Logo

11-15 settembre 2001

In alcuni centri palestinesi la popolazione manifesta per le strade il suo giubilo per l'azione bellica compiuta da combattenti mussulmani contro gli Stati uniti, ritenuti i protettori di Israele. Ma la contentezza dura poco. Il 12, a Jenin, i mezzi corazzati israeliani entrano nella città ed aprono il fuoco uccidendo 12 palestinesi, fra cui una bimba di 8 anni, e ferendone 30. Il 15 l'esercito israeliano, con elicotteri da combattimento ‘Apache' e mezzi corazzati, attacca Gaza distruggendo il quartier generale del servizio segreto palestinese, caserme e stazioni di polizia. Hanan Ashrawi, portavoce della Lega araba e parlamentare palestinese, afferma: “E' un massacro. Da quando c'è stato l'attacco contro le Torri gemelle, Sharon ha invaso prima la Cisgiordania e ora Gaza. L'obiettivo è lo stesso: uccidere e distruggere il più possibile, mentre l'attenzione del mondo è altrove, mentre può far credere al mondo che ogni massacro di palestinesi innocenti è una legittima operazione contro il terrorismo”.

27-28 settembre 2001

A Gaza, l’esercito israeliano, senza alcuna motivazione, apre il fuoco sui palestinesi, uccidendone 5 e ferendone 36. Il giorno seguente, a Gerusalemme, 7 morti e 30 feriti sono il bilancio della repressione compiuta dai militari israeliani in un solo giorno nel territorio della Palestina. Perfino il Dipartimento di stato americano si vede costretto a rilasciare una dichiarazione di condanna dell’azione israeliana: "Chiediamo ad Israele di astenersi da azioni provocatorie". In un anno, la repressione israeliana della seconda Intifada ha provocato la morte di 827 palestinesi, moltissimi dei quali adolescenti.

2 ottobre 2001

A Washington, il presidente americano George Bush dichiara ai giornalisti: "L’idea di uno Stato palestinese ha sempre fatto parte della visione americana del futuro del Medio Oriente. A condizione che sia rispettato il diritto di esistere dello Stato di Israele". La dichiarazione provoca la reazione di Ariel Sharon che dichiara: "Nella guerra contro il terrorismo, l’America vuole ottenere il sostegno degli arabi a spese di Israele come l’Europa sacrificò la Cecoslovacchia ai nazisti". Ma il giorno seguente il contrasto si ricompone, dopo una telefonata fra il segretario di Stato americano Colin Powell e il premier israeliano Ariel Sharon.

7 ottobre 2001

Dopo l’attacco americano all’Afghanistan, Osama Bin Laden, nel messaggio registrato trasmesso dalla televisione del Qatar Al Jazeera, dopo aver ricordato l’aggressione israeliana contro i palestinesi, dichiara: "Giuro su Allah che né l’America, né coloro che vivono in America avranno la sicurezza fino a quando non l’avrà concretamente la Palestina e fino a quando tutti gli eserciti infedeli non usciranno dalla terra del profeta Mohammad".

8 ottobre 2001

A Gaza, la polizia palestinese apre il fuoco sui concittadini che manifestano contro i bombardamenti in Afghanistan e a favore di Osama Bin Laden, uccidendo 3 persone e ferendone 39. Fra i morti, un ragazzo di soli 13 anni. L’ordine di aprire il fuoco per impedire a tutti i costi manifestazioni anti- americane è stato impartito personalmente da Yasser Arafat. Nella serata, saranno gli israeliani ad uccidere, a loro volta, altri 2 palestinesi.

14 ottobre 2001

In Cisgiordania, tiratori scelti dell’esercito israeliano assassinano sul terrazzo della sua abitazione Abdel Rahaman Hamad, ritenuto uno dei capi di Hamas.

17 ottobre 2001

A Gerusalemme, militanti del Fronte per la liberazione della Palestina giustiziano con 2 colpi di pistola, all’interno dell’albergo nel quale alloggiava, l’ex ministro del Turismo israeliano, Rehavam Zeevi, che si era dimesso dal governo Sharon per protestare contro il ritiro dei carri armati da Hebron. L’azione risponde all’assassinio del segretario generale del Fronte, compiuto dai militari israeliani con il lancio di un missile sparato da un elicottero, all’interno del suo ufficio.

18-20 ottobre 2001

Si scatena preannunciata e puntuale la rappresaglia israeliana per l’uccisione del ministro Zeevi. I carri armati sono penetrati a Betlemme aprendo il fuoco contro una scuola. Bilancio: una scolaretta di 10 anni uccisa, altre 9 ferite. E’ poi colpita con missili un’auto sulla quale viaggiava con due compagni Atef Abayat, dirigente dell’organizzazione di Arafat. Uccisi anche due poliziotti palestinesi. Il giorno seguente, a Betlemme, i carri armati israeliani aprono il fuoco uccidendo 15 palestinesi e ferendone oltre 40. Fra i morti, un bambino di 13 anni. Un portavoce del governo Sharon dichiara: "Abbiamo eliminato o catturato una ventina di terroristi, continueremo queste incursioni fino al raggiungimento dell’obiettivo prefissato, cioè l’arresto degli autori dell’omicidio del ministro Zeevi e lo smantellamento delle organizzazioni terroristiche".

21 ottobre 2001

Mentre continua l’azione militare israeliana nei territori occupati con l’uccisione di altri 4 palestinesi- altri 3 nella giornata successiva- Yasser Arafat pone fuori legge il Fronte per la liberazione della Palestina, ma rifiuta di consegnare i militanti dell’organizzazione arrestati alle autorità israeliane, come preteso da Ariel Sharon.

24 ottobre 2001

A Ramallah, l’esercito israeliano occupa il sobborgo di Beit Rima aprendo il fuoco e uccidendo almeno 10 civili e ferendone altre decine. In altre località dei territori sotto la giurisdizione dell’Autorità nazionale palestinese, i militari israeliani uccidono altri civili. Sale così a 15 il bilancio di una notte di sangue.

1 novembre 2001

Un elicottero israeliano uccide nei pressi di Tulkarem, con un missile, 2 dirigenti di Hamas che si trovano nella loro auto. Hamas aveva accettato la tregua chiesta da Arafat; l’assassinio di due suoi militanti la obbliga, ora, a riprendere la lotta armata.

6 novembre 2001

Il primo ministro israeliano Ariel Sharon dichiara che è sua intenzione far giungere in Israele "almeno un milione di nuovi coloni". A Nablus (Cisgiordania), i militari israeliani aprono il fuoco contro un gruppo di palestinesi uccidendone 5, mentre resta ucciso anche un ufficiale israeliano. A Jenin, 2 militanti di Al Fatah sono uccisi da un missile sparato dagli israeliani contro la vettura sulla quale viaggiavano.

19 novembre 2001

A Bruxelles, il Tribunale invia ad Ariel Sharon, premier israeliano, un mandato di comparizione per via diplomatica che fissa alla data del 28 novembre il suo interrogatorio, come atto preliminare per decidere circa la sua incriminazione per "crimini di guerra e contro l’umanità" relativamente al massacro nei campi profughi di Sabra e Shatilla, avvenuto il 17 settembre 1982.

23 novembre 2001

A Nablus, 2 elicotteri israeliani colpiscono con una raffica di missili l’auto sulla quale viaggiavano Mahmud Abu Hanud, leader militare di Hamas, e due suoi compagni uccidendoli sul colpo. A Gaza, 3 palestinesi sono uccisi dai militari israeliani nel corso di manifestazioni seguite alla morte, a causa di una mina israeliana, di 5 ragazzi il giorno precedente. Due militanti di Al Fatah sono infine uccisi da un elicottero nell’ambito della tattica degli ‘omicidi mirati’, mentre un ragazzo viene ucciso nel corso di ulteriori proteste palestinesi.

24 novembre 2001

A Gaza, 5 colpi di mortaio sparati dai palestinesi uccidono un israeliano e ne feriscono altri 2. E' la prima risposta all'assassinio del responsabile militare di Hamas, compiuto dai militari israeliani il 23 novembre.

29 novembre 2001

Record di morti in una sola giornata a causa di un attentato contro un autobus israeliano da parte di un kamikaze palestinese, che ha provocato 4 morti; mentre i militari ebrei hanno ucciso 2 palestinesi che non si erano fermati a un posto di blocco e un soldato israeliano è stato ucciso in agguato. Secondo l’agenzia "France Press", sarebbero 1005 i morti, per la gran parte palestinesi, dall’inizio della seconda Intifada, dei quali 160 bambini e adolescenti.

1-2 dicembre 2001

A Gerusalemme, due kamikaze palestinesi e una autobomba in pieno centro provocano almeno 10 morti e 150 feriti. Ad Haifa, il giorno seguente, un altro attentatore suicida palestinese si fa esplodere insieme alla bomba che trasportava su un autobus, provocando la morte di 16 persone e il ferimento di altre 40. Continua in questo modo la rappresaglia di Hamas dopo l’assassinio del responsabile militare dell’organizzazione. Il responsabile dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshal, dichiara: "Abbiamo i mezzi per resistere e offrire martiri per altri 20 anni…Il nostro obiettivo è quello di rendere il costo dell’occupazione dei Territori palestinesi troppo caro per l’occupante".

3 dicembre 2001

A Gaza, elicotteri da combattimento israeliani attaccano il quartiere generale di Yasser Arafat, distruggendo 2 elicotteri in uso del presidente dell'Anp. Attacchi israeliani sono sferrati anche su Jenin e Betlemme. Un bilancio provvisorio parla di decine di vittime. Il primo ministro israeliano Sharon, in un discorso alla nazione, accusa Arafat di essere il responsabile primo degli attacchi ‘terroristici' contro Israele. Gli fa eco da Washington il presidente George Bush affermando che “lo Stato di Israele ha tutto il diritto di difendersi e Arafat ha il dovere di catturare e consegnare i terroristi”, appoggiando così l'azione di rappresaglia israeliana contro i Territori.

4 dicembre 2001

Sessanta scolari rimangono feriti per le bombe a Gaza, sganciate dagli F-16 contro il quartiere generale dei servizi di sicurezza dell'Autorità nazionale palestinese, mentre altri palestinesi sono stati uccisi, fra questi un ragazzo di 14 anni. Intanto, a Washington, il presidente Bush ordina il sequestro dei beni finanziari riconducibili all'organizzazione palestinese Hamas.

5-7 dicembre 2001

A Gaza, la polizia palestinese, su ordine di Yasser Arafat, arresta lo sceicco Ahmed Yassin, leader di Hamas, nonostante la reazione armata della popolazione della zona. Elicotteri israeliani distruggono la sede centrale della polizia palestinese.

10 dicembre 2001

A Hebron, nel tentativo di assassinare un esponente della Jihad islamica, due elicotteri Apache israeliani lanciano 3 missili che, invece, uccidono 2 bambini palestinesi di 3 e 13 anni di età.

12-13 dicembre 2001

In Cisgiordania, 3 militanti palestinesi attaccano un autobus che trasporta coloni ebrei, provocando almeno 10 morti. Il giorno dopo, per rappresaglia, l'esercito israeliano attacca Ramallah con   bombardamenti e l'entrata dei mezzi corazzati che distruggono, fra l'altro, la sede della radio e della televisione. Il primo ministro Ariel Sharon afferma: “Per quanto ci riguarda, Arafat è diventato irrilevante. Non avremo più contatti con lui, dal nostro punto di vista non esiste più”. Il giorno successivo, prosegue su tutto il territorio palestinese la repressione israeliana che provoca altri 8 morti.

15 dicembre 2001

A Beit Hanun, gli israeliani aprono il fuoco contro una folla di bambini che ha accolto a colpi di pietre i carri armati venuti ad occupare il loro villaggio alla ricerca di presunti ‘terroristi’: 4 i bambini morti, oltre 75 i feriti.

16 dicembre 2001

A Ramallah, Yasser Arafat pronuncia un discorso televisivo nel quale afferma che l'Autorità nazionale palestinese fermerà la violenza e gli attentati ad ogni costo, anche dinanzi ai comportamenti ingiusti di Israele. Di conseguenza, la polizia palestinese chiude 32 sedi di organizzazioni ritenute contrarie alla tregua con Israele. Hamas, però, respinge la proposta di Arafat e dichiara che proseguirà nella sua lotta contro l'oppressore.

21 dicembre 2001

A Gaza, la polizia palestinese apre il fuoco sui suoi connazionali che manifestano per le strade, uccidendone 6 e ferendone almeno 70. Il governo israeliano, intanto, vieta a Yasser Arafat di recarsi a Betlemme per partecipare alla messa di Natale con la motivazione che "l’Autorità palestinese non sta agendo per smantellare la rete terroristica palestinese ed impedire attentati contro Israele".

26 dicembre 2001

A Gerusalemme, i responsabili della scuola ‘Orof’, dove alcuni giorni fa un insegnante ha bruciato dinanzi ai suoi allievi la copia del Vangelo, spiegano che il gesto va inteso come un insegnamento ai ragazzi a respingere il proselitismo cattolico in Israele che, se rivolto ai minori, costituisce reato perseguito a norma di legge.

31 dicembre 2001

A questa data, i coloni ebrei nei Territori sono circa 208.000.

2 gennaio 2002

A Gerusalemme, il quotidiano israeliano “Maariv” pubblica la documentazione relativa al crimine commesso da Ehud Yatom, nella notte fra il 12 e il 13 aprile 1984 (vedi nota) quando, con altri agenti dello Shin Bet, uccise due ragazzi palestinesi a colpi di pietra e sbarre di ferro in testa. Il primo ministro Ariel Sharon aveva deciso di nominare Yatom capo dei consiglieri governativi per l'antiterrorismo ma l'Alta Corte ha bloccato la nomina.

11 gennaio 2002

A Gaza, l’esercito israeliano distrugge la pista dell’aeroporto internazionale che era stato costruito con i fondi dell’Unione europea ed inaugurato nel 1999.

14 gennaio 2002

Con una bomba radiocomandata, gli israeliani uccidono Mohammed al Karmi, capo delle brigate Al Aqsa.

19 gennaio 2002

A Ramallah, l’esercito israeliano distrugge, con l’esplosivo, l’edificio che ospita gli uffici della radio palestinese "La Voce della Palestina".

24 gennaio 2002

A Beirut (Libano), viene ucciso con una autobomba Elie Khobeika, ritenuto il responsabile materiale della strage di Sabra e Shatilla del 16-17 settembre 1982 (vedi nota). Con lui, muoiono 3 guardie del corpo ed una passante. Khobeika, imputato in Belgio insieme ad Ariel Sharon, all’epoca ministro della Difesa israeliano, per ‘crimini contro l’umanità’ compiuti nell’eccidio di Sabra e Shatilla, aveva dato qualche giorno prima la sua disponibilità a testimoniare sulle reali responsabilità della strage, affermando la sua innocenza. Unanime il commento di libanesi e palestinesi che individuano nell’attuale governo israeliano, e in particolare nel primo ministro Sharon, il mandante dell’omicidio, necessario per chiudere la bocca per sempre ad un complice che con le sue dichiarazioni avrebbe potuto determinare la fine politica dello stesso Sharon.

4 febbraio 2002

A Gaza, elicotteri israeliani uccidono 5 militanti palestinesi del Fronte democratico della Palestina, colpendo con missili la vettura sulla quale viaggiavano.

19 febbraio 2002
In risposta ad un audace assalto compiuto contro il posto di blocco di Ein Arik, nel quale perdono la vita 6 soldati, le forze israeliane compiono attacchi simultanei contro poliziotti palestinesi, uccidendone 15, colti di sorpresa e massacrati. Tre anni più tardi il portavoce di un'associazione di veterani ebrei, Avishai Sharon, affermerà che le vendette furono ordinate dai livelli più alti del ministero della Difesa.
24 febbraio 2002

Il governo israeliano decide di impedire al presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Yasser Arafat, di abbandonare Ramallah, la città dove vive confinato e circondato dai mezzi corazzati israeliani.

26 febbraio 2002

A Washington, il presidente americano George Bush afferma di aderire alla proposta di pace per il Medio Oriente, formulata dal principe ereditario saudita Abdullah, che ha già raccolto i consensi di Yasser Arafat e dei governi francese e giordano. La proposta prevede il riconoscimento dello stato di Israele da parte dei paesi arabi, in cambio del ritiro delle truppe israeliane sui confini precedenti la guerra del giugno 1967 e del riconoscimento dello stato di Palestina.

28 febbraio 2002

A Nablus, l’esercito israeliano scatena un attacco aero- terrestre contro due campi profughi, provocando 13 morti ed un elevato numero di feriti.

4 marzo 2002

In Palestina, l’esercito israeliano uccide 18 palestinesi e ne ferisce decine nel corso di attacchi aerei e terrestri, con l’impiego di mezzi corazzati, nei territori occupati. Un carro armato, con una cannonata, stermina l’intera famiglia di un dirigente di Hamas, moglie e 3 figli in tenera età.

11 marzo 2002

In Palestina, l’esercito israeliano uccide 23 palestinesi, ne ferisce altre decine e ne arresta almeno 600, nel corso di un’offensiva militare. Fotografata anche l’uccisione a sangue freddo da parte della polizia israeliana di un giovane palestinese fermato ad un posto di blocco e, poi, costretto a sdraiarsi per terra ed eliminato senza alcuna motivazione.

12 marzo 2002

In Palestina, l’esercito israeliano invade i territori sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese, con 20mila uomini appoggiati da mezzi corazzati ed aerei, provocando almeno 40 morti e centinaia di feriti.

13 marzo 2002

A Ramallah, con una raffica di mitragliatrice sparata da un carro armato israeliano, viene assassinato il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello. Nella zona non c’erano combattimenti in corso e la raffica è stata mirata per uccidere.

27-28 marzo 2002

A Beirut, la Lega araba approva all’unanimità il piano di pace saudita per il Medio Oriente.

29 marzo 2002

Carri armati israeliani occupano Jenin: sarà una strage.

2 aprile 2002

A Betlemme, un gruppo di oltre 200 palestinesi si rifugia nella basilica della Natività. Comincia un lungo assedio dei militari israeliani alla basilica, tenuta senza acqua, luce né cibo e 2 giovani palestinesi restano uccisi in un’incursione dei soldati, negata a dispetto dell’evidenza dall’esercito israeliano che impedisce addirittura la rimozione dei corpi. L’assedio crea un incidente diplomatico col Vaticano. "Con irritante sussiego –scrive "L’Osservatore romano"- si afferma che gli attacchi sferrati da Israele sarebbero una difesa contro il terrorismo. In realtà quello che sta avvenendo si configura come un attacco sferrato a persone, territori, luoghi: i Luoghi santi, la terra del Risorto è profanata col ferro e col fuoco e rimane quotidianamente vittima di un’aggressione che si fa sterminio".

4 aprile 2002

Il governo israeliano vieta agli inviati dell’Unione europea, il ministro degli esteri Piquet ed il responsabile della politica estera dell’Ue, Solana, di recarsi a Ramallah per incontrare Yasser Arafat.

7 aprile 2002

Secondo stime ufficiose, sarebbero oltre 200 i palestinesi uccisi dall’inizio dell’ultima aggressione militare israeliana, 1.500 i feriti, oltre 1.400 gli arrestati. Risultano, viceversa, morti in combattimento solo 13 soldati israeliani e 143 feriti.

12 aprile 2002

Nella sola Jenin, i militari israeliani hanno massacrato, fino ad oggi, centinaia di palestinesi, molti dei quali donne e bambini. Un portavoce del governo israeliano ammette la cifra di 250 morti, riconoscendo così, sia pure parzialmente, l’eccidio compiuto dalle sue truppe; ma il numero degli uccisi ammessi viene ridotto o confuso in successive dichiarazioni, mentre i camion dell’esercito faranno sparire un numero imprecisato di corpi.

12 aprile 2002

A Ginevra, il direttore generale del Comitato internazionale della Croce rossa, Paul Grossrieder, nel corso di una conferenza stampa accusa i militari israeliani di violare sistematicamente i diritti umani in Palestina. Grossrieder parla di perquisizioni alle autoambulanze, con il personale infermieristico obbligato a sdraiarsi e a restare in questa posizione per ore nel fango; di spari contro i conducenti delle autoambulanze; di mezzi della Croce rossa volontariamente danneggiati dai carri armati e dai blindati israeliani e, infine, denuncia: "Molti dei palestinesi arrestati, una volta interrogati, vengono rilasciati. Il problema tuttavia è ciò che avviene di notte, quando vige il coprifuoco, quando cioè le pattuglie dell’esercito sparano a vista su tutto quello che si muove". Un giornalista dell’agenzia "Reuter" descrive così quanto ha visto a Jenin: "Cadaveri abbandonati a decomporsi ovunque fra le case distrutte dai carri armati e dai razzi degli elicotteri".

16 aprile 2002

A Ramallah, nel corso dei quotidiani rastrellamenti, l’esercito israeliano cattura fra gli altri, Marwan Barghouti, leader del Tanzim, l’organizzazione armata di Al Fatah.

18 aprile 2002

Peter Hansen, responsabile dell’Unrwa (l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi) che ha potuto entrare nel campo profughi di Jenin, afferma: "Ho evitato finora di parlare di massacro ma oramai ho visto con i miei occhi e non è possibile usare un altro termine. Ho visto gente sconvolta, che ha avuto la casa distrutta, ho visto famiglie strappare i propri morti dalle macerie, pezzo a pezzo…". Il coordinatore dell’Onu per il Medio Oriente, Terje Rod Larsen, dal canto suo afferma di aver provato, entrando nel campo profughi "un orrore che supera ogni comprensione" e definisce l’attacco israeliano "moralmente ripugnante, una pagina vergognosa per la storia di Israele".

20 aprile 2002

Dopo il rientro a Washington dell’inviato Colin Powell, gli Usa bloccano sul nascere la disposizione dell’Onu di inviare forze di interposizione in grado di difendere la popolazione palestinese dall’esercito israeliano. Dopo aver minacciato il veto anche sul varo di un’inchiesta sul massacro di Jenin, peraltro poi consentono la costituzione di una ‘commissione di accertamento dei fatti’, secondo la formula studiata dal Consiglio di sicurezza. Ma di quest’ultima il governo Sharon- Peres pretende di decidere la composizione, negando che possano farne parte il responsabile dell’Unrwa, Peter Hansen, il coordinatore dell’Onu per il Medio Oriente, Terje Rod Larsen, e la responsabile della Commissione per i diritti dell’uomo, Mary Robertson.

22 aprile 2002

Il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, nomina la ‘commissione di indagine’ sui fatti di Jenin, escludendone le persone più invise ad Israele. Intanto, nonostante l’annunciato ritiro dei carri armati dai Territori, l’esercito israeliano continua ad assediare la sede dell’Olp a Ramallah e continua la politica degli omicidi mirati, uccidendo fra gli altri un esponente delle brigate Al Aqsa che transitava in macchina nei pressi di Hebron.

29 aprile 2002

A Hebron, i militari israeliani uccidono 9 palestinesi nel corso di un attacco agli uffici della polizia palestinese.

3 maggio 2002

A New York, il segretario generale dell’Onu rinuncia ufficialmente all’invio di una commissione d’inchiesta a Jenin, mentre parte una campagna mediatica internazionale finalizzata a ‘provare’ che nel campo profughi non c’è stato alcun massacro ma ‘solo’ 52 morti come sostiene ora l’esercito israeliano.

7-8 maggio 2002
A Tel Aviv, un attentato contro una sala da ballo provoca la morte di 16 persone e il ferimento di altre 60. Autore un militante palestinese suicida. Il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, conclude in anticipo la sua visita negli Stati uniti. Il giorno seguente, a Rishon Letzion, un attentato suicida provoca 15 morti e 60 feriti.
9 maggio 2002

A Betlemme, si conclude l’assedio israeliano alla basilica della Natività, dopo che l’Unione europea ha stabilito che i 13 palestinesi destinati per imposizione di Israele ad essere esiliati, saranno ospitati in vari paesi europei, fra i quali la Spagna, la Grecia, l’Austria, l’Italia. I palestinesi abbandonano la basilica della Natività e 13 di loro, scelti dal governo israeliano che li ritiene ‘terroristi’, sono trasportati a Cipro con un aereo militare; negandosi ai familiari che li attendevano fuori dalla basilica persino la possibilità di abbracciarli.

12 maggio 2002

A Betlemme, padre Michele Piccirillo, responsabile del Centro di studi biblici di Gerusalemme e di quello di documentazione storica e archeologica di Betlemme, accusa i soldati israeliani di aver devastato la sede del centro: "Hanno spaccato le sedie, sfregiato i muri, usato persino un quadro di Cristo come passerella nei gabinetti".

14 maggio 2002

A Hebron, due alti ufficiali palestinesi sono uccisi a sangue freddo, alle 04.00 del mattino mentre dormono, da militari israeliani penetrati nelle loro abitazioni. Secondo gli israeliani si trattava di ‘terroristi’.

20 maggio 2002

A Beirut, con una bomba nella sua vettura viene ucciso Jihad Jibril, capo militare del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Unanime il convincimento che gli autori dell’assassinio siano da individuare nel governo israeliano e nei suoi servizi segreti.

22 maggio 2002

A Tel Aviv, un nuovo attentato suicida provoca 3 morti e 30 feriti, dopo che a Nablus la cannonata di un carro armato israeliano aveva ucciso 4 palestinesi, fra i quali un dirigente delle brigate Martiri Al Aqsa.

5 giugno 2002

A Megiddo (Israele), un combattente islamico compie un attentato suicida contro un autobus carico di soldati israeliani, provocando 17 morti e 40 feriti. L’attacco si verifica nell’anniversario dell’inizio della guerra dei sei giorni (5 giugno 1967). Per rappresaglia, almeno 50 carri armati israeliani sono penetrati a Ramallah e Jenin scatenando una caccia all’uomo.

16 giugno 2002

Israele inizia la costruzione del Muro che dovrà separare il suo territorio da quello della Cisgiordania con il pretesto della sicurezza.

18-19 giugno 2002

A Gerusalemme, in un attentato suicida contro un autobus, perdono la vita 19 persone e altre 50 rimangono ferite. Il giorno seguente, un attentato suicida provoca la morte di 7 persone ed il ferimento di altre 40. Mentre il governo di Sharon predispone l’ennesima feroce rappresaglia sulla popolazione civile palestinese, l’israeliano pacifista Abraham B. Yehoshua, nel corso di un convegno a Tel Aviv, afferma: "I palestinesi non sono il primo popolo che gli ebrei hanno fatto impazzire, abbiamo visto cosa è successo con i tedeschi".

19 giugno 2002

In Vaticano, Giovanni Paolo II esprime la sua "più assoluta riprovazione" per gli attentati suicidi commessi dai giovanissimi combattenti islamici contro Israele, e aggiunge che i responsabili dovranno "risponderne davanti a Dio". Nessun commento sulle stragi commesse dagli israeliani con i caccia, gli elicotteri e i carri armati.

21 giugno 2002

A Gerusalemme, il governo Sharon ordina la rioccupazione militare dei Territori palestinesi a tempo indeterminato, vanificando definitivamente gli accordi di Oslo con la sostituzione di fatto dell’amministrazione civile palestinese con quella israeliana. A Jenin, intanto, i mezzi corazzati aprono il fuoco sulla folla intenta a fare acquisti nella piazza del mercato provocando l’ennesima strage.

29 giugno 2002

A Hebron, i genieri israeliani fanno saltare con almeno due tonnellate di esplosivo l’edificio che ospitava gli uffici dell’Autorità nazionale palestinese. Nulla si sa ufficialmente dei 15 militanti palestinesi che si trovavano nell’edificio, letteralmente polverizzato dall’esplosione.

30 giugno 2002

A Nablus, reparti speciali israeliani uccidono il dirigente di Hamas Muhamad Al-Taher.

4 luglio 2002

A Gaza, ennesimo omicidio compiuto dai servizi segreti israeliani. A morire in questa occasione, nell’esplosione della loro macchina, sono il dirigente di Al Fatah Jihad al-Omarayn e suo nipote Wail al-Namara.

22 luglio 2002

A Gaza, un caccia F-16 israeliano lancia un missile contro l’abitazione di Salah Mustafa Mohammad Shehad, ritenuto il capo militare di Hamas, ubicata in un agglomerato urbano popolare, provocando una strage di civili (15 morti, fra i quali 9 bambini, e 150 feriti). Fra i morti anche l’esponente di Hamas, ucciso con un attacco deliberatamente stragista.

1 agosto 2002

A New York, il segretario generale dell’Onu rende pubblico il rapporto sul massacro di Jenin perpetrato dagli israeliani fra il 29 marzo e il 21 aprile 2002. Il rapporto si basa sulle ‘prove emerse’, cioè su quelle fornite dagli israeliani che vietarono alla commissione d’inchiesta dell’Onu di recarsi sul posto. Naturale, quindi, che il numero dei morti palestinesi sia fatto scendere a 52, di cui metà civili.

6 agosto 2002

A New York, l’assemblea generale dell’Onu approva con 114 voti a favore, 11 astenuti e 4 contrari (Stati uniti, Israele, Isole Marshall, Micronesia) una risoluzione che impone ad Israele di ritirare le proprie truppe dai Territori occupati ed esprime preoccupazione per la situazione umanitaria in cui versa la popolazione palestinese.

14 agosto 2002

A Tel Aviv, alla prima udienza del processo a suo carico, Marwan Barghouti, denuncia l’inumano trattamento al quale è stato sottoposto dagli israeliani nei 120 giorni della sua detenzione e afferma che pace potrà esserci solo quando ci sarà uno Stato palestinese riconosciuto e internazionalmente garantito.

19 agosto 2002

A Baghdad, è trovato morto con ferite di colpi da arma da fuoco Sabri al-Bana, noto come Abu Nidal, già collaboratore di Yasser Arafat fino al 1974 e ritenuto uno dei più determinati dirigenti della guerriglia palestinese.

20 agosto 2002

A Ramallah, una unità speciale dell’esercito israeliano uccide, nella sua abitazione, Mahmud Saadat, fratello del leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

29-31 agosto 2002

A Gaza, dopo aver massacrato un’intera famiglia bombardandone l’abitazione, l’esercito israeliano uccide due bambini di 12 e 14 anni nel corso di una manifestazioni di protesta. Due giorni dopo, l’ennesima strage di bambini palestinesi è perpetrata dai militari israeliani che sparano missili da elicotteri Apache per uccidere un capo locale di un gruppo armato palestinese a Tubas: 4 i bambini morti, due di 15 anni, uno di 10 e l’altro di 9. In tutto il mese di agosto, sono 54 i palestinesi uccisi in operazioni "mirate" dagli israeliani e 180 quelli feriti.

1 settembre 2002

A Hebron, i militari israeliani uccidono 4 operai palestinesi che rientravano nelle loro abitazioni, provvisti solo dei loro attrezzi di lavoro.

30 settembre 2002

A Nablus (Cisgiordania), mezzi corazzati israeliani aprono il fuoco su una folla di bambini ed adolescenti che manifestano contro la repressione attuata dagli israeliani, uccidendo due bambini di 10 anni e ferendone diverse decine.

7 ottobre 2002

A Khan Yunis, nella striscia di Gaza, l’esercito israeliano irrompe in un campo profughi palestinese aprendo indiscriminatamente il fuoco. Muoiono 14 civili ed oltre rimangono feriti. La giustificazione di Sharon è la solita: "Cercavamo terroristi".

1 dicembre 2002

A Gerusalemme, il primo ministro israeliano Ariel Sharon e il ministro degli Esteri Benjamin Netanyahu smentiscono le dichiarazioni fatte dall’ambasciatore israeliano all’Onu, Yehuda Lancry, secondo il quale Israele intende convivere con uno Stato autonomo palestinese: "Due Stati- ha detto l’ambasciatore- che vivono a fianco in pace e in sicurezza". Ora la smentita e la decisione di aprire un’inchiesta.

26 dicembre 2002

A Betlemme, l’esercito israeliano rioccupa la città provocando gravissimi scontri con la popolazione. In totale i palestinesi uccisi dagli israeliani sono 10 e 16 sono gli arrestati con generiche motivazioni.

31 dicembre 2002

Ammontano a 2.810 morti, in grande maggioranza palestinesi, le vittime del conflitto iniziato nel settembre 2000 per le provocazioni di Ariel Sharon. I coloni israeliani nei Territori, a questa data, sono circa 220.100.

5 gennaio 2003

A Tel Aviv, due militanti palestinesi compiono un attentato suicida che provoca 23 morti e più di 100 feriti. Il governo Sharon annuncia che darà seguito a una durissima rappresaglia contro la popolazione palestinese, puntualmente eseguita.

26 gennaio 2003

In Palestina, nella imminenza delle elezioni politiche israeliane, l’esercito lancia un’offensiva contro la popolazione civile palestinese uccidendo 14 persone, fra le quali un bambino di 7 anni, e ferendone più di 60.

28 gennaio 2003

A Gerusalemme, vince le elezioni politiche il Likud, la formazione di estrema destra guidata da Ariel Sharon, mentre i laburisti - che avevano impostato la campagna elettorale sulla necessità di riprendere il dialogo con i palestinesi- registrano una secca sconfitta. L’Autorità palestinese lancia subito un accorato appello alla "comunità internazionale" chiedendo l’invio immediato di osservatori nei Territori, per evitare altri massacri. Ma nessuno interviene e le azioni omicide dello stato ebraico si susseguono puntualmente, insieme alla demolizione di abitazioni e all’ordine di chiusura totale dei Territori che comporta la inibizione anche formale, sia all’interno di essi che verso Israele, di circolazione per i palestinesi.

21 febbraio 2003

Commentando le incursioni e gli eccidi compiuti dagli israeliani nei Territori Amr Moussa, segretario della Lega araba, afferma: "Israele può commettere atti violenti nella più assoluta impunità, cosa che nessun altro al mondo può fare, può ignorare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, dispone di ingenti quantità di armi di distruzione di massa. Tutta la popolazione araba è pesantemente oltraggiata da quanto accade ogni giorno nei Territori".

8 marzo 2003

Yasser Arafat approva la controversa nomina a primo ministro di Abu Mazen, gradito agli israeliani, ed invita i palestinesi a cessare gli attacchi contro gli israeliani per spezzare –afferma il leader palestinese- la spirale di violenza.

24-25 marzo 2003

A Jenin, nel corso di una delle tante incursioni israeliane, sono uccisi 3 bambini palestinesi. Due militanti di Hamas ed un’altra bambina vengono ammazzati a Betlemme.

29 marzo 2003

"The Independent" scrive che esperti statunitensi stanno studiando "le tecniche israeliane di combattimento urbano" per prepararsi ad analogo ‘lavoro’ in Iraq. Fra gli oggetti di ‘studio’ vi è il massacro di Jenin, perpetrato dagli israeliani fra il 29 marzo e il 21 aprile 2002.

6 aprile 2003

A Tel Aviv, riprende il processo contro il leader palestinese di Al Fatah, Marwan Barghuti, arrestato l’anno scorso con l’accusa di ‘terrorismo’. "Questo non è un processo ma una vergogna, questa non è una Corte –afferma l’esponente palestinese- rappresenta solo gli occupatori ed io non parteciperò a questa farsa. L’unica corte che io sono disposto a riconoscere è una corte internazionale che giudichi i crimini di guerra da voi perpetrati". In queste stesse ore, nella striscia di Gaza, le forze israeliane assaltano il villaggio di Al Mugasi e deportano la popolazione maschile.

aprile 2003

A proposito della Road map (l’ultimo piano di pace, gradito all’amministrazione americana che prevede, in cambio della cessazione della resistenza palestinese e della rinuncia a rivendicare come diritto il ritorno degli esuli, riconoscimenti territoriali che sfocerebbero nella creazione di uno Stato palestinese entro il 2005), Farouk Kaddoumi ricorda che solo i palestinesi, e non Israele, hanno dato la propria disponibilità al dialogo, che manca un intermediario imparziale ed aggiunge : "Ci si deve domandare come si può chiedere ad un popolo, il cui diritto all’autodeterminazione viene negato, di partecipare alla realizzazione di questo piano. Il diritto a tornare nel proprio paese poi- aggiunge il ministro degli Esteri palestinese- nella propria casa e nei propri beni è inalienabile" citando in proposito le numerose dichiarazioni dei diritti che lo contemplano e gli stessi accordi di Oslo, disattesi da Israele anche su questo punto.

29 maggio 2003

Anche nel giorno fissato per un incontro fra Ariel Sharon ed Abu Mazen, gli israeliani compiono raid a Nablus e Tulkarem, compiendo arresti ed uccidendo 2 palestinesi.

1-7 giugno 2003

Si svolge il doppio vertice ad Aqaba e Sharm el Sheick, che discute il processo di pace basato sulla Road map. Nel frattempo, continuano le incursioni nei Territori. Israele, pur costretta a rilasciare 91 palestinesi, ne arresta 12 e ne ferisce diverse decine durante le incursioni, fa blindare Jenin, Balata e Nablus. Un’altra bambina viene uccisa. I dirigenti di Hamas, Jihad islamica e Fplp non condividono le conclusioni del vertice, che richiedono sacrifici ai soli palestinesi, e il dirigente di Hamas Abdelaziz Rantisi censura duramente il primo ministro palestinese, Abu Mazen, che in un discorso ha affermato la propria comprensione per le "sofferenze degli israeliani" in conseguenza degli attacchi della resistenza palestinese, senza parlare degli eccidi commessi dagli occupanti.

12 giugno 2003

Kofi Annan afferma che, essendo israeliani e palestinesi incapaci di dialogo, occorre "una forza di pace armata con funzioni di interposizione". La reazione di Israele, contraria a qualunque controllo sulle proprie azioni, zittisce il segretario delle Nazioni unite.

30 giugno 2003

Al Cairo, è infine siglata una fragile tregua estiva. In cambio della rinuncia palestinese a compiere attentati, Israele libera un gruppo di prigionieri e promette il ritiro da una piccola zona, nel nord di Gaza.

Luglio 2003
Mohammed Dahlan scrive una lettera al ministro della Difesa israeliano Saul Mofaz per informarlo, in modo servile, dei progressi nel disegno di rovesciare Arafat e la leadership palestinese per sostituirla con una collaborazionista, dei “tentativi di polarizzare le opinioni dei membri del consiglio tramite intimidazioni e tentazioni così che essi siano al nostro fianco e non al suo”   dicendosi “certo che i giorni di Yasser Arafat sono contati” benché chieda “permetteteci di finirlo alla nostra maniera e non alla vostra”.
5 agosto 2003

Abdelaziz Rantisi, dirigente di Hamas, dichiara ad ‘Arab monitor' che la proposta, gradita agli americani, di amnistia generale per i prigionieri politici in cambio della rinuncia alla resistenza, “è un'offerta sfrontata” che sarebbe rifiutata dagli stessi prigionieri. “Il nostro paese è stato rubato – aggiunge il leader di Hamas - e noi combattiamo per liberarlo”.

6 settembre 2003

Nei Territori palestinesi, lo sceicco Yassin, leader spirituale di Hamas, gravemente infermo, è fatto oggetto di un attentato israeliano.

7 settembre 2003

Il presidente dell’Autorità palestinese Yasser Arafat designa, come successore del dimissionario Abu Mazen, Suleiman Ahmed Qurai (Abu Ala), che fu tra gli artefici degli accordi di Oslo e mediatore fra le componenti palestinesi.

9 settembre 2003

Dopo due attentati suicidi, compiuti a Tel Aviv e a Gerusalemme e rivendicati dalle brigate Ezzedine al Qassam, il nuovo leader Abu Ala dichiara di condannare tutti gli attacchi ai civili, sia israeliani che palestinesi ed aggiunge: "Lavorerò per la pace ma non accetterò i diktat israeliani su cosa devo fare o non fare".

11 settembre 2003

A Ramallah, le forze israeliane requisiscono il palazzo che ospita il quartier generale di Yasser Arafat. Il consiglio di sicurezza israeliano ha deciso che il leader palestinese è "un ostacolo assoluto sulla strada della pace ed occorre rimuoverlo", ed altresì che si procederà alla "eliminazione delle organizzazioni terroristiche /cioè le componenti della Resistenza Nda/ adottando tutte le misure appropriate contro i loro leader, comandanti e membri, finché la loro attività criminale non sarà fermata". Migliaia di palestinesi si riversano sulle strade manifestando la loro solidarietà al leader dell’Anp. Contrarietà alla deportazione di Arafat sono espresse dall’Europa, particolarmente dalla Francia, e dagli stessi Usa, per motivi di opportunità. Così si esprime Colin Powell: "La espulsione servirebbe solo a dare ad Arafat un palcoscenico più grande e mondiale per operare da fuori della regione". Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Yedioth Ahronot, il 37% degli ebrei israeliani è invece favorevole alla uccisione di Yasser Arafat, il 23% opta per la sua espulsione, il 21% perché resti relegato a Ramallah.

19 settembre 2003

Dopo il veto statunitense alla proposta di risoluzione del Consiglio di sicurezza che invita Israele a non deportare Yasser Arafat, l’assemblea delle Nazioni unite vota una mozione che chiede la revoca della decisione di espulsione e deplora sia la politica israeliana di omicidi mirati sia gli attentati suicidi palestinesi, con 133 voti a favore, 4 contrari e 15 astenuti.

25 settembre 2003

A Gaza, uno dei tanti raid israeliani uccide 7 palestinesi nel campo profughi di El Bureij, fra i quali una bimba.

28 settembre 2003

Nel terzo anniversario dell’Intifada, Israele dà il via alla seconda fase della costruzione del Muro che chiude i Territori con la motivazione ufficiale della sicurezza e l’intento reale di sancire la modificazione dei confini. Si svolgono nella giornata di oggi anche manifestazioni palestinesi. Hamas dichiara che la resistenza continua ed invita l’Autorità palestinese a non cedere alle pressioni israelo- americane.

4 ottobre 2003

Ad Haifa, come ritorsione ai raid israeliani –l’ultimo del quali ha ucciso una bimba di 9 anni nel campo profughi di Tulkarem- un attentato suicida, compiuto da una donna, provoca 19 morti israeliani e decine di feriti. La rappresaglia israeliana è furiosa e si abbatte anche sul campo profughi di el Zahab in Siria, bombardato con F16.

15 ottobre 2003

Nella striscia di Gaza, un ordigno dinamitardo esplode al passaggio di un convoglio americano, provocando la morte di 3 agenti. L’Autorità palestinese fa arrestare 8 persone.

20 ottobre 2003

Quattro raid israeliani, di cui 3 su Gaza, uccidono 8 palestinesi, fra i quali due militanti di Hamas. I raid omicidi degli occupanti continuano, implacabili, nei giorni seguenti.

22 ottobre 2003

L’assemblea generale dell’Onu vota con 144 voti favorevoli e 4 contrari – fra i quali Usa ed Israele- la condanna per la costruzione del Muro. Il governo Sharon, forte dell’appoggio americano, dichiara che essa continuerà. In queste stesse ore, sono uccisi 3 palestinesi.

ottobre 2003

Verso la fine del mese, la divulgazione di un sondaggio promosso dall’Unione europea e condotto da Gallup Europe fra l’8 e il 16 ottobre svela fra l’altro che Israele è in testa ai paesi giudicati dagli europei un pericolo per la pace. Le reazioni israeliane sono furibonde e martellanti nei confronti dei vertici europei, per i quali il centro Wiesenthal chiede la "esclusione dal processo di pace in Medio Oriente"; sì da indurre il presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ad esplicitare "preoccupazione" per la "sopravvivenza di un pregiudizio che deve essere condannato senza esitazione", nella consueta simulazione che la condanna della politica coloniale dello Stato ebraico sia espressione di ‘antisemitismo’.

7-8 novembre 2003

Altre giornate di sangue palestinese. A Nablus e Jenin, vengono uccisi due militanti delle brigate Martiri di al Aqsa, altri due palestinesi sono assassinati presso il confine , fra essi un ragazzino di 11 anni, due altri ancora nel campo profughi di al Maghazi. Il giorno seguente, 4 palestinesi muoiono colpiti dal fuoco israeliano, mentre continuano le demolizioni, finalizzate a scacciare i palestinesi dalla loro terra.

19 novembre 2003

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite approva il progetto di Road map invitando le due parti in conflitto ad adempiere ai propri obblighi e ricercare il dialogo, in collaborazione con il Quartetto (Unione europea, Usa, Russia e le stesse Nazioni unite).

21 novembre 2003

Mentre nei Territori continuano i raid e le demolizioni di case (a Jenin oggi i soldati uccidono un bambino di 10 anni), caccia israeliani sorvolano provocatoriamente il Libano nell’anniversario dell’indipendenza del paese.

1 dicembre 2003

A Ginevra è siglato un simbolico accordo, ampiamente pubblicizzato, fra un gruppo palestinese, guidato da Yasser Abed Rabbo, ed alcuni pacifisti israeliani guidati da Yossi Beilin. L'accordo virtuale prevede la creazione di uno Stato palestinese indipendente sui territori occupati da Israele dal 1967, con l'esclusione delle “zone densamente popolate” da coloni ebrei (larga parte della Cisgiordania), la spartizione di Gerusalemme in due parti, entrambe capitali dei rispettivi Stati, la monetizzazione della rinuncia al ritorno dei profughi palestinesi. Il progetto viene scartato sia dal governo israeliano sia dalle componenti maggioritarie della resistenza palestinese, Hamas e Jihad, che lo giudicano rinunciatario al pari della Road map. Non si arresta intanto l'aggressione israeliana che uccide in queste ore un bambino di 9 anni ed altri 3 palestinesi, ed arresta diverse persone fra le quali il capo religioso Fadel Saleh.

 

8 dicembre 2003

L’Assemblea delle Nazioni unite ribadisce a maggioranza la condanna per la costruzione del Muro che chiude i territori palestinesi e si pronuncia per il deferimento di Israele alla Corte dell’Aja per la violazione delle risoluzioni internazionali. Per tutta risposta il governo israeliano divulga, in questi stessi giorni, il c.d. ‘piano Sharon’ che prevede lo smantellamento di alcuni insediamenti colonici e la progressiva restituzione ai palestinesi di parte dei territori occupati che potrebbe giungere al 30-40% circa, in via unilaterale e senza negoziazione. Altri esponenti ebraici, l’ex premier Netanyahu ed Ehud Olmert, in due separate interviste, si dicono preoccupati della crescita demografica degli arabi israeliani che minaccerebbe il ‘carattere ebraico’ di Israele.

11 dicembre 2003

Soldati israeliani uccidono, nel martoriato campo profughi di Ramah, 6 palestinesi e riducono in fin di vita un bimbo; anche un infermiere viene ucciso, mentre cercava di soccorrere un ferito. Le brigate Al Aqsa, dal canto loro, feriscono un gruppo di ebrei di una setta mistica in preghiera presso la tomba di Giuseppe, a Nablus. L’attentato è seguito da una dura rappresaglia che si estende a Jenin. Uccisioni e raid israeliani si susseguono nei giorni seguenti, mietendo vittime palestinesi fra cui un bimbo di 5 anni.

23 dicembre 2003

Nella striscia di Gaza, un attacco della resistenza uccide due ufficiali israeliani. La rappresaglia è furiosa, con 8 morti e decine di palestinesi feriti a Rafah, persone scacciate dalle proprie case; l’attacco si allarga al campo profughi di Tulkarem. L’aggressione continua senza soste fino a fine anno: in scontri presso Nablus resteranno uccisi 3 palestinesi, altri 11 feriti dal lancio di missili da un elicottero a Gaza.

31 dicembre 2003

A questa data, il numero dei palestinesi che vivono nei Territori è di 3.700.000, dei quali 1.400.000 a Gaza e 2.300.000 in Cisgiordania. Un altro milione vive in Israele.

4 gennaio 2004

Il primo ministro palestinese Qurei lancia un accorato appello: "Quando i palestinesi compiono un’operazione contro Israele il mondo intero li condanna, ma quando gli israeliani ci attaccano il mondo tace". In una giornata, sono stati uccisi 4 palestinesi a Nablus e diversi edifici della città assediata sono stati rasi al suolo.

14 gennaio 2004

Ad Erez, una giovane palestinese si fa esplodere, provocando la morte di 4 soldati ed il ferimento di altri israeliani. L’attentato è rivendicato sia dalle brigate Martiri di Al Aqsa che da Hamas.

28-29 gennaio 2004

A Gaza, l’ennesima strage israeliana miete 13 vittime palestinesi, fra le quali un bambino. Pochi giorni orsono, è toccato ad un altro bambino di 12 anni e a una donna. Il giorno seguente, a Gerusalemme, un attentato suicida rivendicato dalle brigate Al Aqsa uccide 10 persone.

29 gennaio 2004

Nella capitale libanese, si è concluso lo scambio dei prigionieri, trattato tramite intermediari, fra Israele e l’Hezbollah. Sono stati liberati 429 prigionieri arabi di diverse nazionalità, diversi dei quali a fine pena, mentre la milizia libanese ha restituito allo Stato ebraico alcune salme ed un potente uomo d’affari in odore di servizi, Elhanan Tennenbaum.

31 gennaio 2004

Il responsabile dell’agenzia dell’Onu per l’assistenza ai profughi, Peter Hansen, rende noto che in un solo mese a Rafah sono state demolite 72 abitazioni, con oltre 500 nuovi senzatetto.

2 febbraio 2004

In una lettera alla Corte de l’Aja, l’Unione europea afferma che una condanna di Israele sul Muro "non aiuterebbe le parti a riprendere il dialogo" e sarebbe pertanto "inopportuna".

6 febbraio 2004

Il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, a proposito del ritiro unilaterale da Gaza, precedentemente annunciato in termini generici, precisa che 7.500 coloni stanziati a Gaza saranno trasferiti: ma non in Israele, bensì in altre zone dei Territori e prevalentemente in Cisgiordania. Sharon ha inoltre annunciato che amplierà gli insediamenti colonici nel Golan siriano, dove già risiedono stabilmente circa 15.000 ebrei.

7 febbraio 2004

Con un razzo sparato da un aereo israeliano, è assassinato Aziz Shami, esponente del Jihad. Lo ‘omicidio mirato’ uccide anche un bimbo di 11 anni, altri 10 civili restano uccisi. Poche ore prima altri palestinesi sono stati uccisi a Gaza, ed arrestati 30 militanti di Hamas e Jihad. Nei giorni seguenti, gli israeliani compiono diverse altre azioni omicide che saranno vendicate, il 22 febbraio, da un attentato suicida a Gensal, rivendicato dalle brigate Al Aqsa.

5 marzo 2004

L’Unione europea stanzia un milione di euro come aiuto alla ricostruzione di Gaza. Israele ha cercato negli scorsi mesi di bloccare gli aiuti europei ed Onu ai palestinesi, affermando che l’Anp li avrebbe usati, nel passato, per "finanziare il terrorismo"; lo Stato ebraico è stato peraltro smentito dall’ufficio antifrode della Ue. Il governo Sharon ha anche ordinato il sequestro di denaro palestinese presso gli sportelli bancari di Ramallah ed altre località suscitando una dura protesta - oltre che naturalmente dei palestinesi - delle autorità giordane.

8 marzo 2004

Muore, in un carcere iracheno gestito dagli americani, Abu Abbas (noto in Italia particolarmente per il sequestro della motonave Achille Lauro), ufficialmente per ‘cause naturali’ che pochi invero sono disposti a credere, data la certezza delle torture perpetrate dagli americani nelle carceri. Abbas era stato arrestato a Baghdad il 15 aprile 2003. La sua memoria è celebrata in Palestina con gli onori dovuti – sono le parole di Yasser Arafat- a un "combattente straordinario, un martire che ha dedicato la vita al suo popolo". La salma sarà ospitata nel cimitero di Yarmouk, in Siria, avendo Israele vietato la sepoltura a Ramallah.

14 marzo 2004

Come risposta all’ennesimo eccidio israeliano (5 palestinesi uccisi a Jenin, 40 uccisi nelle ultime due settimane), Hamas e le brigate Al Aqsa mettono a segno un attentato nel porto di Ashod, che provoca 12 morti. La rappresaglia israeliana segue durissima, con altri uccisi e feriti: il 20 a morire saranno un ragazzo e una bimba di 7 anni, 6 altri palestinesi a Gaza il giorno successivo, ed altri ancora.

22 marzo 2004

Per ordine del governo israeliano, viene assassinato con 3 missili sparati da elicotteri il leader spirituale di Hamas, Ahmed Yassin, mentre il religioso- anziano ed infermo- si stava recando in preghiera nella moschea di Sabra, e con lui sono uccisi, letteralmente fatti a pezzi, altri 7 palestinesi. Centinaia di migliaia di persone si riversano per le strade, a portare omaggio al capo spirituale più amato e gridare dolore e vendetta. Il pellegrinaggio e imponenti manifestazioni continueranno nei giorni seguenti.

24 marzo 2004

Nonostante la dichiarata intenzione del governo israeliano di proseguire nella eliminazione fisica del vertice di Hamas, l’organizzazione designa pubblicamente il successore di Yassin, Abdelaziz Rantisi, che dichiara di non temere Israele e di essere pronto a morire per il suo popolo.

30 marzo 2004

Il responsabile dell’agenzia Onu per l’assistenza ai profughi, Peter Hansen, annuncia che dovrà interrompere la distribuzione alimentare nei Territori, causa i continui divieti e gli ostacoli posti dalle truppe israeliane ai convogli umanitari. Hansen conferma che la malnutrizione riguarda almeno un quarto della popolazione palestinese.

2 aprile 2004

La polizia israeliana occupa la Spianata delle moschee e provoca i mussulmani presenti che rispondono con una sassaiola. La polizia spara ferendo almeno 20 persone- 2 sono gli uccisi presso la moschea di Al Aqsa- ed opera 15 arresti. Sharon torna a minacciare il presidente dell’Anp, Yasser Arafat.

10-12 aprile 2004

Ancora una piccola vittima a Gaza, una bimba palestinese uccisa da una pallottola israeliana mentre si trovava nella sua abitazione. Sempre a Gaza, altri 3 ragazzini sono uccisi dagli occupanti due giorni dopo. In questi stessi giorni, è divulgato il risultato di un sondaggio commissionato ad un centro studi operante presso l’università di Tel Aviv, secondo il quale il 74% degli ebrei israeliani approvano la politica degli "omicidi mirati", giustificandola con "motivi di sicurezza" e la ritengono conforme altresì alle norme della loro religione.

13 aprile 2004

I responsabili dei beni culturali degli stati arabi denunciano la distruzione, da parte di Israele, dei monumenti palestinesi e particolarmente del centro storico di Nablus, che conteneva prima dell’aggressione importanti opere dell’arte islamica e bizantina; e la drammatica situazione delle scuole palestinesi, gran parte delle quali chiuse dagli occupanti o soggette ad incursioni e vessazioni di ogni genere, così da togliere ai bambini palestinesi anche il diritto all’istruzione.

14 aprile 2004

Il presidente americano George Bush, in una conferenza stampa congiunta con Ariel Sharon, in visita negli Stati uniti, dichiara che "alla luce della nuova realtà sul campo, compresa l’esistenza di grossi centri popolati da ebrei, è irrealistico attendersi che la conclusione di un processo negoziale possa consentire il ritorno totale alla linea di armistizio del 1949". Alla vigilia della sua partenza per Washington, Sharon aveva dichiarato: "Per certo, Israele non tornerà mai ai confini del 1967".

17 aprile 2004

A Gaza, 2 missili lanciati da un elicottero israeliano uccidono il leader di Hamas, Abdelaziz Rantisi. Mentre la folla si riversa sulle strade per gridare la sua indignazione, il primo ministro israeliano Ariel Sharon, di ritorno da Washington, esprime compiacimento per la riuscita dell’azione omicida e dichiara di avere messo bene in chiaro, nel suo incontro con Bush, di ritenersi libero riguardo all’incolumità dello stesso presidente palestinese, Yasser Arafat.

19 aprile 2004

Osama Hamdan, portavoce di Hamas, si dice certo che Sharon abbia illustrato i suoi piani a Bush e questi abbia "dato luce verde" all’assassinio di Abdelaziz Rantisi. Hamdan, nella sua intervista ad 'Arabmonitor', chiede all’Autorità palestinese di dichiarare apertamente "che è stata assassinata la questione palestinese, col sostegno americano ai piani di Sharon" – e quindi ogni possibilità di negoziato- e di affermare per contro altrettanto "chiaramente che il dialogo palestinese va continuato e rafforzato". Ai paesi arabi "chiediamo che difendano i palestinesi, che difendano la nostra resistenza…Che elaborino una nuova strategia per combattere contro Israele" . Arabmonitor riporta le conformi dichiarazioni di altri leader di Hamas e dell’imam Mohammed Tantani, grande autorità religiosa sunnita, il quale rivolge analoga invocazione ai leader arabi affermando che "Hamas e le altre organizzazioni palestinesi contro l’esercito israeliano non compiono terrorismo ma legittima difesa della patria…L’essere umano ha il dovere morale di resistere all’aggressione".

20-23 aprile 2004

Ventitrè palestinesi sono stati uccisi in soli 3 giorni dalle truppe occupanti. Fra essi, due bambine di 4 e 7 anni e 3 membri di Al Fatah.

27 aprile 2004

Soldati israeliani uccidono a Ramallah due esponenti delle brigate Ezzedine al Qassam, associate ad Hamas. Ieri nella stessa cittadina è toccato ancora ad una bimba.

10 maggio 2004

I ministri degli Esteri della Lega araba inviano un messaggio al presidente americano per invitarlo a rispettare le risoluzioni dell’Onu e l’impegno alla creazione di uno Stato palestinese indipendente entro il 2005, previsto dalla Road map. Ma George Bush replica: "Penso che il calendario del 2005 non sia più realistico".

11 maggio 2004

A questa data, le vittime del conflitto scatenato dalla provocazione di Sharon il 28 settembre 2000, sono 3.995, di cui 3.014 palestinesi.

11-15 maggio 2004

A Gaza, uno dei quotidiani raid israeliani appoggiato da elicotteri da guerra, uccide 7 palestinesi. Ma anche la resistenza palestinese mette a segno un attacco: un carro armato salta su una mina, 6 soldati restano uccisi, ed i loro corpi sono mostrati alla folla esultante da militanti di Hamas. Il giorno seguente, a Rafah, un altro attentato della resistenza colpisce un blindato israeliano uccidendo 5 soldati. La rappresaglia israeliana è brutale. Con carri armati ed aerei da guerra, le truppe occupanti sfogano il loro livore distruggendo, non solo le officine sospettate di produrre le rudimentali armi della difesa palestinese, ma un intero quartiere alla periferia di Gaza. In soli 4 giorni sono uccisi 30 palestinesi e non si contano i feriti. Il presidente palestinese Yasser Arafat lancia appelli per fermare la "catastrofe umanitaria",

16 maggio 2004

L’Alta Corte israeliana, respingendo il ricorso di un gruppo di palestinesi di Rafah che chiedeva di fermare i bulldozer, afferma la liceità della distruzione di case civili, condannata dalle Nazioni unite e considerata crimine di guerra dalla convenzione di Ginevra. Ricevuto l’avallo della Corte, il ministro della Difesa israeliano Saul Mofaz ed i responsabili militari annunciano che saranno demolite le restanti abitazioni di Rafah, al confine fra Gaza e l’Egitto, per fermare il passaggio delle armi alla resistenza e creare una ‘fascia di sicurezza’ controllata dall’esercito. Molti abitanti si affrettano all’esodo, raccogliendo le povere cose ed accampandosi in tende. Intanto, il responsabile dell’Unrwa, Peter Hansen, conferma che sono già 12.600 i senzatetto di Rafah, e torna ad accusare lo Stato israeliano di violare le leggi internazionali.

17-24 maggio 2004

Nella notte, con ingenti mezzi bellici protetti da aerei da guerra, le truppe occupanti riprendono la distruzione di Rafah. Quindici sono i morti solo nella prima giornata, per lo più civili, fra cui un gruppo di fedeli in preghiera, colpiti presso la moschea, ed alcuni militanti che, con le rudimentali armi a disposizione, cercano di proteggere il campo dalla distruzione; altri morti il giorno successivo, cui si aggiungono 9 morti e decine di feriti nella mattina del 19. Nelle ore successive, le truppe di occupazione aprono il fuoco sui civili, uccidendo e ferendo i manifestanti che si dirigono verso Rafah, tra cui molti bambini. Inviati della Reuters e della Bbc descrivono l’orrore: "corpi a terra con gli intestini di fuori ed i volti coperti di sangue", come coperti di sangue sono i pavimenti dell’ospedale, dove i feriti sono stati sistemati per terra perché oramai mancano i letti per accoglierli. Nella notte sono assassinati altri 7 palestinesi, altri nei giorni successivi salendo così a 43 il numero degli uccisi, centinaia i feriti. Yasser Arafat grida al genocidio ed alla necessità di forze di interposizione per bloccarlo. Dure condanne vengono dalla Lega araba, dalle Nazioni unite e dall’Europa ma nessuno, concretamente, si muove per fermare il massacro. Il governo israeliano parla di ‘incidente’ per l’eccidio dei civili e, per bocca del generale Ruth Yaron, annuncia che l’operazione ‘Arcobaleno’ continua.

23 maggio 2004

A Roma, in occasione della festa della Sinagoga, il Papa ricorda le persecuzioni subite dagli ebrei, mentre cita in subordine, con un solo cenno, i palestinesi ("troppo sangue innocente versato da israeliani e palestinesi") ed invita "tutti i figli di Abramo …a non farsi travolgere dall’odio".

23 maggio 2004

Nel corso della riunione del Consiglio dei ministri israeliano, a Gerusalemme, il ministro della Giustizia Yosef Lapid chiede di fermare l’operazione Arcobaleno, che sta conducendo Israele all’isolamento internazionale, ed aggiunge: "Ho visto in Tv una vecchia palestinese frugare fra le macerie della sua casa a Rafah e mi sono ricordato di mia nonna, espulsa dalla sua casa durante l’Olocausto". Gli esponenti del Likud insorgono contro il ministro, che si vede costretto a rettificare le sue affermazioni. Lapid, in questi stessi giorni, si fa mediatore fra Sharon e Netanyahu, contrario al piano di ritiro da Gaza.

24 maggio 2004

A questa data, sono 46 i palestinesi uccisi a Rafah dalle truppe di occupazione, fra cui 5 bambini, mentre 70 sono i feriti in gravi condizioni ed altre decine più lievemente. I militi israeliani hanno sparano dai tank anche sul corteo funebre, causando la morte di altre 2 persone.

26 maggio 2004

L’operazione ‘Arcobaleno’ ha causato la reazione, fra gli altri, del governo turco presieduto da Erdogan, che ha definito terroristica la politica israeliana nei Territori ed ha richiamato il proprio ambasciatore in Israele, annunciando al tempo stesso l’apertura di un’ambasciata presso l’Autorità palestinese. Il presidente palestinese, in un’intervista alla televisione ‘Canale 10’, si dice pronto a "tendere la mano" ad Ariel Sharon e ad intervenire alla Knesset, pur di fermare i massacri e salvare la ‘Road map’.

6 giugno 2004

A Gerusalemme il governo israeliano approva, con lo scarto di un solo voto (11 contro 10), il piano Sharon di progressivo disimpegno da Gaza. Il risultato è stato reso possibile operando la destituzione di due componenti il Consiglio dei ministri, Lieberman (Trasporti) ed Elon (Turismo), entrambi del Partito di unione nazionale, mentre la opposizione di Netanyahu (Finanze), Shalom (Esteri) e Livnat (Educazione) è parzialmente rientrata, in cambio di un peggioramento del piano per quanto riguarda i palestinesi e di garanzie per i coloni ebraici. Dopo il voto, Ariel Sharon promette ai coloni che lasceranno gli insediamenti di Gaza entro l’anno in corso cospicui risarcimenti, avvertendo al tempo stesso che i recalcitranti saranno comunque evacuati nell’autunno 2005, senza ricevere indennizzi.

6 giugno 2004

La Corte distrettuale di Tel Aviv condanna Marwan Barghouti ai 5 ergastoli richiesti dalla pubblica accusa (uno per ogni morto addebitatogli come ‘mandante' di 3 diversi attentati) ed ulteriori 40 anni di pena aggiuntiva per aver “attentato alla sicurezza dello Stato”.

18 giugno 2004

In un’intervista concessa al quotidiano israeliano "Haaretz", Yasser Arafat illustra il contro- piano palestinese, che prevede il ritiro israeliano dal 97-98% dei Territori (esclusa cioè una zona della Cisgiordania densamente popolata da ebrei), con uno scambio di terre equivalente per la zona restante, il reciproco riconoscimento fra i due Stati, israeliano e palestinese, quest’ultimo con capitale a Gerusalemme est ed avente sovranità sulla Spianata delle moschee. Circa il ritorno dei profughi, il presidente palestinese spiega che molti esuli sono ormai stabilmente stanziati in altri Stati e la questione riguarda prevalentemente i profughi nel Libano, che si trovano in situazioni precarie e di indigenza.

30 giugno 2004

La Corte suprema israeliana, investita del ricorso di un gruppo di palestinesi, alcuni dei quali residenti a Nuaman, contro le requisizioni delle loro terre operate in occasione della erezione del Muro, dichiara la parziale illegittimità di quest’ultimo, limitatamente ad alcuni chilometri. In questi giorni sono compiute nuove incursioni israeliane su Gaza, nelle quali perdono la vita diversi palestinesi.

9 luglio 2004

La Corte internazionale dell'Aja, con 14 voti favorevoli contro 1 (il giudice statunitense),   dichiara illegittimo il Muro costruito da Israele in quanto limita il libero spostamento dei cittadini palestinesi ed integra una “annessione di fatto”. Israele ribadisce, come già annunciato preventivamente dal ministro degli Esteri Silvan Shalom, che non rispetterà la decisione ed il portavoce di Sharon, Raanan Gissin, afferma che essa “troverà spazio nella pattumiera della storia”. Immediatamente dal governo ebraico parte la richiesta agli Usa di bloccare qualunque risoluzione del Consiglio di sicurezza volta ad obbligarlo a smantellare il Muro.

17 luglio 2004

Yasser Arafat promette la riforma dell'apparato di sicurezza, affidandone l'incarico al proprio cugino, Mussa Arafat, persona già accusata per corruzione. Ciò fornisce il pretesto per gli oppositori di Arafat, che si riconoscevano nel governo di Abu Mazen, per soffiare sul malcontento, chiedere le dimissioni dello stesso Yasser Arafat e del suo entourage, l'arresto dei militanti di Hamas e la riapertura dei negoziati alle condizioni imposte da Israele. Arafat ritira la nomina del cugino. Ariel Sharon, senza indugi, fa una dichiarazione favorevole ai rivoltosi collaborazionisti, unici soggetti con i quali è disposto a trattare.

20 luglio 2004

L’Assemblea generale delle Nazioni unite approva con 150 voti favorevoli, 6 contrari e 10 astenuti una risoluzione che invita i paesi aderenti a "non riconoscere la situazione illegale scaturita dalla costruzione del Muro nel Territorio palestinese occupato", e richiama israeliani e palestinesi a rispettare il percorso della Road Map. Dan Gillerman, rappresentante israeliano alle Nazioni unite, definisce la risoluzione "vergognosa" e critica particolarmente la Francia.

25 luglio 2004

Militi israeliani, travestiti da arabi, uccidono in un agguato 6 palestinesi accusati di essere membri delle brigate di resistenza Al Aqsa.

27 luglio 2004

Yasser Arafat annuncia la riforma degli apparati di sicurezza palestinesi, che saranno d’ora in avanti controllati dal governo (la polizia) oltre che dalla presidenza (la ‘intelligence’). Abu Ala, che aveva annunciato le proprie dimissioni all’inizio della crisi, le ritira.

1 agosto 2004

L’avvocato arabo-israeliano Mahler Talhami, che ha presentato all’Alta Corte di Tel Aviv una petizione contro le torture praticate ai prigionieri, afferma in una intervista al quotidiano italiano "Il Manifesto" la sistematicità delle stesse negli interrogatori, con riferimento particolare al carcere poco distante da Tel Aviv, paragonato dalla stampa araba a quello di Abu Ghraib, e fornisce la cifra di 7.000 palestinesi a tutt’oggi detenuti.

4 agosto 2004

Il dipartimento di Stato americano invita i cittadini statunitensi a lasciare i Territori per l’intensificarsi delle operazioni militari israeliane. Lo stesso faranno i funzionari delle Nazioni unite, tranne l’ufficio dell’Unrwa operante a Gaza.

15 agosto 2004

I palestinesi rinchiusi nelle 27 carceri israeliane iniziano uno sciopero della fame per ottenere il rispetto dei diritti umani loro negati. In risposta, l’autorità penitenziaria da l’ordine di diminuire i liquidi, acqua e tè, consentiti ai digiunatori; e alcune direzioni carcerarie, come quella di Kfar Sava, aggiungono l’allestimento di barbecue nei cortili, così che l’odore dei cibi, giungendo ai prigionieri, ne aumenti la sofferenza.

31 agosto 2004

A Gerusalemme, in risposta ai raid omicidi e alla occupazione dei Territori, un duplice attentato kamikaze provoca 16 morti e decine di feriti su 2 autobus. In serata, gli israeliani demoliscono, ad Hebron, le abitazioni delle famiglie degli attentatori ed il giorno dopo bombardano il campo profughi di Gaza, occupato da truppe di terra.

8 settembre 2004

L’Autorità palestinese definisce "una operazione cosmetica" l’accorciamento del Muro per un breve tratto, deciso dal governo israeliano nel tentativo di sviare le condanne internazionali. Il Muro è lungo ad oggi 200 Km.

26 settembre 2004

A Damasco (Siria), il Mossad uccide il leader di Hamas, Izzeldin Khalil.

29-30 settembre 2004

Al raid israeliano che ha ucciso 7 arabi a Gaza, Hamas ha risposto con un attentato a Sderot, nel Negev, che ha provocato la morte di due ragazzi israeliani e 10 feriti. Le truppe israeliane invadono per rappresaglia il campo profughi di Jabalya, devastandolo, uccidendo 23 persone e ferendone almeno 70; anche 3 militi restano uccisi nello scontro.

2 ottobre 2004

A Gaza, altri 8 palestinesi sono stati uccisi dalle truppe israeliane nel campo profughi di Jabalya, nella operazione di rappresaglia denominata "Giorni del pentimento".

11-14 ottobre 2004

A Gerusalemme, la Knesset boccia il piano Sharon di ritiro unilaterale da Gaza. Pochi giorni dopo, il primo ministro conferma peraltro che il piano sarà comunque attuato entro il 2005, ed al tempo stesso che proseguiranno le operazioni militari per ‘normalizzare’ la Striscia. A tal fine, nella sola giornata di oggi, i militi uccidono 5 palestinesi, raggiungendosi così la cifra di 120 vittime nella operazione "Giorni del pentimento", in sole 2 settimane.

12 ottobre 2004

Il quotidiano israeliano "Haaretz", ripreso in Italia da "Il Manifesto", sotto il titolo "I cristiani di Gerusalemme desiderano che gli ebrei smettano di sputare su di loro", informa di episodi di sputi riservati ai cristiani. Fra essi, nel corso di una processione, un colono ha sputato sulla antica croce retta dal vescovo Manughian e questa, nella rissa che ne è seguita, "si è rotta".

13 ottobre 2004

A Gerusalemme, un rapporto del ministero degli Esteri illustra le preoccupazioni per il rafforzamento dell’Europa e la paventata maggiore autonomia della stessa dagli Stati uniti, suscettibile di "rafforzare la richiesta che Israele si conformi alle norme internazionali…e rispetti l’autorità delle Nazioni unite", danneggiando gli interessi dello Stato ebraico.

13 ottobre 2004

A Rafah, i militi israeliani ammazzano un ragazzino intento a giocare a pallone, e ne feriscono un altro di 7 anni.

14 ottobre 2004

Il relatore delle Nazioni unite sul diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, scrive al presidente dell’Unione europea Romano Prodi chiedendo la sospensione dell’accordo di associazione Israele- Ue finché non cesseranno i soprusi nei Territori. Ziegler riferisce che l’80% dei palestinesi dipende esclusivamente, per sopravvivere, dagli aiuti internazionali – che lo Stato ebraico a più riprese ha cercato di bloccare- ed il 38% dei bambini soffre di anemia e denutrizione. Negli ultimi 2 anni, Israele ha fatto arrestare 13 dipendenti dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati, accusandoli di "complicità con il terrorismo".

15 ottobre 2004

A Gerusalemme, è stato assolto il comandante israeliano che, nel corso di un’operazione di rastrellamento, ha crivellato di colpi una bimba di 13 anni caduta a terra, provocandone la morte sul colpo.

19 ottobre 2004

Nella Striscia di Gaza, sono 8 i morti palestinesi vittime dell’ultima incursione degli occupanti. La Unrwa denuncia che le case distrutte a Jabalya sono almeno 90. Continua intanto la tensione tra le fazioni palestinesi dopo che il cugino di Arafat, Mussa, è sfuggito ad un attentato attribuito agli uomini di Dahlan.

20 ottobre 2004

Decine di esponenti religiosi ebraici si mobilitano contro il piano di ritiro da Gaza: "Espellere gli ebrei dalle loro case è un delitto –afferma il rabbino Avraham Shapira- è proibito e i soldati devono informare il loro comandante che è proibito, come dissacrare il sabato…"

21-25 ottobre 2004

Continuano le devastanti incursioni israeliane nei Territori. Con un raid omicidiario, effettuato mediante missili lanciati da un elicottero, è assassinato un leader di Hamas, Adnan al Ghoul. L’ultima rappresaglia indiscriminata ha ucciso 16 palestinesi e ne ha ferito 50.

26 ottobre 2004

La Knesset vota con 57 voti favorevoli, 45 contrari e 7 astenuti il piano ritiro da Gaza che, secondo un sondaggio condotto da "Yedioth Ahronot", incontra il favore del 65% degli ebrei israeliani. I coloni manifestano la loro protesta davanti alla sede del Parlamento. In vista della discussione parlamentare, nei giorni scorsi, il governo Sharon ha deciso l’aumento dello stanziamento a favore dei coloni che lasceranno Gaza da 20.000 a 30.000 dollari esentasse e la pensione anticipata per coloro che perderanno il loro reddito. E’ stato anche deciso che le case dei coloni saranno distrutte per evitare che vengano utilizzate dai numerosi palestinesi rimasti senza tetto a causa delle devastazioni.

29-30 ottobre 2004

Yasser Arafat parte per la Francia per curarsi da un male grave che lo affligge, non appena intervenuta la ‘concessione’ israeliana, quando ormai il leader palestinese è in fin di vita. Ricoverato all’ospedale militare di Percy di Clamart, vicino a Parigi, protetto da decine di poliziotti, il leader palestinese riceve la visita amichevole del presidente francese Chirac. Ariel Sharon, invece, auspica la fine del mandato di Arafat e fa sapere anticipatamente di vietare anche l’ultimo desiderio del leader palestinese, la sepoltura alla Spianata delle moschee a Gerusalemme, luogo sacro per gli islamici. Il controllo dell’Autorità nazionale palestinese è nel frattempo affidato prevalentemente alla diarchia Abu Mazen - Abu Ala, il primo dei quali esercita la funzione di reggente, competente per i rapporti strategici, ed il secondo di capo del governo con delega alla riforma degli apparati di sicurezza.

1 novembre 2004

Mentre nei Territori si piange e si prega per il presidente palestinese, oggetto ormai di autentica venerazione, a Tel Aviv, un kamikaze 16enne del Fplp si fa esplodere nel centro della città, provocando la propria morte e quella di altre 4 persone.

6 novembre 2004

Nella notte l’esercito israeliano irrompe nel campo profughi di Jebna, con la motivazione di distruggere i tunnel scavati dalla resistenza. Due palestinesi sono stati uccisi nella giornata di ieri perché - secondo la versione dell’esercito - "tentavano di avvicinarsi a un insediamento" colonico.

11 novembre 2004

A Gerusalemme, lo scienziato Mordechai Vanunu, rilasciato nello scorso aprile dopo una lunga carcerazione e soggetto ad una serie di restrizioni, è nuovamente arrestato dalla polizia israeliana all’interno della cattedrale di san Giorgio, con l’accusa di aver comunicato a giornalisti stranieri informazioni riservate.