambasciatore Usa Khalilzad concorda sulla tendenziale riduzione delle truppe americane impiegate in Iraq: "Possono esserci aumenti tattici qui e là, ma dal punto di vista strategico ci stiamo movendo nella direzione della riduzione delle nostre forze". Peccato che al Pentagono non si parli più di ritirare altri 30.000 soldati prima delle elezioni di medio termine, anzi si discuta dell’invio di nuove truppe per far fronte ad una situazione che dal punto di vista degli Usa è sempre più compromessa: ad aprile i soldati americani uccisi sono stati 76, a maggio sono finora 51. Così il 28 maggio sono spostati a Baghdad 600 soldati di stanza in Kuwait ed entro la fine del mese si decide di inviare nella provincia di Anbar due brigate per circa 1.500 uomini.

26 maggio 2006

A Washington si incontrano George Bush e Tony Blair che, in conferenza stampa congiunta, parlano di Iraq. Pur vantando il tardivo ‘successo’ dell’insediamento a Baghdad del governo di unità nazionale, i due leader debbono riconoscere di aver commesso svariati errori nel corso di Iraqi freedom. Bush ammette come errori certe dichiarazioni spavalde, del tipo " prenderemo tutti i ribelli vivi o morti" ("una frase troppo dura che mandò un messaggio sbagliato"), ma considera Abu Ghraib l’errore più pesante. Blair identifica invece l’errore più grave nella drastica epurazione che privò le forze armate e la società civile delle competenze e professionalità formatesi sotto il deposto regime.

26 maggio 2006

Nel nuovo governo italiano guidato da Romano Prodi (che pure ha parlato di "guerra ingiusta" riferendosi alla campagna irachena), lo scontro tra chi è orientato su posizioni sostanzialmente analoghe a quelle del precedente governo e chi vuole un ritiro immediato e totale delle truppe è ancora aperto. Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, dopo un incontro con il ministro della Difesa Arturo Parisi e il presidente del Consiglio, dichiara ad un settimanale tedesco che l’attuale governo ha promesso "un disimpegno militare effettivo e pieno" con tempi tecnici da lasciare alla valutazione delle autorità militari: la prospettiva sembra quella di un ritiro totale dunque, ma con tempi lunghi.

27 maggio 2006

Al "Times" la piccola irachena Iman Hassan, di 10 anni, rende la drammatica testimonianza di come i marines ad Haditha, il 19 novembre 2005, sterminarono quasi interamente la sua famiglia (nonni, genitori, due zii e un cugino di 4 anni) e di come lei stessa si salvò perché – ferita – fu creduta morta. I marines poi continuarono la strage nella casa accanto dove uccisero due adulti e sette bambini dagli uno agli otto anni; infine fu la volta di quattro studenti che stavano tornando a casa per il fine settimana e del loro autista (v. sopra, 20 marzo 2006). Il 31 maggio il "New York Times" rivela che l’indagine condotta tra febbraio e marzo dal colonnello Gregory Watt aveva già appurato che i marines mentirono sulla dinamica dei fatti (i certificati di morte delle vittime attestavano colpi d’arma da fuoco sparati a bruciapelo all’interno delle case). Il 3 giugno, sempre sul "New York Times", la ‘fonte’ del giornale, un alto ufficiale rimasto anonimo, dichiara che i comandi dei marines hanno appreso la verità sulla strage dopo soli due giorni dalla stessa, ma non hanno preso alcun provvedimento nei confronti dei responsabili perché "è mancata loro la percezione dell’eccezionalità della cosa": ammissione pesante, che sottintende come un comportamento stragista sia del tutto comune fra le truppe Usa in Iraq. Il tempo passa, l’opinione pubblica dimentica l’eccidio. Un soldato del gruppo, il sergente Sanick De la Cruz, è prosciolto dalle accuse nell’aprile 2007. Nell’agosto 2007 il comandante di Camp Pendleton James Mattis comunica che le prove raccolte non giustificano il ricorso alla Corte marziale per il caporale Justin Sharratt (accusato di aver ucciso tre persone) e per il capitano Randy Stone (accusato di non aver punito i colpevoli della strage), che quindi non saranno processati. Nel settembre 2007, il capitano Lucas McConnell è prosciolto dall’imputazione di non aver indagato sulla strage, perché accuse formulate nei suoi confronti sono state ritirate.

29 maggio 2006

In un quartiere meridionale di Baghdad, una violenta esplosione uccide un cameraman e un fonico e ferisce la giornalista Kimberley Dozier mentre stanno girando un servizio per la Cbs. Oltre ai tre, embedded nella quarta brigata della quarta divisione di fanteria Usa, sono colpiti dallo scoppio anche 7 soldati (un morto) e un contractor, morto anch’egli.

30 maggio 2006

Il premier iracheno Nouri al Maliki, in un’intervista alla Reuters, rivela una certa insofferenza per i continui ‘errori’ degli occupanti che si traducono in morte per civili iracheni (nel solo mese di maggio sono oltre 1.000, nda): "C’è un limite alle scuse accettabili... noi siamo preoccupati per l’aumento degli errori, non dico che siano intenzionali, ma la cosa ci preoccupa... non chiederemo risposte solo su Haditha, ma su tutti i casi in cui ci sono state uccisioni per errore; ne considereremo responsabili gli autori... coloro che uccidono intenzionalmente o per negligenza devono essere giudicati". Al Maliki torna a ribadire che le forze della Coalizione potrebbero presto trasferire alle forze irachene le responsabilità della sicurezza del paese: entro un anno e mezzo, forse anche prima "se le forze a guida americana fossero serie nel dare sostegno e addestramento al nuovo esercito iracheno".

31 maggio 2006

A Samarra i soldati americani uccidono due donne (tre secondo la polizia irachena), una delle quali prossima al parto, che sbagliano strada nella fretta di correre all’ospedale, avvicinandosi così ad una base americana. Il nuovo ambasciatore iracheno a Washington, Samir al Sumaidaie denuncia, a poche ore dall’accreditamento, che nelle vicinanze di Haditha, prima dell’ormai tristemente nota strage del 19 novembre 2005, un suo cugino fu ucciso a freddo dai marines cui aveva aperto la porta e si era offerto in qualità di interprete (v. sopra, cap. "Assemblea nazionale, nuovo governo, Costituzione", 24 giugno 2005). Il presidente del Tribunale speciale che giudica Saddam Hussein e i suoi coimputati per i fatti di Dujail ordina l’arresto di 4 testimoni della difesa accusandoli – secondo al Jazeera – di falsa testimonianza. La difesa a sua volta tenta di screditare il procuratore capo Jafar al Mussawi, imputandogli di aver manipolato i propri testimoni e utilizzando un filmato trasmesso in questi giorni da al Arabiya, in cui appare un uomo che rivendica ed esalta l’attentato di Dujail contro Saddam Hussein (che fu all’origine della successiva repressione di cui l’ex rais deve oggi rispondere): secondo la difesa e secondo al Arabiya quell’uomo è Jafar al Mussawi.

1 giugno 2006

Le truppe americane compiono un sanguinoso raid ad al Wend, presso Kerbala, abbattendo case ed effettuando rastrellamenti. Sarebbero rimasti uccisi anche 5 civili tra cui una donna e un bimbo di 7 mesi.

2 giugno 2006

La Bbc e Rainews24 trasmettono un video girato ad Ishaqi subito dopo la strage del 15 marzo scorso (v. sopra) che contraddice la versione dei marines e conferma quella della polizia irachena. Nel video, girato subito dopo la strage, un vicino spiega che 50 soldati hanno sparato contro la casa di Faiz Iraq Khalat (28 anni, insegnante), vi hanno messo la dinamite, la hanno presa a cannonate; dietro il testimone (che sarà torturato dagli americani) si vedono su un carretto i corpi di alcuni uccisi, Faiz e i suoi bambini.

2 giugno 2006

Al Zarqawi, in un messaggio, invita i sunniti ad una campagna di attacchi contro gli sciiti. E’ una strategia che porta avanti con ostinazione già dall’inizio 2004 e che ora intende promuovere non solo in Iraq ma nell’intero mondo mussulmano. In particolare al Zarqawi si accanisce contro Hezbollah, il movimento di resistenza libanese di cui chiede il disarmo e che a suo dire sarebbe "lo scudo che protegge l’esercito sionista dagli attacchi dei mujaheddin". Zarqawi continua così a differenziarsi dalla linea di al Qaeda, ribadita anche recentemente da Bin Laden, orientata a portare il jihad contro gli Usa e non a colpire altri mussulmani.

5 giugno 2006

Un ordigno manovrato a distanza fa esplodere, a 100 km a nord di Nassiriya, la prima vettura di un convoglio militare italiano che sta scortando un convoglio logistico britannico diretto alla base di Tallill. L’esplosione ferisce i 5 occupanti del veicolo, due dei quali in modo grave; uno di essi – Alessandro Pibiri della Brigata Sassari – muore poco dopo, durante il trasporto in ospedale. Nelle espressioni di cordoglio del ministro degli Esteri D’Alema risuona il rammarico per i soldati colpiti durante "una missione di pace". Come possa essere pacifica la funzione di scorta e tutela di truppe, quali quelle britanniche, sicuramente belligeranti; come possa essere pacifica una missione in cui (come rivela una recente inchiesta del settimanale "L’Espresso") il 90% delle risorse va a coprire i costi delle operazioni militari e solo il residuo è destinato agli aiuti è difficile da comprendere: eppure la favola della missione di pace ricorre spesso nelle parole di parecchi esponenti del centro-sinistra, ora che sono al governo.

7 giugno 2006

Il ministro degli Esteri italiano D’Alema incontra a Baghdad Nouri al Maliki, il suo omologo iracheno agli Esteri Hoshiyar Zebari, il presidente del Parlamento Mahmud al Mashadani e, prima di ripartire, il presidente iracheno Jalal Talabani. A tutti gli interlocutori, D’Alema comunica la decisione del governo italiano di ritirare le truppe "entro l’autunno" pur senza indicare una data precisa, ma assicura che l’Italia continuerà a "sostenere il processo democratico iracheno sul piano economico e politico" e "si spenderà per ottenere un maggior coinvolgimento dell’Onu, della Ue e della Nato". Dalle carceri irachene sono liberati 600 prigionieri, al Maliki promette che ne saranno liberati 2.500, tutti in carcere senza alcuna imputazione o per errore. Le forze di polizia arrestano a Baghdad, nel terminal della Al Akeili Travel and Tourism, 50 persone: clienti, dipendenti, il gestore e i suoi figli; 15 di essi sono rilasciati nella notte, dopo terribili torture, gli altri sono fatti sparire.

8 giugno 2006

E’ ufficiale la notizia della morte di Abu Mussab al Zarqawi ad Idhib, presso Baquba, in un bombardamento aereo americano nel quale sono rimasti uccisi anche il suo consigliere spirituale sheik Abdel Rahman e altre persone, pare 2 uomini e 3 donne. Il bombardamento sarebbe avvenuto nel pomeriggio avanzato dello scorso 6 giugno, poco dopo sarebbero arrivate in loco le truppe speciali (l’Unità 145, creata per dare la caccia ai capi di al Qaeda e della resistenza). Il guerrigliero giordano è stato identificato in base alla somiglianza con le immagini note e alle impronte digitali; l’identificazione sarà in seguito confermata dall’esame del Dna. Bush dichiara che "giustizia è fatta" ma tempera l’entusiasmo con la previsione di altri giorni difficili in Iraq e l’annuncio dell’invio di altri 3.500 soldati. Nei giorni successivi si apprende che al Zarqawi era ancora vivo al momento dell’arrivo dei soldati americani, ma è morto poco dopo, forse ucciso a botte dai medesimi (come affermano voci insistenti che il generale Caldwell definisce "speculazioni"). Si apre ora il problema della successione al comando di al Qaeda nella terra dei due fiumi: gli Stati uniti scommettono sul semi sconosciuto Abu Ayyub al Masri, un egiziano con un passato di guerrigliero in Afghanistan e forse anche in Bosnia.

8 giugno 2006

A Baghdad, il Parlamento approva i candidati scelti da al Maliki per i ministeri ancora senza titolare. Gli Interni sono così affidati a Jawad al Bolani, sciita potente a Bassora; la Difesa ad Abdel Qader Jassim, un generale sunnita che guidò le truppe irachene nell’attacco a Falluja. Il percorso politico disegnato dalla risoluzione Onu 1511 del 16 ottobre 2003 è a questo punto concluso: l’Iraq, che dovrebbe essere normalizzato, non è mai stato in una condizione più disperata. A Bruxelles, nella sala stampa della Nato, il ministro della Difesa Usa Donald Rumsfeld commenta con sufficienza l’annunciato disimpegno italiano dall’Iraq: "Il ritiro italiano non avrà un impatto significativo sullo sforzo della coalizione" afferma, tra le risate dell’uditorio.

9 giugno 2006

Gli inquirenti romani Ionta e Amelio, che indagano sull’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003, interrogano in videoconferenza Abu Omar al Kurdi (v. sopra, cap. "Assemblea nazionale, nuovo governo, Costituzione", 13 marzo 2005), detenuto in Iraq nel carcere americano di Camp Copper. Al Kurdi riferisce che la progettazione dell’attentato fu concordata con al Zarqawi e approvata dal Consiglio della shura: gli italiani erano occupanti e per di più facilmente attaccabili. Gli attentatori suicidi, nei piani iniziali, avrebbero dovuto colpire due obiettivi differenti rispettivamente con un’ambulanza e una cisterna, ma il giorno fissato per l’attentato la polizia irachena sequestrò la cisterna con 3.500 kg di esplosivo. Il 12 novembre 2003 la polizia, dietro pagamento di una modesta tangente, restituì agli attentatori la cisterna che fu immediatamente usata contro la base italiana di Nassiriya, mentre l’ambulanza era stata utilizzata due settimane prima per colpire la Croce rossa a Baghdad.

12 giugno 2006

Un sito web islamista annuncia che il successore di al Zarqawi alla guida di al Qaeda nella terra dei due fiumi è Abu Hamza al Muhajir, un nome sconosciuto che però sembra indicare una linea di continuità con il predecessore. ‘Al Muhajir’ significa ‘il migrante’, il che da un lato fa pensare di nuovo ad uno straniero come al Zarqawi; d’altro lato richiama l’Egira, la migrazione di Maometto e dei suoi seguaci verso Yathrib (la futura Medina) in contrasto con i falsi credenti della Mecca e ciò suggerisce che, come il predecessore, combatterà gli sciiti. Sembrano così disattesi quanti prevedevano, in al Qaeda nella terra dei due fiumi, una possibile ‘irachizzazione’, una maggior integrazione con i vari settori in lotta per la liberazione del paese e una maggior tolleranza verso gli altri mussulmani. Gli Usa sono certi che Abu Hamza al Muhajir sia Abu Ayyub al Masri (v. sopra, 8 giugno 2006). Le forze americane colpiscono ancora con un raid aereo un edificio nei pressi di Baquba causando 9 morti: 7 ‘terroristi’ e due bambini secondo il comando Usa, 7 bambini e due giovani civili secondo i testimoni oculari dell’agenzia France presse. Due contractors della Triple Canopy, Shane Schmidt e Charles Sheppard, sono licenziati per aver denunciato alla direzione della società che un manager della Kbr (gruppo Halliburton), da loro scortato all’aeroporto di Baghdad il precedente 8 giugno, durante il tragitto aveva sparato contro un camion e contro un taxi per il puro piacere di ammazzare. I due impugnano il licenziamento e di conseguenza emerge la storia del manager killer; la Triple Canopy chiede l’archiviazione, il giudice fissa il processo tra oltre un anno.

13 giugno 2006

George Bush visita a sorpresa Baghdad e incontra Nouri al Maliki, invitandolo, con parole di circostanza ("le decisioni che prenderete saranno determinanti per capire se il paese riuscirà o no ad amministrarsi, reggersi e difendersi da solo") a dare qualche garanzia per giustificare un parziale disimpegno americano che non abbia il sapore della ritirata; avvertendo nel contempo che, in caso contrario, gli Usa non permetteranno che la situazione degeneri a danno degli interessi americani ("sono venuto qui non solo per guardarvi negli occhi ma per dire che, quando l’America dà la sua parola, la mantiene"). Nello stesso stile, al Maliki risponde che il suo governo "è deciso a vincere il terrorismo, anche con l’aiuto e l’amicizia degli Stati uniti" ma che "se Dio vuole, queste sofferenze finiranno e tutti i soldati stranieri torneranno ai loro paesi con la nostra gratitudine". Il premier iracheno comunica l’applicazione, da oggi, di misure straordinarie a Baghdad: coprifuoco dalle 20,30 alle 6 e blocco della circolazione tutti i venerdì dalle 11 alle 15, fatti rispettare da 40.000 uomini delle forze irachene e occupanti, che dovranno anche controllare i quartieri sunniti più a rischio. Il nuovo leader di al Qaeda in Iraq, Abu Hamza al Muhajir, promette di vendicare il predecessore – in pieno spirito di continuità con il medesimo – con una campagna di attacchi contro "i crociati e gli apostati", sciiti in primo luogo. Una serie di sette attentati scuote Kirkuk, colpendo tra l’altro il quartier generale delle forze di sicurezza e gli uffici del partito del presidente Talabani, l’Upk.

14 giugno 2006

Un ennesimo scandalo suscita le proteste del Consiglio per le relazioni americano-islamiche (importante organizzazione Usa per i diritti civili dei mussulmani) e probabilmente la rabbia di tutti gli iracheni: nasce da un video in cui appare tale Joshua Belile, del 167mo squadrone elicotteristi d’attacco dei marines, che in tenuta militare canta accompagnandosi con la chitarra una sua canzone, dal titolo "Marine- hadji girl" (l’hadji è il pellegrinaggio alla Mecca, ma il termine è usato dai soldati Usa per insultare gli iracheni). Il testo narra dell’amore tra un marine e una ragazza irachena, ostacolato però dai parenti di lei: il marine allora stermina tutta la famiglia della ragazza, bambini compresi. Tra le risate e gli applausi dei commilitoni, Belile canta versi di questo tipo: "Ho preso la sua sorellina e l’ho messa davanti a me. Quando i proiettili hanno cominciato a volare, il sangue è schizzato fra i suoi occhi e ho sorriso come un pazzo. Ho lanciato questi piccoli fottuti verso l’eternità". I vertici dei marines prendono le distanze, Belile finisce sotto inchiesta militare: si scusa per i sentimenti che può avere offeso, dice che è tutto uno scherzo e che il testo della sua canzone non racconta esperienze da lui realmente compiute.

15 giugno 2006

Secondo un annuncio del ministro della Difesa, da oggi i militari americani e iracheni di contrasto alla guerriglia nella sola Baghdad sono portati a 70.000, nell’ambito di un nuovo piano di ripristino dell’ordine pubblico denominato "Avanti insieme".

16 giugno 2006

E’ reso noto in forma censurata un rapporto del Pentagono del 2004 sulle "tecniche di interrogatorio" adottate da alcune forze speciali in Iraq, dopo lo scandalo di Abu Ghraib e dopo che il generale Ricardo Sanchez aveva emanato una direttiva che vietava per l’avvenire l’uso di varie tecniche considerate troppo dure. Dal rapporto si evince che la direttiva, non per "disobbedienza" ma per un malinteso, fu recepita dalle forze ordinarie ma non dalle forze speciali di cui si occupa il rapporto (che non sono tutte le forze speciali Usa e nemmeno le più famose), le quali continuarono ad applicare almeno 5 delle 12 tecniche vietate. Secondo il generale Richard Formica, estensore del rapporto, dalla violazione della direttiva Sanchez non emerge nessuna responsabilità, né per i soldati che hanno torturato, i quali hanno ricevuto ordini sbagliati, né per i loro superiori, i quali "non hanno ben compreso" i termini della direttiva.

19 giugno 2006

Jafar al Mussawi, capo dell’accusa nel processo per i fatti di Dujail, chiede la pena di morte mediante impiccagione per Saddam Hussein, il fratellastro Ibrahim Barzan al Tikriti, l’ex vice presidente Taha Yassin Ramadan e altri due esponenti del passato regime; chiede una pena severa ma non precisata per l’ex presidente del ‘Tribunale rivoluzionario’ Awad al Bander; chiede pene più lievi, anch’esse imprecisate, per gli altri imputati e il proscioglimento di uno solo fra essi. Il Consiglio consultivo dei mujaheddin, che rappresenta la coalizione di cui fa parte al Qaeda nella terra dei due fiumi (v. sopra, 15 gennaio 2006), rivendica su Internet il rapimento di due soldati americani (Thomas Tucker e Kristian Menchaca del 502 reggimento fanteria), scomparsi il 17 giugno e di 4 diplomatici russi rapiti il 3 giugno. Per la liberazione di questi ultimi il Consiglio consultivo chiede il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia e la liberazione dei prigionieri ceceni; nei giorni successivi gli stessi separatisti ceceni si dissociano da una richiesta che definiscono come "una provocazione dei servizi segreti russi"; il 26 giugno il ministero degli Esteri russo conferma l’uccisione, annunciata su Internet, dei diplomatici rapiti.

20 giugno 2006

Sono ritrovati con segni di torture e decapitati i corpi dei soldati americani Tucker e Menchaca (v. sopra, 19 giugno 2006), che secondo un comunicato del Consiglio consultivo sarebbero stati personalmente uccisi da Abu Hamza al Muhajir. Per rappresaglia gli Usa uccidono in un raid aereo su Qaduri Ali al Shahin – a nord di Baghdad – 15 uomini: guerriglieri secondo i comandi americani, dipendenti di un allevamento di polli secondo gli abitanti del villaggio preso di mira. Gli psicologi dell’esercito che assistono i commilitoni dei due soldati uccisi si sentono raccontare l’odiosa storia di una strage compiuta l’11 marzo (v. sopra) a Mahmoudiya da alcuni soldati del 502mo reggimento: proprio per vendicare lo stupro e la strage il Consiglio consultivo avrebbe deciso l’uccisione di Tucker e Menchaca. L’11 luglio sarà diffuso un video che mostra i guerriglieri mentre fanno scempio dei corpi dei due soldati americani. Il premier giapponese Koizumi annuncia il ritiro delle truppe dall’Iraq, "vista l’intenzione del governo iracheno di assumere il controllo militare della provincia di Muthanna" dove sono stanziati i 500 soldati nipponici: il rientro sarà "questione di settimane, forse di giorni".

21 giugno 2006

Uomini in uniforme da poliziotti prelevano dalla sua abitazione Khamil al Obaidi, uno di principali difensori di Saddam Hussein, ritrovato cadavere due ore dopo: è il terzo legale della difesa nel processo per i fatti di Dujail ad essere assassinato. Saddam Hussein inizia subito uno sciopero della fame di protesta, il capo del collegio di difesa Khalil al Dulaimi accusa le milizie sciite filo governative dell’uccisione del collega. Le autorità militari americane annunciano l’incriminazione di 7 marines per l’omicidio compiuto il 26 aprile 2006 ad Hamdaniya (v. sopra, 26 aprile 2006): un marine sarà condannato a 18 mesi il 16 novembre 2006. Il presidente del Parlamento iracheno chiede all’ambasciatore Usa Khalilzad un’indagine rapida e trasparente sulle tante uccisioni di innocenti compiute dalle forze armate americane.

25 giugno 2006

Nouri al Maliki presenta un preannunciato "piano di riconciliazione nazionale" in 24 punti "aperto a tutti coloro che vogliono entrare nel processo politico per la costruzione del loro paese e per la salvezza della loro gente, a condizione che non si siano macchiati di crimini". Il nucleo del piano, mirante ad attenuare la pressione della guerriglia, è una amnistia per i detenuti "che non abbiano preso parte ad atti terroristici, crimini di guerra e contro l’umanità; coloro nei cui confronti non sono emerse prove di questi crimini dovranno essere rimessi immediatamente in libertà". Altri aspetti rilevanti sono il progetto di rendere operative forze di sicurezza nazionali al posto delle truppe straniere e un piano di discussione con la Forza multinazionale tendente ad evitare le violazioni dei diritti umani da parte delle truppe straniere stesse. Negli Usa, che pure hanno incoraggiato la presentazione del piano, si manifesta a livello politico una diffusa contrarietà all’ipotesi di amnistia, nell’asserito timore che questa possa estendersi a chi avesse ucciso militari americani. Le formazioni combattenti e le stesse forze politiche sunnite di opposizione non appaiono disposte a lasciarsi coinvolgere nel piano del premier. Nei giorni immediatamente successivi l’Esercito islamico respinge – da al Jazeera – il piano che a suo avviso "è lontano dal rappresentare una iniziativa di riconciliazione nazionale... se esclude chi ha combattuto gli americani a chi si suppone che si rivolga?". E aggiunge: "Se gli americani fanno sul serio siamo pronti a negoziare con loro su una base di parità, ma non è possibile metterci a sedere con i loro agenti". Lo stesso rifiuto esprimono le Brigate della rivoluzione del 1920: "Il problema è l’occupazione, perché dovremmo preoccuparci di al Maliki?". Saleh al Mutlaq, leader del Fronte per il dialogo, si dice pronto a presentare un piano di riconciliazione alternativo, basato sull’abrogazione delle ordinanze di Paul Bremer, lo scioglimento delle istituzioni di sicurezza create dopo l’occupazione, lo scioglimento delle milizie, l’abolizione delle quote confessionali, la fine della debaatizzazione. Al Mutlaq sostanzialmente smentisce la notizia secondo la quale 15 – 20 gruppi armati avrebbero accettato il piano di riconciliazione di al Maliki: "ho dei dubbi... tutte le fazioni armate, come l’Esercito di Muhammad, l’Esercito dei conquistatori e l’Esercito islamico hanno rifiutato l’iniziativa. I baatisti hanno ancora delle riserve, gli islamisti e le Brigate del 1920 hanno rifiutato l’iniziativa. Esistono invece delle fazioni non presenti sul campo che si dice siano favorevoli. Quanto all’invito del Partito islamico iracheno ai sunniti perché aderiscano, tale partito si considera ora parte del governo e ne adotta le iniziative: di conseguenza questa sua posizione non significa un orientamento analogo dei sunniti, della resistenza e degli islamici".

29 giugno 2006

Un’inchiesta di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta mandata in onda da Rainews24 mostra che alcune delle 19 vittime dell’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003 non furono uccise dagli effetti diretti del camion bomba ma dall’esplosione del deposito di armi dell’esercito, collocato in una posizione insicura, troppo vicina all’edificio che ospitava i soldati italiani. Il servizio raccoglie anche le proteste dei familiari per la mancata consegna di una medaglia d’oro al valor militare alle vittime dell’attentato: le interviste a Gasparri e a La Russa chiariscono che la ragione del mancato riconoscimento sta nell’inquadramento "umanitario" dato alla missione.

30 giugno 2006

Da un sito internet, Osama bin Laden commemora il "leone del jihad" Abu Mussab al Zarqawi; sfida gli Usa a restituirne il corpo ai familiari ("vi spaventa...che il suo funerale sarà imponente e mostrerà la simpatia che i mussulmani hanno per i mujaheddin"); pare difenderne la strategia, giustificando l’uccisione di mussulmani, purché – però – si pongano a fianco dei "crociati" ("Abu Mussab aveva ordine di portare la lotta alle forze d’occupazione, principalmente americane...ma chiunque combatte nelle trincee dei crociati...quale che sia la sua fede o tribù, è accettabile che sia ucciso"). Rivolgendosi a Bush, Bin Laden promette: "continueremo se dio vuole a combattervi ovunque, in Iraq, Afghanistan, Somalia, Sudan". In un’intervista pubblicata su "La Repubblica" del 2 luglio 2006, invece, la prima moglie di al Zarqawi si dirà convinta che l’uccisione del marito sia il frutto di un "patto segreto avente come fine immediata la sua morte e, come contropartita, l’impegno, da parte delle truppe americane, di allentare almeno temporaneamente la caccia a bin Laden".

30 giugno 2006

Secondo i dati dell’obitorio di Baghdad, i morti ammazzati nel mese di giugno nella sola capitale sono 2.020. Secondo il rapporto sullo stato dei diritti umani in Iraq, redatto dall’Onu ogni due mesi, nei mesi di maggio e giugno i civili uccisi sarebbero 5.818 (8.500 nei primi quattro mesi dell’anno) e quelli feriti 5.672. La guerra quindi, secondo questi dati ovviamente approssimati per difetto, uccide quasi 100 civili al giorno

1 luglio 2006

Per la seconda volta in due giorni Osama bin Laden interviene su un sito internet per minacciare coloro che – sciiti, americani o loro alleati – intendono annientare i sunniti in Iraq; lo sceicco riconosce Abu Hamza al Muhajir quale nuovo leader di al Qaeda in Iraq al posto di al Zarqawi ("prego dio che possa essere un buon successore"). Con un nastro audio lo sceicco al Baghdadi, amico di bin Laden dai tempi dell’Afghanistan ed emiro del Consiglio della shura, invita i sunniti di tutti i paesi arabi ed islamici a colpire le imprese che riforniscono i ‘crociati’ in Iraq e a boicottare con tutti i mezzi – politici, economici, militari – anche l’Iran. Una deputata sunnita del Fronte della concordia, Taysir al Mashhaddani, è rapita con 7 guardie davanti agli occhi delle forze di sicurezza: secondo i suoi compagni di partito responsabile del sequestro è una milizia governativa, che poi tratterà in prima persona il rilascio ponendo proprie condizioni (il gruppo della Mashhaddani, per protesta, dal giorno successivo diserterà i lavori parlamentari). Contemporaneamente, a Sadr city, l’esplosione in un mercato all’aperto di un camion bomba provoca 68 morti e 115 feriti: l’attentato, il più sanguinoso dell’ultimo mese, compromette la già scarsa fiducia nel piano di riconciliazione nazionale promosso da al Maliki. Il premier, da parte sua, è giunto in Arabia saudita con l’intenzione di compiere un pellegrinaggio alla Mecca: un gesto dal forte impatto simbolico evidentemente teso ad ottenere consensi per il suo piano di riconciliazione.

3 luglio 2006

Il governo intende avviare colloqui sia con il Consiglio degli Ulema, che ha definito irrealistico il piano di riconciliazione nazionale promosso da Nouri al Maliki, sia con il movimento di Moqtada al Sadr, che sul piano ha espresso numerose riserve.

5 luglio 2006

Rispondendo alle domande di giornalisti kuwaitiani sulla possibile esecuzione di Saddam Hussein, Nouri al Maliki esprime la speranza che avvenga presto; auspica la medesima sorte per altri 41 ricercati e in particolare per una figlia di Saddam, Raghd Hussein, che dalla Giordania (dove ha ottenuto asilo politico) tenta di organizzare la difesa legale del padre.

7 luglio 2006

Un raid americano a Sadr city provoca 10 morti; il giorno seguente, sempre a Baghdad, nel quartiere di Zafaraniya, le truppe americane circondano una moschea gestita dai seguaci di Moqtada al Sadr, per arrestare alcuni esponenti del movimento.

9 luglio 2006

Miliziani degli squadroni della morte e dei partiti sciiti di governo improvvisano posti di blocco nel quartiere di al Jihad, lungo la strada che da Baghdad conduce all’aeroporto: chiunque abbia sulla carta di identità un nome sunnita, specie quello di Omar, è ucciso sul posto, chi appeso a un lampione, chi finito a colpi di bastone o di trapano elettrico. Adnan al Dulaimi, del Fronte della concordia, chiede all’Onu di inviare in Iraq forze arabe e mussulmane per tutelare la popolazione che sta subendo uccisioni settarie e razziste: a Bassora infatti il 70% dei sunniti è stato eliminato o è fuggito per le intimidazioni, mentre le milizie sciite portano avanti una spietata pulizia etnica, come ad al Jihad; il leader sunnita chiede inoltre al Consiglio di sicurezza dell’Onu "una dichiarazione di rispetto totale dell’unità e indivisibilità dell’Iraq"; chiede infine alle autorità religiose di pronunciare delle fatwa che condannino la pulizia etnica e la guerra civile.