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(m.m.c. - febbraio 2013)

Il 2 febbraio, nella piazza dell’Indipendenza di Bamako, un tronfio presidente francese, ribattezzato Sarkollande per le esibizioni muscolari, ha celebrato la facile vittoria del suo esercito superarmato, dotato di sofisticati marchingegni tecnologici ed armi di sterminio, sui ribelli islamisti del Nord Mali, costretti per la sproporzione delle forze e la rottura intervenuta con i tuareg ‘laici’ del Mlna (Movimento di liberazione nazionale dell’Azawad) a riparare nel deserto. Il festeggiamento e i doni porti dai fantocci maliani, responsabili della richiesta di intervento francese, al pari delle dichiarazioni di vittoria di Hollande, non possono trarre in inganno: la guerra non è finita, come ha ammesso lo stesso presidente fra una vanteria e l’altra dichiarando che la Francia “resterà il tempo che servirà, ossia finché non arriveranno gli africani”, intervento cui dovrebbe seguire la “stabilizzazione e pacificazione del paese”.

Il pensiero corre alla dichiarazione di George Bush sulla fine della guerra irachena, il 1° maggio 2003; ad analoghe dichiarazioni sulle “ultime operazioni in Afghanistan per sgominare quel che resta dei Talebani”, oltre un anno prima; e alla metà settembre 2011 quando, a Bengasi, Nicolas Sarkozy celebrava “la liberazione e pacificazione della Libia”. I paragoni hanno buoni motivi, essendo comune la previsione che al ritiro delle truppe francesi dal Mali, previsto per l’autunno insieme al dispiegamento delle forze interafricane (Ecowas), seguirà una ripresa della guerriglia con escursioni degli jihadisti dai loro rifugi per colpire Gao, Timbuktu ed altri centri. Fra i tanti a fare una simile previsione, Peter Pham - membro dell’Atlantic Council citato da Alberto Mattioli su “La Stampa” del 3 febbraio - invita a non farsi illusioni sulla collaborazione del citato Mlna, che, stanco di negoziazioni ed intese vuote o inapplicate succedutesi a partire dagli anni Sessanta, ora vuole vedere concretizzata davvero la propria autonomia e dichiara “non vogliamo un soldato maliano ad Azawad se prima non ci sarà un accordo”; e neppure illusioni sulla fine delle ostilità con gli jjhadisti: “Assisteremo a quanto abbiamo già visto in Iraq, Afghanistan e Somalia…” La situazione è resa incandescente dagli orrori della guerra, denunciati dai profughi, da Amnesty International ed altre organizzazioni. Alle uccisioni, al reclutamento di bambini soldato ed alle distruzioni di luoghi culturali attribuite agli jihadisti, si aggiungono in misura più massiccia esecuzioni sommarie, perfino di feriti, corpi di uccisi gettati nei pozzi, torture compiute dall’esercito maliano. Meno si parla, per ora, delle efferatezze francesi, cui vanno attribuiti i bombardamenti su Kidal, Gao, Konna, sui campi nomadi con stragi di civili ed animali, principale fonte di sostentamento dei nomadi del nord. E tutto ciò si innesta in un quadro di odio interetnico, le popolazioni francofone del sud contro quelle del nord (Tuareg, Songhai, Peul) e di uno stato fragilissimo (una creazione del colonialismo francese, indipendente per così dire dal 1962). Sappiamo che tale stato, o non-stato, fu scosso nel 2012 da un doppio putsch, il cui primo effetto è stata la deposizione di un presidente giudicato arrendevole verso i Tuareg, Toumani Toure, ed il secondo l’ascesa di un governo provvisorio, guidato da Dioncounda Traore, che convive di fatto con una giunta militare e la cui scadenza è prevista nell’avanzata primavera. Una situazione ideale per gli appetiti e le avventure coloniali dell’Occidente.

Che pacificazione può esserci, in queste condizioni? In Libia, la guerra della Nato e delle forze collaborazioniste contro Gheddafi non è stata seguita da alcuna pacificazione ma è sfociata, com’era prevedibile, in una feroce guerra di tutti contro tutti mentre il paese, già prospero, è precipitato nella rovina. Ed è giusto vedere insieme le due situazioni e sottolineare, con altri analisti, come l’esasperazione del conflitto malese è anche figlio della guerra alla Jamahiriya, con il rientro in Mali dei soldati Tuareg, già combattenti al suo fianco ovvero insieme alle milizie cirenaiche contro di essa, tutti abbondantemente armati, e con l’esasperazione delle rivalità interetniche, rinfocolate dall’intervento straniero. Quadro per altro riscontrabile in tutta la regione. Dalle basi situate in Ciad e nel Burkina Faso, considerati da Parigi una sorta di ‘giardino di casa ’, sono partiti i Mirage e gli elicotteri Gazelle; da lì sono cominciati a partire i soldati che sostituiranno le truppe francesi, come dalla Costa d’Avorio, dove un blitz dell’Onu voluto dalla Francia ha sfrattato, nell’aprile 2011, il presidente Laurent Gbagbo bombardandone l’abitazione e catturandolo come un comune malvivente ed installato Alassane Ouattara, presunto vincitore di elezioni truccate, attualmente al comando dell’Ecowas. C’è poi la Nigeria, che erediterà a breve il comando, lo stato più forte della regione, interamente sottomesso agli interessi stranieri che sfrutta per rafforzarsi il feroce conflitto interno; così come il Congo, il Togo, il Gabon, la Guinea sono governati da élites avide e sottomesse alle potenze coloniali, in primis alla Francia. Molte cose si legano in quella regione. Non solo la guerra non è finita ma rischia di estendersi alla Mauritania, accusata dal governo di Bamako di spalleggiare il Mlna, o all’Algeria, accusata di favorire la fazione salafita che se ne è staccata, l’Ansar Dine. E su tutta l’area aleggiano pesantemente gli Usa, che aizzano i conflitti, dilatano la presenza dell’Africom, per proteggere i propri interessi economici e militari e contrastare la concorrente espansione cinese; non per caso grandi proteggenti dell’intervento francese nel Mali, fornitori di droni e spioni, fautori della risoluzione del Consiglio di sicurezza 2085 del 20 dicembre 2012 - la cui voluta ambiguità ha garantito l’intervento militare, così com’è accaduto per la Libia- e dell’appoggio europeo alla “missione” concretizzato nella riunione dei ministri europei del 27 gennaio.

L’impoverimento delle popolazioni africane induce alcune minoranze ed etnie a ribellarsi al colonialismo, mentre altre si azzuffano fra loro nell’illusione di accaparrarsi le risorse e, anziché allearsi contro il comune nemico, si assoggettano a governi corrotti e sottomessi alle potenze straniere. Ciò che è successo in Libia e nel Mali accade da sempre, col risultato di precipitare un continente potenzialmente ricchissimo nella miseria, che cresce sempre più. La causa numero uno è sempre la stessa, il colonialismo. Su Le Monde diplomatique (ripresa da Manifesto del 27 gennaio) Anne Cécile Robert ha scritto: “Le privatizzazioni e il sostegno accordato alle imprese private predatrici hanno smembrato il tessuto sociale ed esacerbato le disuguaglianze. In Mali, lo smantellamento della filiera cotonifera decisa dalla Banca mondiale e dal Fmi, e quello sistematico della vecchia rete ferroviaria sono stati il simbolo di una ideologia cieca di cui Parigi vanta costantemente i meriti. La vigorosa ed esemplare protesta dei contadini e lo sciopero dei lavoratori delle ferrovie sono purtroppo passati inosservati, a volte sono stati repressi con violenza dalle autorità. In Niger, l’arroganza della compagnia francese Areva, che sfrutta l’uranio per alimentare le centrali nucleari, colpisce da tempo le popolazioni locali e contribuisce a derubare i tuareg”. L’analista ricorda poi la destabilizzazione di altre filiere economiche, come quella del cacao in Costa d’Avorio, e la soppressione dei fondi che consentivano di mantenere stabili i prezzi delle materie prime, da parte dell’Unione europea, considerati “un attentato al libero scambio”. Qualche ammissione sui reali intenti della guerra contro i jihadisti viene anche dal mondo ufficiale. Per esempio dal sottosegretario agli Esteri italiano Staffan De Mistura, già rappresentante dell’Onu in Iraq, Afghanistan e Somalia che, intervistato dal Corriere della sera il 16 gennaio, dopo la consueta retorica sulle minacce dei fondamentalisti, dichiara che nel Mali sono in gioco interessi multimiliardari, non soltanto francesi, e conclude: “Qui non si tratta di un guerra contro un gruppo di ribelli. Ci sono in ballo interventi molto più grandi”. Come sempre, sono ipocrite le proclamazioni della necessità di “fermare il terrorismo islamico”, ipocrita la meraviglia sulla radicalizzazione salafita. Come stupirsi che l’Occidente sia visto come la causa della rovina dell’Africa e di tutti i paesi sui quali, sfortunatamente per loro, si dirige la sua famelica attenzione? Che la rabbia si diriga verso le sue imprese, i suoi valori, le sue chiese? Che ogni occidentale sia considerato un predone, e quindi un nemico?

Nella sanguinosa vicenda maliana registriamo, ancora una volta, il ruolo squallido svolto dall’Italia. Il 16 gennaio i bellicosi ministri, rispettivamente della Difesa e degli Esteri, Giampaolo Di Paola e Giulio Terzi di Santagata, riferendo in Parlamento, inneggiavano al capo del Pentagono Léon Panetta, in viaggio per l’Europa anche per sponsorizzare la nuova guerra, ricevuto con tutti gli onori dal premier Mario Monti e dal presidente Giorgio Napolitano: “Usa ed Italia sono d’accordo sulla necessità di sconfiggere Al Qaeda nel Maghreb. Quella del Mali non è solo una guerra francese e necessita del convinto appoggio internazionale”. A dispetto della crisi economica, delle critiche per l’aumento delle spese militari e del vergognoso ruolo svolto dall’Italia nell’aggressione alla Libia, il governo Monti si è detto subito disposto a fornire aerei C130J, C271, Boeing 727, unità speciali (cosiddetti “istruttori”) e quant’altro eventualmente richiesto. Se l’aiuto concreto si è ridimensionato è perché i francesi ne hanno fatto a meno, preferendo un ruolo quasi esclusivo ed una tabella di marcia rapida, e per la freddezza del PdL, riassunta da Berlusconi il 19 gennaio con “l’Italia ha già dato”, accentuata probabilmente dalla campagna elettorale. Resta peraltro, in tutta la sua gravità, l’appoggio politico. Da parte sua il Pd ha tenuto a confermare il proprio ruolo di partito più guerrafondaio e ligio agli ordini stranieri, da ultimo manifestato nella campagna di Libia, nelle critiche, invero infondate, rivolte ai rivali di “tagli irresponsabili operati dal precedente esecutivo alle spese militari” e nell’appoggio convinto alla scelta montiana di “riqualificare la spesa , al fine di restituire efficienza e funzionalità alle forze militari (intervento alla Camera dell’11 dicembre 2012). Del tutto in linea con Giorgio Napolitano e con Romano Prodi, inviato speciale dell’Onu nel Sahel e quotato come successore del predetto alla presidenza della Repubblica, che, dopo aver premesso di essere “considerato tra i più estremisti nel cercare la pace a tutti i costi”, ha approvato la scelta francese (“non si poteva lasciare che la zona diventasse un presidio dei terroristi”), registrando compiaciuto il consenso “quasi unanime” alla guerra in Consiglio di sicurezza. Curioso pacifista, curiosa missione la sua, della quale nessuno gli chiede conto.

Le uniche proteste contro la campagna del Mali sono venute dalla Rivoluzione civile di Ingroia, per altro ansiosa di allearsi con il Pd ( quindi suscettibili di rientrare, se l’alleanza prima o poi riuscisse, come abbiamo già visto per le remore comuniste sulla guerra afghana, sfociate in ripetuti voti di fiducia al governo Prodi). Altre proteste vengono dal Movimento 5 Stelle, che non si allea con alcun partito, quindi potenzialmente più solide e durature. Saprà resistere il nuovo movimento alle sirene del sistema politico e dell’ambasciata americana? E’ una speranza ed un augurio.