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(ottobre 2001)

Ad oggi, l’aggressione americana all’Afganistan ha già prodotto una quantità imprecisata di morti civili nei bombardamenti preannunciati come ‘chirugici’ e in realtà come sempre indiscriminati, sulle città e i villaggi di quel paese straziato da 22 anni di guerra addebitabile alle due superpotenze un tempo nemiche; ed oggi, in ottemperanza al diktat americano- unica legge valida nel mondo unipolare- isolato sul piano internazionale. Nel mirino di Bush peraltro è già iscritto l’Iraq, e lo stesso presidente americano ha preannunciato l’estensione della guerra ovunque parrà e piacerà agli Stati uniti ed loro alleati individuare amici e simpatizzanti del Jihad: dichiarazione sufficiente a delineare un conflitto internazionale potenzialmente senza confini di sorta e di lunga durata, interamente al di fuori da ogni regola del diritto internazionale, come lo è stata la lunga guerra fredda proclamata dall’Occidente contro il comunismo, che ha insanguinato il secolo trascorso.

Cos’è, oggi, Jihad? Definita in occidente, sempre su indicazione del Bush, ‘terrorismo’ (con contorno di terminologia parimenti esasperata come barbarie, stati canaglia ecc.), significa per i suoi attuali fautori, a cominciare da Osama Bin Laden nel famoso proclama al mondo mussulmano, difesa dei mussulmani aggrediti dal mondo occidentale e ritorsione per le aggressioni subite, a cominciare dai palestinesi e dagli iracheni sottoposti alle occupazioni ed azioni belliche dell’occidente; e si ispira, in termini che ancora non sono stati più esattamente precisati, all’antico progetto di un grande Stato, o una federazione di stati islamici in grado di superare le divisioni del mondo mussulmano ricreandone l’unità politica, culturale, economica, religiosa frantumata; significativo in questo senso è il richiamo, effettuato sempre da Bin Laden, all’impero ottomano caduto nel 1922 ("sono ottant’anni che la nazione araba soffre…ecc").

Ora, chicchessia volesse osservare la realtà in modo imparziale e non unilaterale, non può che trovare inaccettabili i modi con i quali è stata proclamata ed è iniziata la nuova guerra internazionale, cosiddetta contro il terrorismo. A cominciare naturalmente dal massacro degli afghani inermi che non sono riusciti o non hanno voluto lasciare il loro paese, proclamato ‘canaglia’ dagli Usa per aver ospitato i campi di addestramento dei guerriglieri e puniti con la morte per il fatto stesso di farne parte. Inaccettabile è anche la parola impiegata per definire il nemico così individuato, identificato tout court nel fondamentalismo islamico presentato come fenomeno oltre che unitario, meramente criminoso, antipolitico, novità degli ultimi decenni (ci si guarda dal citare i precedenti storici per non offuscare la categoria criminosa indicata come universalmente valida).

Alquanto discutibile è pure la data di inizio delle ostilità, universalmente - sempre in occidente- proclamata nell’11 settembre 2001. Nelle prime versioni mediatiche si sottolineava che gli attentati di New York cadevano alla vigilia dell’anniversario del massacro di Sabra e Chatila del settembre 1982, mentre nelle successive versioni detto evento è stato sottaciuto e sfumato: imbarazzante, anzi impossibile, sarebbe spiegare come mai sono terroristici e barbari soltanto gli attacchi alle Torri gemelle e al Pentagono che hanno causato 6.000 vittime, e non fu invece terroristico e barbaro il massacro di 3.000 (forse; ma il numero non è mai stato precisato né consentito il recupero delle salme gettate chissà dove) palestinesi perpetrato dalle milizie falangiste cristiane e filoisraeliane con la ‘responsabilità indiretta’- per usare le blandissime parole della commissione d’inchiesta presieduta dal giudice Kazan- dell’attuale premier israeliano, a quel tempo ministro della Difesa, Ariel Sharon. Meglio non ricordare l’eccidio ideato per cacciare i profughi dal Libano verso la Giordania e sbarazzarsi dell’ostacolo umano da essi rappresentato all’annessione di buona parte dei territori illegalmente occupati da Israele nel 1967; e difatti in diversi paesi, fra i quali il Belgio (presso un tribunale di quel paese è pendente uno dei ricorsi presentati dai palestinesi nel tentativo di ottenere una definizione più pregnante della responsabilità di Sharon: criminale di guerra o almeno mandante diretto) la rimembranza pubblica del massacro è stata vietata o altrove, come in Usa, il clima da crociata ha sconsigliato di riproporla. E, oltre l’anniversario, non sarebbe egualmente incomodo resuscitare il ricordo, per fare solo qualche esempio, delle democratiche e civili bombe israeliane ed americane che sempre nei primi anni Ottanta causarono la morte di molte altre migliaia, probabilmente decine di migliaia di arabi palestinesi e libanesi? dei democratici e civili bombardamenti riservati alla Libia nel 1986, al Sudan e all’Afganistan tre anni orsono? del milione e mezzo, che continuamente si incrementa, di civili iracheni fra i quali centinaia di migliaia di bambini causati dal democratico e civile embargo americano, dei 100.000 o più morti sotto i democratici e civili bombardamenti Usa, continuati a più riprese fino alla vigilia dell’ora attuale, quando il casus belli fornito dall’invasione del Kuwait è rientrato da un decennio e impallidito nella memoria?

Il ricordo di quegli stermini, anche dei più recenti, è invece tacitato, per far apparire l’America come vittima incolpevole di una barbarie criminosa, portatrice quindi di un diritto all’autodifesa in nome della civiltà, e spostare sul piano penale ed unilateralmente etico l’atto di guerra portato dalla organizzazione fondamentalista al cuore degli Usa: lo Stato che ha conquistato, mediante guerre ortodosse e non ortodosse, eccidi e complotti oltre che con la potenza economico-finanziaria, la leadership mondiale e porta guerra a chiunque non la riconosca. L’operazione fa sì che le diversamente inevitabili domande sulla democrazia occidentale aggredita non si affaccino neppure alla mente di chicchessia, mentre asseconda la spontanea e consolidata rimozione delle masse occidentali che, di proprio, non hanno propensione alle memorie e ai fatti scomodi. Si fa partire il conflitto tout court l’11 settembre, così che appaia il più possibile criminosa ed immotivata, al di fuori di ogni logica bellica finora conosciuta, l’azione degli attentatori suicidi che avrebbero dichiarato la guerra del 21° secolo al democratico, libero e umanitario ecc., occidente cristiano.

Ha dichiarato in Tv il ministro degli Esteri Ruggiero, versione italiana del presidente americano: da una parte vi è la violenza terroristica, dall’altra il diritto di autodifesa del mondo democratico. Punto. Questa limpida affermazione sarà d’ora innanzi la parola d’ordine, il pensiero delle masse, la solare guida di qualunque definizione storica o politica degli eventi, superando così le categorie finora impiegate nella valutazione dei conflitti e implicitamente dichiarate obsolete, quali la ricerca delle cause, l’analisi dei contesti, con buona pace degli storici, degli analisti e dei cavillosi di qualunque tipo, avvezzi ad agitare innaturalmente il muscolo cerebrale complicando inutilmente oltre alla propria, la vita all’umanità. Amen.

Alcuni dubbi sulla lapidaria identificazione americana del nemico e la non prevedibilità degli attentati sono stati qua e là affacciati e fra questi: non è stata fornita al governo di Kabul, cui viene richiesta la consegna di Osama Bin Laden, la prova della responsabilità diretta di questi negli attentati dell’11 settembre (che, in quanto tale, non è stata dichiarata neppure da lui stesso: ne ha ringraziato il suo personale Dio ma non ha detto di essere l’ideatore dell’azione); non si capisce l’assenza dello stato di allerta in Usa l’11 settembre, mentre a quanto è emerso la possibilità e anzi l’imminenza di un attacco aereo dei fondamentalisti era un segreto di Pulcinella, nell’ambito dei servizi di sicurezza e addirittura fra i conoscitori occidentali del mondo arabo; non è stata fornita una spiegazione esauriente sulle manovre speculative precedenti diversi giorni l’attentato, che si sarebbero indirizzate prevalentemente sui titoli assicurativi. Dal primo punto di vista, è interessante notare che la richiesta del governo talebano, fino a tempi recentissimi benedetto dagli Usa, di avere la conoscenza delle prove che suffragano la responsabilità di Osama Bin Laden e che la sede del processo sia uno Stato arabo individuato come neutrale, come condizioni per condiscendere alla richiesta di consegna dello stesso, è stata giudicata provocatoria e minacciosa in entrambe le occasioni in cui è stata avanzata, e rifiutata senza motivazione alcuna nel discorso di Bush alla nazione americana del 21 settembre e il 14 ottobre (e non sono gli unici, i talebani, a chiedere le prove). Di più, alcuni fra gli ammiratori del Bush hanno commentato la trattativa proposta dai talebani come un tentativo di "manfrina" (termine impiegato in diversi tg del 15 ottobre) rendendo evidente, in una dimostrazione di umorismo certamente involontario, la lezione di bon ton offerta dal governo di Kabul allo staff dirigente della Mela: la richiesta è difatti ineccepibile dal punto di vista del diritto internazionale, e da quello sostanziale, per la sua ragionevolezza. E’ ovvio che Kabul non può e non vuole consegnare Bin Laden direttamente agli americani né ai loro alleati, dopo che Bush ha dichiarato di volerlo "vivo o morto", né agli sghembi tribunali che vengono definiti internazionali e che usano giudicare da una parte sola. Da che mondo è mondo l’unico modo di evitare i conflitti è la trattativa, ma questo metodo non può interessare chi, invece, i conflitti li cerca. Dal secondo punto di vista, sono significative ad esempio le dichiarazioni dei responsabili degli apparati sovietici ed israeliani che passarono l’informativa ai loro colleghi americani, o la vicenda di padre Benjamin, invitato ad una trasmissione condotta da Bruno Vespa e da questi sottoposto a un interrogatorio (ma chi gliel’ha detto, ma chi gliel’ha detto) al quale egli cercava invano di opporre che, se sapeva perfino lui, semplice sacerdote, che gli attentati in quella forma avrebbero potuto verificarsi, era davvero improbabile non sapessero gli apparati di sicurezza americani. E l’efficientissimo Mossad, che ruolo ha avuto? Non lo sapremo mai, certo è che Israele non ha atteso un attimo a profittare dell’occasione fornita dagli attentati, per schierare ed impiegare pesantemente la sua macchina bellica contro i villaggi (i morti sono già un centinaio) e la stessa autorità palestinese, identificata sbrigativamente con Bin Laden. Dal terzo punto di vista, le manovre sui titoli, precedenti gli attentati, sono state attribuite anch’esse sbrigativamente allo stesso super ricercato Bin Laden quasi le fortune economiche di costui avessero il potere di trasformarlo in arbitro dei destini delle borse. Il quesito è stato posto ad esempio da Enrico Deaglio in una trasmissione condotta da Bianca Berlinguer, cui nessuno degli intervenuti ha fornito una risposta articolata, spostandosi il discorso sulla recessione già iniziata, per il prima, e sul crollo delle borse successivo agli attentati.