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(m.m.c. - giugno 2011)

Mentre giungevano i dati sullo straordinario afflusso alle elezioni referendarie, Silvio Berlusconi teneva una conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi col suo omologo israeliano Benyamin Netanyahu. La coincidenza è stata enfatizzata per tentare un rilancio d’immagine, propria e del governo, hanno sottolineato i commentatori, per contrapporre alla sconfitta elettorale un alone di statista impegnato in colloqui di portata storica. In verità, ma questo naturalmente non l’ha detto nessuno di costoro, più che uno statista il nostro primo ministro è apparso un tappeto.

Difatti, cos’era venuto a fare a Roma Netanyahu? A firmare 9 accordi di cooperazione e soprattutto a trovare eco alla sua campagna contro l’autoproclamazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967, precedenti l’occupazione dei Territori, da attuarsi a settembre, in occasione dell’Assemblea dell’Onu: una mossa utile, che dovrebbe sancire l’effettivo riavvio del processo unitario palestinese e soprattutto puntare su un riconoscimento internazionale difficile da boicottare, pur se di portata simbolica, perché all’Assemblea non sono opponibili i veti che gli Usa non mancherebbero di porre al Consiglio di sicurezza. L’eco berlusconiano all’asse Us-Israeliano, che continua ad opporre ai diritti palestinesi negati da oltre sessant’anni un finto "negoziato" diretto alla capitolazione palestinese, si è completato con la roboante dichiarazione che Israele è e rimane "l’unica democrazia del Medio Oriente". Parole non nuove, impiegate come sempre a mascherare la pulizia etnica, gli arresti di massa, il furto di terra, acqua e risorse palestinesi da parte dello stato ebraico, con una malizia in più: negare la patente di democrazia all’Egitto della transizione, "colpevole" di aver mediato con successo l’accordo interpalestinese tra Fatah ed Hamas, la forza indipendentista non sottomessa alla dittatura sionista. E di aver perpetrato un altro obbrobrio agli occhi degli oltranzisti occidentali: aver allentato l’assedio di Gaza, finora liberalizzando il passaggio delle persone al valico di Rafah, ed annunciando una prossima rimozione del blocco delle merci. Per Us-Israele difatti, e quindi per l’Italia, il crimine non è l’assedio punitivo che ha ridotto alla fame un milione e mezzo di persone, ucciso 300 ragazzini solo nelle frane dei tunnel della sopravvivenza, ma fermare questa schifezza.

Nella squallida impresa Berlusconi non è solo, anzi. E’ stato preceduto da un altro ‘statista’ del suo stesso calibro, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale ha scelto, per compiere una visita in Israele e ritirare il premio ‘Dan Davis’ assegnatogli un anno prima, la data del 15 maggio. Già, proprio l’anniversario della autoproclamazione di Israele e quindi della Nakba, la Grande Catastrofe palestinese fatta di villaggi bruciati, decine migliaia di persone arse vive o inseguite dalle forze armate a cavallo e fatte affogare in mare, esodo biblico, furto di tutto. Mentre il nostro (purtroppo) presidente si accingeva a "parlare ad una sola voce" con i dirigenti dello stato sionista, a Gerusalemme, la polizia israeliana blindava la città e disperdeva i dimostranti, uccidendo il 17enne Milad Ayash. E sempre con lo stragismo le forze armate sioniste rispondevano alla marcia pacifica dei palestinesi che da Libano, Siria, Giordania e Gaza si dirigevano verso Israele, lo stato rubato: 20 i palestinesi uccisi ai confini col Libano e sul Golan siriano, centinaia i feriti. Nella totale indifferenza del nostro. Prima di lasciare Israele per incontrare Abu Mazen, e raccomandargli di rinunciare a "iniziative unilaterali", il (purtroppo) presidente toccava il fondo esaltando la nascita di Israele, cioè la Nakba, e paragonando il fondatore del sionismo Theodor Herzl a Giuseppe Mazzini. Naturalmente nessuna delle sedicenti ‘opposizioni’, almeno quelle note, ha trovato alcunché da ridire. Evidentemente per le forze politiche italiane i palestinesi sono non- persone e l’unico stato avente diritto all’autoproclamazione è lo stato stragista e ladro di Israele.

Spostando l’attenzione sulla guerra contro la Libia è perfino peggio, avendo con tale partecipazione il governo Berlusconi rinunciato alle uniche novità positive precedentemente apportate in politica estera (cfr. L’Italia alla terza campagna di Libia eScomoda Jamahiriya, entrambe in questa Rubrica, rispettivamente marzo- aprile 2011 e agosto 2010). L’ultima pagina di questa brutta storia ci racconta che l’Italia da bombardiere ausiliario è diventata addirittura il primo bombardiere. Se ne parla da poco tempo, a giochi già fatti. "Adesso nessun paese attacca quanto l’Italia – ha scritto su "la Stampa" dell’11 giugno Lao Petrilli – E non si tratta di missioni di ricognizione, di rifornimento, di soccorso. E nemmeno di quelle elettroniche anti- radar con le quali l’Italia si era affacciata, seppur controvoglia a questo conflitto. Qui si parla di bombardamenti veri e propri. Condotti ‘in ambito di coalizione’ con i Tornado dell’Aeronautica e gli AV- 8B Plus della Marina, imbarcati sulla portaerei Garibaldi. Lo confermano tre fonti qualificate dietro anonimato", una delle quali ha specificato che l’Italia conduce "circa il 30%" di tali attacchi. E non è tutto. "Più fonti - anche straniere - sottolineano come politici, diplomatici e uomini dei Servizi italiani siano diventati ‘un punto di riferimento imprescindibile’ per tutti. Uno sforzo ‘integrale’ che - illustrato dai ministri della Difesa e degli Esteri, Ignazio La Russa e Franco Frattini - ha impressionato David Petraeus…". Tanto che il generale ed il capo del Pentagono Robert Gates, nell’attaccare gli alleati europei per l’insufficiente impegno nella guerra, hanno avuto parole di encomio verso l’Italia, il più attivo e servizievole di tutti gli alleati, a dispetto dell’abisso che lo può inghiottire da un momento all’altro. Abbiamo un debito pubblico che sfiora i 1900 miliardi ma che saranno mai 700 milioni spesi per la guerra in 3 mesi, rinnovati come sappiamo per altri 3? il Padrone comanda ed il cameriere obbedisce, tant’è che di milioni ne spendiamo altri 2 al giorno solo per aiutare gli Usa nella guerra contro i Talebani. Come sappiamo, anche nel caso della guerra contro la Libia la levatrice è stato il presidente Napolitano. Il quale, mentre il governo ancora titubava, era corso a Ginevra per perorare la guerra (come sempre definita "pace") con un discorso al Consiglio per i diritti umani dell’Onu, seguito dalla riunione da lui convocata e presieduta del Consiglio di difesa nel quale ha fatto mettere per iscritto, praticamente dettando "la partecipazione attiva dell’Italia". Per poi tallonare la maggioranza e sorvegliare il rispetto puntuale degli ordini statunitensi. Sempre osannato dalla "opposizione" di centrosinistra che, da vent’anni a questa parte, si è assegnata l’obiettivo di superare la destra nell’oltranzismo atlantico ed ora più che mai ansiosa di andare a sostituire Berlusconi e Bossi nell’attività di tappeto.

Già, il tappeto naturalmente lo fa pure la Lega, a dispetto dei suoi ripetuti malumori. Prescindendo dai reali motivi di tale malcontento, ben poco nobili (vedi L’Italia alla terza campagna di Libia, cit) basti qui ricordare che tutto il vociare leghista sulla inopportunità della campagna bellica sfociò il 3 maggio in una tortuosa mozione di maggioranza che impegnava il governo nel richiedere una data certa per la fine della guerra e nell’attuare un ruolo diverso per l’Italia nella coalizione. Eccezionali i risultati! La Nato ha prolungato la guerra fino a tutto settembre (salva eventuale uccisione di Gheddafi o capitolazione della Tripolitania) e l’Italia è diventata il capo bombardiere. Tutto ciò somiglia molto alla brutta pagina scritta dal governo Prodi ed annessi gruppi comunisti, che manifestavano per la pace e votavano la guerra contro l’Afghanistan: fingendo che si trattasse di una missione destinata a portare pace, a colpi di mozioni simili a quella scritta dall’attuale maggioranza. Dunque c’è poco da aspettarsi da questo punto di vista dal gran raduno di Pontida, preceduto da lamentazioni analoghe a quelle sentite in aprile- maggio. Come le curiose manifestazioni della sinistra un tempo antagonista, sarà una "manifestazione contro se stessi". Potrà partorire magari un altro escamotage, come quello previsto dal ministro Ignazio La Russa, cioè che la Lega finga di ottenere dal PdL quanto è già stato concordato con gli Usa: il ridimensionamento del contingente in Libano e l’inizio del ridimensionamento del contingente in Afghanistan. Circa la Libia non cambierà nulla visto l’ordine perentorio degli Usa agli alleati di sobbarcarsi l’impegno e relativi costi. Allargando lo sguardo oltre le vecchie forze politiche, spiace constatare che non va gran meglio per quelle cosiddette del cambiamento, di cui si parla dopo le recenti votazioni amministrative. Si va dalla conferma della kermesse pro Israele a Milano, destinata a riverniciare l’immagine dello stato sionista e farne dimenticare i crimini, alla ispirata perorazione di Luigi de Magistris circa la presunta felicità dei napoletani di ospitare i comandi Usa- Nato e la sua personale ammirazione per il presidente Obama. Spostiamoci sul sito di Beppe Grillo, ispiratore della nuova opposizione del Movimento 5 Stelle, che contesta tutto e tutti (spesso giustamente) ma, se non mi è sfuggito qualcosa, non c’è traccia di contestazione delle guerre in corso né del ruolo servile dell’Italia verso l’asse Us-Israeliano. Che significato dare ad una simile cecità, se questa è proprio la base delle nostre sciagure? Un cambiamento che non sceglie l’indipendentismo non cambia un bel niente: è come ristrutturare una casa su delle fondamenta marce. Appunto, che senso ha? Temo che la risposta sia una sola, cioè che il tappeto srotolato dalle vecchie forze vada bene pure alle nuove. E che l’Italia sia condannata in eterno al ruolo del Gattopardo, che tutto cambia per nulla cambiare, come una maledizione che si perpetua nei secoli. Spero tanto di sbagliarmi.