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(m.m.c. - luglio-agosto 2011)

Lo scorso 23 giugno, nel corso di un intervento, il presidente Barack Obama ha esposto il più contraddittorio disimpegno della storia bellica americana. Secondo l’annuncio, entro il 2012 saranno ritirati dall’Afghanistan 30.000 soldati - le sole unità inviate nel 2010 - ed il contingente scenderebbe ancora entro il 2014, per ridursi ulteriormente dopo quella data: l’ipotesi è di 70.000, poi 25.000 unità fino al 2017 - quindi si parlerà addirittura del 2024 - ciò dipendendo dal perfezionamento dell’accordo col governo Karzai circa le basi militari Usa. Sedici, o ventitrè, anni di occupazione militare! seguita da ulteriori interferenze in via di definizione. Tutto questo non giunge inatteso, anzi era stato ampiamente annunciato nella conferenza Nato di Lisbona del 19 novembre 2010 (vedi nota relativa nel capitolo L’escalation parte dal Pakistan, dossier Afghanistan a fianco), dove lo stesso Obama ed il segretario della Nato Rasmussen avevano provveduto a togliere ogni illusione circa un ritiro effettivo nel triennio 2012- 2014, richiesto da diversi paesi alleati, ed indicato la necessità di una "solida struttura antiterrorismo" di carattere permanente da mantenersi nello sfortunato paese asiatico. Al tempo stesso, proprio in questo mese di luglio, è stata avviata la fase del "passaggio dei poteri di sicurezza alle forze afgane" e si sono registrate caute aperture, finora infruttuose, verso gli stessi Talebani (vedi il capitolo Tentativi di disimpegno nel dossier citato).

A spiegare tale ambiguità, vi è anzitutto il timore Usa- Nato di una sconfitta, inflitta da un movimento di resistenza che, lontano dall’essere stato isolato ed annientato dalle armi di distruzione di massa impiegate in un decennio, si è rafforzato fino a diventare il principale soggetto politico dell’Afghanistan. Una simile sconfitta travolgerebbe e metterebbe in ridicolo la più potente coalizione militare mai esistita. Se essa è inevitabile, occorre almeno camuffarla, "trasformare la disfatta in vittoria", fingere di aver svolto nel paese una insostituibile attività di pacificazione e stabilizzazione. Vi è in secondo luogo l’inasprirsi delle tensioni con il Pakistan, già oggetto di una recente riflessione (vedi Osama tradito, maggio 2011, in questa stessa Rubrica). Da allora le cose sono andate anche peggio. Sono oramai croniche sia la lamentazione di Islamabad sulle stragi dei droni e l’attività dei servizi americani non concordata, sia quella statunitense di ambiguità e doppio gioco rivolte all’alleato. Di più, il Pakistan ha arrestato alcuni elementi accusati di spionaggio a favore della Cia ed ha reso intermittente la collaborazione militare nelle zone di frontiera, rendendola un colabrodo. Gli Usa hanno risposto facendo trapelare sulla stampa la prossima installazione in una località non precisata di una nuova base per i droni, che si muoveranno d’ora in poi senza neanche consultare i governi interessati (con il travolgimento definitivo del principio di sovranità nazionale). Hanno poi sospeso i finanziamenti ad Islamabad per quasi un terzo e gli hanno intimato, per voce del capo del Pentagono (e prima della Cia) Léon Panetta, di cessare i rapporti con l’Iran. Nel quale Iran, altro paese confinario con l’Afghanistan, sta il terzo, importantissimo motivo della riottosità statunitense verso un disimpegno effettivo.

Tre motivi che confluiscono in uno ancora più strategico: mantenere l’interferenza statunitense in Asia, rafforzare con le basi militari afgane un minaccioso corridoio verso Russia e Cina, l’antagonista più preoccupante agli occhi Usa. Tale obiettivo, mai esplicitamente dichiarato, è ben presente ed insopportabile alle due potenze asiatiche cooperanti nello Sco (Shangai Cooperation Organization, altrimenti detto Patto di Shangai) fondato nel 2001 insieme a Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e rafforzato nel corso degli anni. Dall’estate 2004, quando vi furono imponenti esercitazioni militari congiunte, il Patto asiatico ha ampliato ancora la propria sfera d’influenza e predisposto le condizioni per inserire nuovi membri: Iran, Mongolia, India e Pakistan. Gli ultimi due, divisi da un aspro contenzioso territoriale, si sono ritrovati attorno ad un tavolo lo scorso 27 luglio, mediato dallo stesso Sco che, naturalmente, non può permettersi di inserire due stati in conflitto permanente in quella che è un’alleanza politico- militare, oltre che economica. Benché i risultati concreti del negoziato siano ancora parziali (scambi diplomatici e commerciali, intesa sui visti), si tratta di un evento di grande importanza, che merita ben più degli scarni trafiletti dedicati dai media occidentali. E’ ovvio difatti che l’attrazione dei due stati, entrambi dotati di testate nucleari, nel Patto asiatico infliggerà un gravissimo colpo ai progetti di dominazione statunitensi. Altro colpo sarebbe l’inserimento a pieno titolo dell’Iran, finora mantenuto nella condizione di ‘osservatore’ per non urtare l’Onu e, s’immagina, per prudenza. L’entrata come stato membro nel Patto asiatico, una volta che esso si sia rafforzato con l’inserimento di India e Pakistan, renderebbe la Repubblica islamica quasi intoccabile perfino dall’asse guerrafondaio Usa- Israele.

Restando allo scenario afgano, da almeno due anni l’Alleanza di Shangai si è attivata per contrastare l’iniziativa statunitense. Nell’aprile 2008, intervenendo al vertice Nato di Bucarest, il leader russo Vladimir Putin e quello uzbeko Islam Karimov vi rivendicarono un ruolo proprio e di tutti i paesi confinanti. Nello stesso periodo furono fatti trapelare contatti fra i Talebani, la formazione di Hekmatyar ed il Fronte unito di Rabbani -erede della vecchia Alleanza del nord- sempre su imput del Patto asiatico (vedi note 2-4 aprile e 14 aprile 2008, in L’escalation parte dal Pakistan, cit). L’anno successivo si verificò la contesa sulla base kirghiza di Manas, funzionale alla guerra Nato contro l’Afghanistan, ed un notevole attivismo della diplomazia russa e cinese presso lo stesso governo Karzai (vedi note 5 febbraio e 7-8 febbraio 2009, ibidem). Ci fu poi la conferenza di Mosca nella quale i paesi asiatici - compresi India, Pakistan e Turchia - misero a punto una strategia di stabilizzazione dell’Afghanistan, di fatto contrapponendosi alla conferenza occidentale tenuta il giorno dopo all’Aja e dominata dall’escalation militare voluta dall’amministrazione Obama (vedi note 28-30 marzo e 31 marzo 2009). Due mesi dopo il Pakistan rifiutava agli Usa l’accesso di esperti statunitensi nei suoi siti nucleari (vedi nota Maggio 2009). Nel 2010, Pechino otteneva da Kabul il più rilevante contratto di estrazione mineraria e si raggiungeva l’intesa per il Tapi, destinato a portare il gas turkmeno a India, Pakistan ed Afghanistan (vedi nota 14 dicembre 2010). Interessante, benché non conosciuto nei dettagli, è infine l’incontro fra il governo di Kabul ed i massimi esponenti di Islamabad di pochi mesi fa (vedi nota Aprile 2011). Alcuni dei files captati e divulgati da Wikileaks hanno testimoniato la preoccupazione americana circa la tenuta e la stessa fedeltà dei presidenti afgano e pakistano, fin poco tempo fa concepiti come fantocci manovrabili a piacere (vedi nota 3-5 dicembre 2010).

Il quadro delineato è sufficiente a spiegare l’ambiguità dell’annunciato disimpegno statunitense, che tale non è e forse non vuole essere e d’altra parte non può essere rimangiato, pena lo scavalcamento degli Usa da parte dell’Alleanza asiatica. A che varrebbe difatti la potenza di fuoco impiegata da Usa/Nato contro l’Afghanistan il giorno in cui i paesi di Shangai annunciassero di aver raggiunto l’intesa definitiva per la sua pacificazione? Che pretesti potrebbero accampare gli Usa per rimanere ad occupare il paese, senza scoprire le proprie reali intenzioni? Ecco perché essi dicono, e fanno, tutto ed il contrario di tutto. Ecco perché a parole essi appoggiano (indeterminate) trattative e la Loja Jirga di pace, ed al tempo stesso ne perseguitano ed uccidono i componenti (vedi nota 7 aprile 2011).

A proposito di ammazzamenti, lo stesso Karzai si trova secondo me in una posizione per nulla invidiabile, stretto com’è tra più fuochi. Nelle ultime settimane sono state uccise diverse personalità del suo entourage ed in alcune di queste occasioni è stata messa in dubbio la rivendicazione talebana o almeno che i combattenti abbiano agito da soli (vedi note 12-13 luglio, 17 luglio, 27-28 luglio). Circa l’ultimo spettacolare attentato, diretto contro un Chinook che trasportava i Navy Seals provocando la morte di 38 militari, si è parlato di un razzo di fabbricazione cinese anziché di un Rpg (vedi nota 5 agosto 2011 del dossier cit. e spec. Afghanistan, elicottero Usa abbattuto con missili cinesi?, sul sito www.peacereporter,net 8 agosto 2011). Da ultimo, in questo fine agosto, si parla di trattative per uno scambio di prigionieri fra Usa e Talebani, che sarebbero state vanificate per una fuga di notizie attribuita da "AP" (rilanciata da "Peacereporter": vedi nel sito appena citato la corrispondenza del 30 agosto 2011) al presidente Karzai. Sarei cauta in questa attribuzione non vedendo l’interesse del presidente afgano ad interrompere negoziati che lui stesso auspica da tempo. E se qualcun altro avesse mandato all’aria la trattativa, ammesso sia esistita? Sia come sia, un rischio più forte dello screditamento, quello di fare una brutta fine, aleggia sullo stesso Karzai. Il quale può trovarsi nel mirino, oltre che dei Talebani, di diversi servizi segreti, secondo le sue oscillazioni e specialmente il risultato delle trattative con gli Usa circa le basi permanenti. Se è vero che esse sono intollerabili per le potenze aderenti al Patto di Shangai, se è vero, come è vero, che queste ultime vogliono sfrattare gli Usa dall’Asia, c’è da dubitare che siffatte basi potranno essere realizzate.