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(m.m.c. - marzo 2012)

Il rullare dei tamburi di guerra israelo- americani contro l’Iran a tratti sembra avvicinare la svolta da una "guerra a bassa intensità" ad un’operazione militare diretta, a tratti allontanarla. Ci siamo occupati più volte di questo infinito tormentone e dei motivi che hanno finora frenato l’attacco, che potrebbe eventualmente diventare un boomerang per gli aggressori (v. da ultimo Una guerra tira l’altra, in questa Rubrica, ed ivi riferimenti precedenti). Negli ultimi due mesi abbiamo assistito dapprima ad un intensificarsi del tam tam, con dichiarazioni minacciose, piani fatti filtrare sui media, esercitazioni militari congiunte, andirivieni statunitense a Tel Aviv ed israeliano a Washington; poi, a metà febbraio, una nuova apertura di Teheran verso il dialogo sul proprio programma nucleare, espressa dal capo negoziatore Saed Jalili, accolta da Catherine Ashton e poi dagli Usa, hanno fatto propendere per un rinvio. Forse lo stesso Israele si è convinto ad attendere altri mesi, dopo le nuove sanzioni economiche varate dagli Usa, seguiti dall’Europa, contro la Repubblica islamica. Ed è continuata la guerra sporca, con l’assassinio in gennaio del giovane scienziato Ahmadi Roshan e della sua guardia del corpo, ultimi di una serie piuttosto lunga.

Per quanto assordante il tam tam di guerra, convenzionale e segreta, non può nascondere le difficoltà che invischiano l’asse Washington- Tel Aviv, con Bruxelles al carro, riassumibili nel suo calo d’influenza nell’intera regione mediorientale e nordafricana. Ad uso del popolo statunitense e delle nazioni alleate, il presidente Obama ha camuffato il ritiro dall’Iraq nel dicembre scorso da ragioni altruistiche: "Abbiamo lasciato un Iraq sovrano, stabile ed autosufficiente, con un governo rappresentativo del suo popolo", pur se "non è un luogo perfetto". Eh no, non è perfetto. Con la popolazione "alleggerita" di centinaia di migliaia di morti e forse 2 milioni di profughi (motivo probabile dell’aumento del reddito medio decantato dai media occidentali), bambini che nascono malformati per gli effetti del fosforo bianco, una perdurante guerra civile - dapprima fomentata dagli occupanti e poi difficile da fermare quando ha cominciato ad infastidirli - un governo che fa l’esatto contrario che cercare la pacificazione, disoccupazione ed ingenti distruzioni, l’Iraq è un paese destabilizzato e dal futuro incerto. Su questo torneremo in un’analisi specifica. Qui interessa sottolineare come il ritiro americano, che lascia una grossa ambasciata protetta da contractors ma non le immaginate basi permanenti da usare per operazioni militari contro i paesi vicini, è ben lontano dalla "missione compiuta" e somiglia molto a una disfatta. Soprattutto perché il maggiore beneficiario del cambiamento di regime in Iraq è la Repubblica islamica, il principale nemico degli Usa, che ha rafforzato enormemente la sua influenza sul paese, ora governato dai "fratelli sciiti", e sull’intera regione. E’ una considerazione, questa, generalmente condivisa e che non teme smentite.

Parallelo al risultato in Iraq è il processo che ha portato le componenti sciite oppresse a ribellarsi ai regimi autoritari sunniti fiancheggiatori dell’occidente in Bahrein, nello Yemen, nelle province orientali dell’Arabia saudita, dove, pur non avendo conseguito finora risultati visibili ed anzi restando vittime di una dura repressione, sono diventate però protagoniste di un movimento difficile da arrestare e che può minare nel profondo la stabilità di quei regimi. Sarebbe superficiale considerare tale processo una mera conseguenza dell’accresciuto ruolo dell’Iran; ma certamente esso trova nella Repubblica islamica un appoggio ed un riferimento importante. Ed in Libano, l’Hezbollah sciita può vantare dei risultati vistosi: la capacità di contrastare la potenza militare israeliana, nel corso dell’ultimo attacco, il recente scenario politico, pur instabile, che ha visto indebolirsi fino alla marginalità il partito filo- occidentale di Hariri ed accrescere, anche qui, l’influenza iraniana. Non penso che possa invertire questa tendenza il processo- farsa imbastito contro esponenti di Hezbollah, diretto ad accusare la formazione sciita dell’uccisione di Rafiq Hariri, dopo il fiasco della precedente incolpazione di 4 militari siriani: il precedente lo ha screditato in partenza.

Un indebolimento evidente del colonialismo occidentale si sta consumando in Tunisia e soprattutto in Egitto, per effetto delle rivoluzioni che hanno portato alla destituzione dei dittatori, accettate obtorto collo dall’asse predetto, e del conseguente processo elettorale che ha visto la vittoria schiacciante dei partiti legati ai Fratelli mussulmani e, in misura minore, delle forze salafite. Spaventato dalla prospettiva di perdere l’Egitto, l’asse Usa-Israele ha puntato le sue carte sulla giunta militare ed imposto un cambiamento al rallentatore, che non cambiasse nulla di sostanziale. Si sono ritrovati le piazze in rivolta e la dura repressione attuata dai militari, se ha accresciuto la sofferenza degli insorti, ha però screditato completamente l’Esercito e la giunta di Tantawi, la cui destituzione è reclamata esplicitamente dagli insorti, e favorito l’esito elettorale detto. La ‘primavera’ egiziana non è stata una rivolta in qualche modo assorbibile o domabile con la sola arma della repressione, ma una vera rivoluzione, e le rivoluzioni sanno dimostrare un’infinita tenacia. Né forse potrebbe essere diversamente in un paese che alla compressione delle libertà associa l’ingiustizia sociale più bieca, un paese dove la metà della popolazione vive con 2 dollari al giorno o meno ancora. Analoga pazienza ha dimostrato la forza più rappresentativa, la Fratellanza appunto, che ha alternato il ricorso alla piazza con la disponibilità al dialogo, o almeno la sua ostentazione, contribuendo così a spuntare l’arma della repressione ed evitando di cadere in trappola. Circa il futuro dell’Egitto, ciò che spaventa maggiormente i colonialisti è la messa in discussione del trattato di pace separata con Israele, strumento fondamentale del dominio Us-israeliano sull’intera regione. Ma, mentre i militari si sono prodigati fin dall’inizio nel rassicurare sul rispetto di Camp David, né la piazza né la sua avanguardia più consapevole hanno intenzione di sottostare a questo diktat: lo si è visto nelle dimostrazioni anti- israeliane, negli scorsi mesi, lo confermano le dichiarazioni del numero due della Fratellanza, Rasid al Bayyumi, che ha affacciato recentemente la proposta di un referendum sull’argomento: consultazione che avrebbe un esito scontato. In proposito, un diplomatico occidentale scrive (sotto pseudonimo) sull’ultimo numero di Limes: "L’Egitto del dopo Mubarak non appare più quel bastione filo- occidentale al quale ci eravamo abituati negli ultimi trent’anni. Non sappiamo se potremo contare ancora sul Cairo come prezioso alleato nel sostenere la gestione Usa del dialogo israelo- palestinese, il tentativo di ridimensionare Hamas nella Striscia di Gaza e l’ascesa dell’Iran nella regione. Se la giunta militare egiziana continuerà a commettere gli errori compiuti negli ultimi mesi e non interverrà un miglioramento nella situazione economica, l’Egitto rischia di diventare un nuovo Iran e di innescare una rivoluzione islamista nella regione, questa volta di matrice sunnita" (Carlos, Perché ci conviene fare la pace con Teheran, in Limes 1/2012 pag. 131).

Questo ci porta alla Palestina, la terra rubata da Israele che ha vantato negli anni più vicini indecenti successi martirizzando la popolazione palestinese, avanzando nella "ebraicizzazione" della Cisgiordania e di Gerusalemme, imponendo l’apartheid e violando tutte le risoluzioni internazionali, nella più totale impunità. Non passa giorno senza morti, feriti, raid distruttivi, espropri o sequestri di persona ma ciò non basta ancora al regime sionista, tanto che il capo di Sm generale Gantz, così come i suoi predecessori Mofaz e Yaalon, ha ventilato una nuova pesante offensiva militare contro Gaza per fermare "la minaccia di Hamas". Eppure, in queste condizioni infernali, Hamas ha continuato la resistenza all’assedio, la ricostruzione dopo le distruzioni arrecate da "Piombo fuso" e quasi tutti ritengono, in Palestina e non solo, che nelle prossime consultazioni elettorali nei Territori (che prima o poi si dovranno tenere, nonostante l’accordo interpalestinese diretto a gestirle traballi tuttora) la formazione islamica replicherebbe il successo ottenuto nel 2006. Se così sarà, finirà o si accorcerà il vantaggio ottenuto da Israele nel 2006-2007 con la rottura dell’unità palestinese e la sottomissione della leadership del Fatah. Dall’inizio dell’anno inoltre il primo ministro di Gaza, Ismail Haniyeh, ed il capo di Hamas in esilio, Khaled Meshal (benché abbia annunciato la sua prossima uscita di scena), sono impegnati in tour diplomatici nelle capitali arabe fino – novità assoluta- alla Giordania, donde la leadership dell’organizzazione fu cacciata nel 1999 su pressione israelo- statunitense, evento considerato ora un "gravissimo errore". Perfino in Europa si muove qualcosa nella stessa direzione: ad esempio la Svizzera ha depennato Hamas dalla lista nera dei "terroristi" ed annunciato il suo impegno perché altri paesi facciano lo stesso. Tutto ciò è, naturalmente, un effetto dei rivolgimenti in corso nella regione. Può essere al tempo stesso un successo, attenuandosi l’isolamento dell’avanguardia palestinese, ed una trappola, dato che l’asse colonialista moltiplicherà i suoi ricatti per cercare di ottenere da Hamas la sua sottomissione alla cricca di Abu Mazen ed il riconoscimento unilaterale di Israele. Sappiamo che vi sono contrasti nel movimento sulla praticabilità e sui modi delle vie diplomatiche e della lotta armata, e su questo giocheranno i colonialisti. Tuttavia credo che Hamas sia troppo radicata fra la popolazione e consapevole dei propri compiti storici per sottostare a ricatti inaccettabili. Dunque, anche dove il colonialismo ha prodotto i danni più rovinosi e tutto sembrava perduto, le cose si muovono. Lo stesso diplomatico occidentale citato più sopra, certo non sospettabile di simpatie per Hamas, sottolinea come la legittimazione popolare e la resistenza del movimento al protratto blocco della Striscia faccia da contraltare alla incapacità politica israeliana di gestire la situazione e "pensare in modo strategico" : sia per il deterioramento delle relazioni con la Turchia, sia per "la spaccatura in seno alla società con il forte attacco ai valori di libertà e tolleranza", sia ancora con "l’arroccamento miope sulla questione degli insediamenti" e conclude sul punto: "La fine – con la resa di Obama davanti a Netanyahu- di ogni residua illusione nella regione sulla capacità statunitense di patrocinare un processo di pace che pervenga a soluzioni giuste ed eque del problema palestinese indebolisce ulteriormente il fronte arabo moderato e la credibilità statunitense" (Carlos, ibidem, pag. 130). Forza militare e influenza politica non vanno di pari passo, nemmeno per un imperialista intelligente.

Veniamo alla Siria, per aggiornare la precedente riflessione (Una guerra tira l’altra, cit, in questa Rubrica). Anzitutto, negli ultimi mesi, sono continuati gli scontri: mi limito a citarne i principali ed alle notizie meno incerte, impresa non facile data la guerra delle fonti, che somiglia a quella libica (v. M. Correggia, La conta dei morti a senso unico, Il Manifesto 27 gennaio 2012 e La conta dei morti: chi dà le notizie e chi le verifica?, ivi, 5 febbraio 2012). L’antivigilia di Natale, poco dopo l’arrivo degli osservatori internazionali, la sede dei servizi a Damasco è stata attaccata da kamikaze, con un bilancio di 44 morti e 166 feriti; nemmeno due settimane dopo, un nuovo attentato nella capitale ha provocato 25 morti ed altri feriti. Il 20 gennaio, i guerriglieri espugnavano dopo furiosi combattimenti (61 le vittime) la città di Duma. Da parte sua il regime ha denunciato 2000 perdite fra militari e poliziotti nell’anno trascorso (dato contestato dagli avversari che si autoattribuiscono tutte le vittime, 6000 o più secondo le fonti, tutte poco attendibili), sabotaggi ad impianti e gasdotti e l’ingresso di migliaia di sunniti armati dalla Turchia. El Assad è stato dapprima costretto dalla pressione della Lega araba a ritirare i thank da Homs, fulcro della rivolta, ed altri centri, che si sono nuovamente riempiti di manifestanti. Ma ha continuato la repressione in vari modi: con uccisioni (vedi sopra), arresti e torture. L’offerta di riforme e del multipartitismo, sancita da referendum, non ha prodotto l’effetto di placare l’opposizione più intransigente (Al Qaeda, Consiglio nazionale siriano, Esercito libero, Mgs) che punta al rovesciamento del regime, in sintonia con le forze esterne (Usa, Europa, Israele, Arabia saudita, Turchia). Tutti questi attori trovano però diversi ostacoli. Il primo ostacolo viene dal veto russo e cinese all’intervento dell’Onu, e l’opposizione esplicita delle potenze asiatiche a "qualunque intervento armato e qualunque forzatura verso un cosiddetto cambio di regime". Questa posizione ferma avrebbe convinto lo stesso presidente americano Obama, secondo una sua dichiarazione nei primi di marzo, a non agire unilateralmente né mediante una ‘coalizione di volonterosi ’, decisione che potrebbe essere mantenuta fino alle elezioni presidenziali, nonostante il provocatorio sorvolo di droni statunitensi sulla Siria (fonte Nbc). Il secondo ostacolo è dato dal consenso tuttora goduto dal regime, o almeno dallo scarso consenso goduto dalle opposizioni predette. Oltre la componente alawita, lealista, le minoranze cristiana, drusa e palestinese non si sono finora associate alla rivolta, salvo eccezioni, per il timore di precipitare dalla padella nella brace, l’ultima anche per la neutralità mantenuta fino a tempi recentissimi da Hamas. La natura di classe della rivolta in diverse zone del paese, che ha reclutato adepti nelle campagne e nelle periferie povere, spaventa i ceti benestanti beneficiati dalle liberalizzazioni, che, prescindendo dal credo religioso, preferiscono sostenere Assad. Vasti settori di popolazione, anche sunnita, stanchi di scontri e violenze, restano estranei al conflitto o auspicano il compromesso col regime, ovvero simpatizzano con l’opposizione più responsabile, costituita dal Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico, che chiede riforme radicali ma rivendica forme di lotta pacifiche ed è ostile all’intervento straniero. Infine, la leadership religiosa appare essa stessa divisa (vedi T. Pierrot, In Siria Allah non fa rima con Fratelli, in Limes 1/2012 p. 149 ss.; D Caserio, La rivoluzione damascena vista da dentro, ivi, p. 157 ss; La verità sulla rivolta in Siria, intervista in 2 parti a Ossamah al-Tawel del Cscd, in www.antimperialista.it, 11 febbraio e 14 febbraio 2012) . Per l’insieme di questi fattori, il progetto imperialistico di sostituire il regime sciita con uno sunnita filo- occidentale ed assestare così un colpo all’asse Damasco- Teheran- Hezbollah, appare impantanato.

La Libia, dopo l’assassinio di Muammar Gheddafi e l’insediamento del governo fantoccio (Cnt), è un luogo degli orrori: pulizia etnica, torture, lager, vendette, eccidi di massa, città scomparse sono lì a testimoniare lo scempio provocato dai piani di "cambiamento democratico" ed "abbattimento dei tiranni" (vedi L’Italia alla terza campagna di Libia; Esplosiva Libia; Una guerra tira l’altra in questa Rubrica; T. Di Francesco, Questa la nuova Libia?; Id., Anniversario senza futuro in Libia; A. Ricucci, I Leoni di Misurata: Tawargha non c’è più, ne Il Manifesto, rispettivamente 27 gennaio, 17 febbraio, 24 febbraio 2012). Non per caso i relativi racconti sono quasi scomparsi dai principali media occidentali o ridotti a notizie brevissime. D’altra parte l’opposizione alla dittatura del Cnt filo- occidentale si è manifestata con dimostrazioni di civili, disarmati ma risoluti, in dicembre e gennaio a Bengasi, Tripoli ed in altre località, con la riconquista di Bani Walid da parte della resistenza patriottica, con un nuovo appello all’insurrezione lanciato in questi giorni dal figlio di Gheddafi, al Saadi, esule in Niger. In terzo luogo, gli stessi golpisti sono divisi, forse irrimediabilmente. Lo testimoniano scontri fra le rispettive milizie in varie zone del paese e nella capitale, una serie di dimissioni (fra gli altri di Abdel Hafiz Ghoga, sfuggito all’assedio di una folla inferocita alla sede del Cnt di Bengasi il 24 gennaio; dell’ambasciatore a Roma Hafed Gaddur) e soprattutto il disconoscimento del Cnt operato, a fine febbraio, dai rappresentanti di un centinaio di milizie che hanno dato vita ad una Federazione autonoma. L’imperialismo, si sa, è indifferente alle sofferenze procurate ai popoli se riesce a sottometterli e stabilizzare i teatri di conquista. Ma così non è in Libia, e questo offusca la sua vittoria nell’unico scenario dove ha potuto cantarla.