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(m.m.c. - settembre 2011)

Non occorre impiegare altro tempo per confutare le bugie profuse dalla propaganda bellica degli Stati interventisti (ancora ripetute da Sarkozy ed altri nel corso della Conferenza di Parigi del 1° settembre) essendo oramai diverse le fonti che, rivolgendosi ad un’opinione più qualificata, ammettono come la caduta di Tripoli, due settimane fa, e di altre città libiche, prima, sia dovuta a sei mesi di bombardamenti intensivi ed oltre ventimila "missioni" Nato (126 incursioni sono state compiute nella sola giornata del 21 agosto, per permettere l’occupazione della capitale) piuttosto che all’attività militare delle milizie insorte contro la Jamahiriya, delle quali si dà generalmente per scontata la incapacità nei combattimenti, od al consenso effettivo di cui esse godono (sulle armi impiegate dai paesi Nato, Italia compresa, vedi i servizi di Manlio Dinucci ne Il Manifesto 5 giugno e 9 giugno 2011).

Ciò accade almeno da metà giugno quando una lunga perorazione del presidente Obama al Congresso, tesa a dimostrare che "l’America non è in guerra in Libia", è stata ridicolizzata dallo speaker repubblicano John Boehner: "I nostri droni sono impiegati a tempo pieno negli attacchi e spendiamo 10 milioni al giorno per bombardare i siti di Gheddafi. Direi proprio che l’America è nel bel mezzo di una guerra". Le incursioni - ha finito per ammettere anche il democratico New York Times - "non solo hanno distrutto le infrastrutture militari del regime, hanno anche notevolmente ridotto la capacità degli ufficiali lealisti di guidare le loro truppe, di muoversi, fare rifornimento, condurre operazioni". (Nella realtà, le "missioni" hanno colpito anche una quantità di obiettivi civili quali magazzini e negozi alimentari, università, televisione di Stato, edifici civili). Sempre negli Usa si è cominciato da tempo ad omettere la copertura della "protezione dei civili" per parlare più propriamente di "regime change" e eliminazione di Gheddafi, del quale si respingevano una dietro l’altra le profferte di tregua e negoziazione. "Stiamo cercando di uccidere Gheddafi con ogni mezzo", ha dichiarato il 27 giugno l’ammiraglio statunitense Samuel Locklear, comandante delle forze Nato a Napoli. Da allora si è parlato esplicitamente di unità speciali anglo-francesi, aeree e di terra, impegnate in tale "caccia" omicida nell’ambito della operazione "Spara e dimentica" (Corriere della sera 28 giugno 2011). Pure drastico il generale Anthony Zinni, già capo del Centcom: "Abbiamo contribuito a una tragedia umanitaria con distruzione di intere città e spaventose perdite di vite umane" (Corriere della sera, 24 agosto 2011) . Da ultimo la stampa di Bengasi, pur persistendo ad inventare od enfatizzare le nefandezze del nemico contrapposte alla propria bontà, ha seppellito definitivamente la "protezione dei civili" quantificando in circa 50.000 i caduti nella prima fase della guerra civile, che ha portato all’occupazione di Tripoli.

Più scarse le ammissioni sul consenso tuttora goduto dalla Jamahiriya, volendosi difendere la versione della "liberazione del popolo dalla dittatura", però anch’esse cominciano a circolare. Se il ministro degli Esteri inglese William Hague ammette "decine di migliaia di persone leali a Gheddafi" (Corriere 24 agosto, cit.), altri si sbilanciano maggiormente parlando di un paese spaccato in due. Dovrebbero avere ragione questi ultimi a giudicare dalla resistenza, che coinvolge da mesi civili armati oltre le truppe lealiste, dalla mancata resa delle città della Tripolitania, capitale compresa, dal modo in cui sono state espugnate come dall’accoglienza riservata dalla maggioranza della popolazione alle milizie sottomesse alla Nato. Cecchini sui tetti, finestre e serrande chiuse hanno accolto a Tripoli i "liberatori" che, da parte loro, si sono abbandonati a violenze, esecuzioni e saccheggi nei rastrellamenti condotti casa per casa. Diverse pile di cadaveri rinvenuti portano la loro firma, benché negata, a partire dalle centinaia di africani - perseguitati con la bufala dei "mercenari"- che, impossibilitati a a fuggire, sono incappati in pogrom, già accaduti in Cirenaica e denunciati invano da mesi dalla Croce rossa ed altre organizzazioni. Metodi forse utili a far cessare gli spari dei cecchini, non però i migliori per accrescere un consenso che scarseggia. Sergio Romano, nell’editoriale del Corriere 24 agosto cit. intitolato Un regime morto e troppi ex amici. I veleni in coda a una dittatura, ammette la popolarità di Gheddafi: "Le sortite nazionalistiche e anti-occidentali piacevano a una parte della società libica e dell’opinione pubblica africana. I laici e i musulmani moderati approvavano il rigore con cui aveva combattuto e spento i focolai dell’estremismo radicale. Le straordinarie risorse naturali del Paese hanno arricchito il clan familiare del leader e creato una larga cerchia di profittatori ma hanno anche consentito la nascita di nuovi ceti sociali, soprattutto negli apparati della pubblica amministrazione e dell’economia statale. Accetteranno, senza opporre resistenza, di rinunciare a ciò che hanno conquistato?". Su Il Giornale del 28 agosto, sotto il titolo Fame, odio e vendette. Tripoli in ginocchio già rimpiange Gheddafi, Gian Micalessin, dopo aver citato le imbarazzate dichiarazioni del ministro britannico Andrew Mitchell a proposito delle esecuzioni e l’appello del segretario dell’Onu Ban Ki Moon a cessare le violenze e restaurare l’ordine, scrive: "Il problema è chi possa farlo. La latitanza degli esponenti del Cnt di Bengasi, l’entità a cui 30 nazioni, tra cui Italia, Stati Uniti, Francia e Inghilterra riconoscono il ruolo di rappresentanti del popolo libico, è scoraggiante. Mustafa Abdul Jalil- l’ex ministro della Giustizia di Gheddafi, uomo di punta del Consiglio- è arrivato solo venerdì sera /26 agosto Ndr/ a Tripoli. E ieri per prima cosa s’è appellato alla solidarietà internazionale parlando di emergenza umanitaria. In effetti dietro di lui c’è il nulla. Il caos di una Tripoli senza ordine, sicurezza, acqua, elettricità e cibo lascia interdetti…La devastante assenza dei 33 ‘ministri’ di Bengasi – già considerati degli intrusi dagli abitanti della capitale e della Tripolitania- minaccia di assottigliare la loro già risicata autorità. Gli stessi ribelli delle montagne di Nafusa o di Misurata sottolineano con sdegno l’assenza dei capi di Bengasi giustificata con la scarsa sicurezza della capitale…Lo stesso senso di sfiducia e scetticismo aleggia tra una popolazione civile già pronta a rimpiangere il rais".

In realtà la Libia non è spaccata in due, ma in più pezzi. La emersione più vistosa delle divisioni nel fronte anti- Jamahiriya è stata l’uccisione in agguato del generale Abdel Fattah Younis, ex gheddafiano divenuto capo di Sm delle milizie avverse, il cui corpo bruciato è stato ritrovato a Bengasi il 28 luglio. Dopo aver cercato di addossare le colpe ai lealisti e celebrato Younis come "martire della rivoluzione", il capo del Cnt Mustafa Abdul Jalil ha dovuto ammettere che l’uccisione è stata opera della sua parte, per altro scaricando ogni responsabilità sulla fazione islamista (che avrebbe vendicato così le crudeli rappresaglie della Jamahiriya, e dello stesso Younis, seguite al fallito attentato contro Gheddafi del marzo 1996) e continuando a demonizzare il Rais che avrebbe fornito ai militanti, mediante l’attività dei servizi, le prove del doppiogiochismo del generale per sbarazzarsi di lui. Queste contorsioni hanno svelato la spaccatura esistente nel comando militare, fra lo stesso Younis ed il colonnello Khalifa Belqasim Hifter (già protagonista della guerra del Ciad, poi rifugiato negli Usa, donde ha guidato un gruppo anti- gheddafiano foraggiato dalla Cia, il Fronte per la salvezza della Libia). Spaccatura riprodotta nel Cnt, in specie fra oppositori della prima ora e convertiti dell’ultima, mentre i militanti hanno accentuato i sospetti già nutriti sullo stesso Jalil. E non si tratterebbe dell’unica morte sospetta: altre uccisioni sarebbero dovute a faide interne o veri e propri scontri fra milizie rivali. "L’attuale situazione con gli insorti non presenta alcuna prospettiva positiva - afferma il generale Fabio Mini in un’intervista concessa a Christian Elia (www.peacereporter.net 30 agosto 2011)- Non sono forze armate oggi e non lo saranno in futuro. Continueranno a ragionare per interessi tribali e di fazioni. Rispondono a capi diversi con interessi diversi. Anche con risorse differenti: alcuni controllano il petrolio, altri i porti. Il caos è evitabile solo con una leadership collettiva consolidata. Prospettiva lontana, sono pessimista…".

Né si tratta di sole rivalità tribali e di interessi particolari, di certo rilevanti, bensì anche di diversità culturali e politiche così profonde da far apparire il fronte anti- lealista frutto di un’alleanza tattica, finalizzata al rovesciamento della Jamahiriya, incapace di esprimere un progetto per il paese. Non riproduciamo qui l’elenco dei gruppi finora emersi e di quanto si conosce della loro storia e dei loro leader, sul che consigliamo di leggere in rete Enrico Piovesana, Ribelli libici tra al Qaeda e Cia, nel sito peacereporter cit. 1 aprile 2011 e Redazione Campo Antimperialista, www.campoantimperialista.it , La battaglia per Tripoli e il ruolo degli islamisti, 31 agosto 2011. Quest’ultimo articolo particolarmente segnala la rilevanza del Gruppo islamico combattente libico (GICL) ed altri gruppi collegati alla rete qaedista, la loro attività in Cirenaica, regione che ha contribuito alla resistenza irachena con almeno 112 combattenti (il 19% dei combattenti stranieri) secondo documenti statunitensi. Altro che "tracce di al Qaeda tra gli insorti anti- Gheddafi" ammesse in un’audizione al Senato del marzo dall’ammiraglio statunitense James Stavridis. Una presenza, quella islamista, che è parecchio di più, recentemente ufficializzata con la nomina a capo del Consiglio militare di Tripoli di Abdel Hakim Belhadj, leader del Movimento islamico libico( filiazione del GICL), già catturato dagli inglesi e consegnato ai servizi di Gheddafi ed alla Cia, che ora chiede le scuse della Gran Bretagna e degli Stati uniti per le sevizie subite. Una presenza che "ha fatto la differenza", secondo il Campo antimperialista, rispetto ai vari tentativi di golpe attuati in passato dalla Senussia collaborazionista e dai gruppi foraggiati dai servizi occidentali, sempre falliti. Non c’è alcun dubbio- scrive il Campo- "che i salafiti ex jihadisti hanno dato un contributo decisivo nella battaglia per rovesciare il regime di Gheddafi, che essi sono stati pienamente legittimati dalla gran parte degli insorti come ‘buoni patrioti musulmani’. E non c’è dubbio che la Nato ha dovuto far buon viso a cattivo gioco, nella convinzione di poterli estromettere dal potere della nuova Libia che sorgerà sulle ceneri della Jamahiriya. Non c’è dubbio che Gheddafi, in ultima istanza, è stato sconfitto da un’alleanza che ha visto associati gli imperialisti occidentali coi loro lacchè ‘liberali’ locali, in gran parte comperati tra le file del vecchio regime, islamismi senussiti conservatori legati ai sauditi, pezzi di Fratellanza e riciclati salafiti di origine jihadista – che pur di rovesciare Gheddafi si sono uniti al satana americano…". Giusto. E che progetto per il paese può partorire una simile alleanza? Quale politica economico- sociale, quale composizione di interessi tribali oramai irrimediabilmente lacerati, quale politica estera? Quella della sottomissione definitiva all’Occidente, con tanto di riconoscimento di Israele, promessa dalle vecchie cariatidi della Senussia e dai convertiti dell’ultim’ora? C’è da dubitare che riesca loro una simile imposizione.

Se a tutto ciò aggiungiamo le lotte, neanche troppo sotterranee, fra i paesi Nato per accaparrarsi un ruolo dominante e la maggior fetta del bottino coloniale, se aggiungiamo le critiche internazionali, il risultato finale è sempre più in discorso. Il già citato Anthony Zinni, ammettendo che "tutti hanno operato in ordine sparso" , giudica che "un’alleanza non regge se si disunisce a questo punto". Vero, anche e soprattutto per il futuro. Per praticare efficacemente il metodo ‘divide et impera’ - ad esempio nel tentativo di marginalizzare i movimenti islamisti - occorre non essere divisi al proprio interno, diversamente lo potrebbe attuare anche qualcun altro. Metà dei paesi invitati alla citata Conferenza di Parigi non hanno ancora riconosciuto il Cnt, l’Unione africana ha confermato le proprie critiche all’intervento militare e giudica grave la destabilizzazione del paese, altrettanto fanno i paesi asiatici chiedendo che sia l’Onu ad assumersi un ruolo di stabilizzazione che essi negano ai paesi interventisti, il Cnt adesso dichiara di non aver bisogno di nessuno. "L’incertezza del risultato raggiunto in Libia avrà l’effetto di rendere ancora meno efficace la politica dell’Europa e degli Stati uniti in Africa del Nord e nel Levante- scrive ancora Sergio Romano nell’editoriale del Corriere del 22 agosto Uno sconfitto, molte incognite. Strana guerra senza vincitori - Di fronte a una transizione che si sta rivelando ovunque incerta e laboriosa, l’Occidente ha bruciato ormai la carta estrema dell’Intervento militare". Giudizi simili alla conclusione del Campo antimperialista , "la Nato adesso canta vittoria, è probabile che sia una Vittoria di Pirro" (La battaglia per Tripoli ecc. cit). Consideriamo infine che il rifiuto di resa proveniente in questi primi giorni di settembre da Sirte, Bani Walid, dalle oasi di Sebha e Jufra, dominio dei Warfalla ed altre tribù lealiste, può preludere a diverse cose. Se non l’annunciata battaglia estrema dagli esiti spaventosi, magari una guerriglia in via di organizzazione, il sabotaggio degli impianti petroliferi, o forse semplicemente il rifiuto di sottostare al nuovo potere autoproclamatosi centrale, riuscendo le tribù a riconquistare o mantenere il controllo dei propri territori. Potrebbero ispirarsi alle tecniche dei Talebani afghani che sono spesso riusciti a mantenere il controllo delle zone rurali e che, pur non potendo vincere nel senso proprio, neppure sono stati mai sconfitti. Cosa faranno il Cnt ed i suoi proteggenti per contrastare queste tribù, l’olocausto di due milioni di persone? E, sommando tutte queste cose, che vittoria canta la Nato?