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(m.m.c. - marzo-aprile 2011)

E’ stata una coincidenza ben significativa, e funesta, l’accavallarsi del 150° anniversario dell’unità nazionale, il centenario della prima campagna italiana di Libia (settembre 1911) e la risoluzione 1973 dell’Onu, che ha scatenato l’attuale guerra dell’occidente contro lo sfortunato paese nord africano (v. la precedente riflessione Risoluzione 1973, la foglia di fico bucata, in questa Rubrica). Ancora fioccavano i discorsi retorici e le canzoni patriottiche quando il premier Silvio Berlusconi, al vertice di Parigi del 18 marzo, offriva le 7 basi italiane richieste per l’aggressione.

 Non passava un’ora ed il ministro della Difesa La Russa rivendicava solennemente all’Italia la “partecipazione attiva” alla guerra: “Non vogliamo consegnare le chiavi di casa nostra neanche ad amici, anche se i loro comportamenti sonovirtuosi, vogliamo partecipare, essere coinvolti…”. Magari in un secondo tempo, se richiesti,  ha corretto Berlusconi, scavalcato dal bellicoso ministro. Eh no, dobbiamo partecipare subito, “senza se e senza ma”, hanno tuonato le “opposizioni” in coro, Pd, IdV, Udc, Fli. Opposizioni che già nei primi giorni di marzo rampognavano il governo per le sue titubanze. “Se gli Usa chiedono la no fly zone e le nostre basi noi dobbiamo dire sì”, intimava il Pd il 4 marzo; ed aggiungeva che “per rendere disponibili le nostre basi il governo deve sospendere subito il trattato Italia- Libia”, definito “zavorra ai piedi” (fa niente se l’avevano votato pure loro). Si prodigavano, le opposizioni, anche per spingere il governo a seguire senza indugi l’esempio franco- statunitense e “congelare” - eufemismo per non dire rubare - le partecipazioni libiche in Eni, Finmeccanica, Unicredit, Juventus, Retelit, Olcese. Un ghiotto pacchetto miliardario sul quale, inizialmente, Berlusconi e Tremonti facevano dei distinguo sollevando le lamentazioni dei concorrenti: “In salvo le partecipazioni libiche, da Roma sanzioni solo a Gheddafi”, s’indignava fra gli altri Carlo Bonini su “La Repubblica” del 3 marzo. Si poteva mai dire di no, considerato soprattutto l’accorato invito americano nello stesso senso? La virtuosa azione di latrocinio è stata infine decisa dal governo l’8 marzo, a ruota di quella europea.

Dopo la risoluzione dell’Onu (17 marzo) occorreva fare in fretta, prima che si potesse concretizzare e verificare il cessate il fuoco del governo libico, che aveva dichiarato di voler obbedire all’ordine delle Nazioni unite, rinunciare all’attacco di Bengasi ed iniziare la ritirata. Occorreva bombardare subito, per far fallire le mediazioni offerte dall’Unione africana, dalla Turchia, dai paesi latino americani. Tempo scaduto!, ha proclamato la Clinton, imitata da Sarkozy e dai collaborazionisti della Cirenaica, che nel frattempo avevano estromesso le forze contrarie all’intervento straniero. Tempo scaduto! han fatto eco i nostri. Dunque in meno che non si dica sono stati spostati dalle basi del centro-nord a Trapani i cacciabombardieri Tornado ed Eurofighter, aggiunti a quelli già schierati a Gioia del Colle (Bari) ed Amendola (Foggia), ai caccia delle portaerei Garibaldi e Cavour convogliate ad Augusta (Siracusa), affiancate da 2 cacciatorpediniere lanciamissili, dalla fregata Euro, dalle navi da attacco anfibio San Marco e San Giorgio ed altre ancora (v. in dettaglio Manlio Dinucci, Basi, aerei e navi, l’Italia s’arruola, Il Manifesto 20 marzo 2011). Una fortissima potenza distruttiva, accanto a quella devastante e spaventosa degli americani, per partecipare ai “comportamenti virtuosi” invocati dal ministro La Russa e dalle opposizioni. Il sito Peacereporter lanciava negli stessi giorni l’allarme di Massimo Zucchetti, docente del Politecnico torinese ed esperto di radioprotezione, circa i missili Cruise Tomahawk contenenti uranio impoverito e dotati di testate penetranti o a grappolo- già utilizzati nelle due guerre del Golfo, in Bosnia, in Afghanistan- le cui conseguenze, in caso di guerra lampo, “potrebbero essere stimate nell’ordine di 6000 morti” (v. www.peacereporter.net 21 marzo 2011). Tutto ciò per “proteggere i civili”,  naturalmente. La copertura ipocrita dell’operazione coloniale è stata fornita ai massimi livelli, come già per la guerra contro l’Afghanistan, dal presidente Giorgio Napolitano. “Non siamo in guerra – ha sentenziato il 20 marzo- E’ un’operazione Onu volta a reprimere le violazioni della pace”. Ed ai giornalisti ha aggiunto: “Rassicurare? E di che? Sono del parere che non si debba cedere alle paure…bisogna evitare allarmi immotivati”. Eh già. A morire sono i libici, mica noi. Che problema c’è?

Con l’assunzione del comando da parte di Usa/ Nato, il 31 marzo, sono rientrate le residue titubanze della maggioranza, ivi compresa forse la base dei due maggiori partiti che, per settimane, ha esternato malcontento in rete con insolita vivacità. Tranne qualche interessante eccezione, del resto, tali titubanze e malcontento non dimostravano aspetti etici od altruistici. Vi era il timore della ritorsione libica sugli investimenti italiani, nel caso gli Usa non si fossero impegnati fino in fondo e/o in quello che il clan Gheddafi resti in sella, a dispetto di tutto. Vi era la paura, vera ossessione dei leghisti, di un “esodo biblico” di profughi: aspetto sul quale governo, regioni ed enti locali hanno scritto, con poche eccezioni, una pagina bruttissima, lontana dall’essere conclusa. Vi era l’avversione gelosa per la Francia, già intenta nello shopping di imprese italiane. Arrivato il Dio- Padrone americano al comando, tutte le incertezze d’incanto sembrano sfumate. A “fiaccare il morale della popolazione” penseranno, con la consueta efficacia, i bombardamenti Usa/Nato. L’ultimo giorno di marzo poi, il “New York Times” ha rivelato che la Cia operava in Libia da diverse settimane, allo scopo di selezionare fra gli oppositori di Gheddafi quelli “affidabili”, cui è stato delegato il compito di emarginare i ribelli veri e propri, coloro che iniziarono la rivolta in Cirenaica a metà febbraio. Così il 4 aprile, ricevendo alla Farnesina il sedicente ministro degli esteri Ali al Isawi, il governo Berlusconi completava il voltafaccia riconoscendo il Consiglio governativo provvisorio come unico rappresentante del popolo libico; e ne riceveva in cambio la garanzia che, una volta caduto Gheddafi ed instaurato nel paese l’auspicato governo collaborazionista, il trattato italo- libico siglato nel 2008 avrà piena esecuzione. Compreso il contenimento di quei noiosi profughi, che ora come ora obbligano i nostri poveri governanti a lambiccarsi il cervello per vedere dove sbolognarli. Possibilmente fuori dai confini: a differenza dell’adorato petrolio, l’umanità dolente è così poco decorativa e fastidiosa! Profughi e migranti a parte, gli affarucci dei soliti noti sembrano da allora essere in mani “affidabili”, quanto o più delle precedenti. Gheddafi teneva troppo alti i prezzi, si era permesso di marginalizzare le compagnie statunitensi e perfino di perorare in sede Onu i risarcimenti per la colonizzazione dell’Africa e la fine dell’assedio di Gaza. Perciò, non per altro, ne è stata decretata la fine, con l’avallo degli ‘amici’ italiani.

Infine, con un’altra piroetta, dopo aver proclamato per 2 mesi che “mai e poi mai bombe sulla Libia”, è bastata una telefonata di Barack Obama perché Berlusconi e La Russa impartissero l’ordine opposto ai cacciabombardieri italiani. Del resto, come si è già ricordato, essi erano stati schierati nelle basi meridionali fin dall’inizio. Ed un’altra coincidenza funesta ha voluto che l’ultima giravolta fosse compiuta in un’altra data significativa: quel 25 aprile della liberazione dimezzata, che ricorda la caduta del nazifascismo ed insieme l’occupazione americana dell’Italia, con la quale il nostro paese si è sottomesso ad un’altra spietata dittatura, così vanificando i generosi sforzi della Resistenza partigiana ed il sacrificio di tante vite. Così, parlando all’Anpi e alle altre formazioni combattentistiche, il presidente Napolitano ha fornito un altro avallo alla guerra, “confortata da un ampio consenso in Parlamento”, ed esplicitato ancora una volta il senso che la classe dirigente italiana ha sempre attribuito a quella data: la liberazione come sottomissione perpetua al più temibile colonizzatore del mondo.

Fa niente se nel presentare il Trattato di amicizia italo- libico, il 30 agosto 2008, Silvio Berlusconi aveva proclamato solennemente il “dolore per le colpe coloniali” e l’abiura dell’Italia verso il suo vergognoso passato. Fa meno che niente se lo stesso Trattato impegnava le due parti a “non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza”. E’ noto del resto che i governi italiani violano gli impegni presi e cambiano le carte in tavola secondo da che parte tira il vento: è accaduto alla vigilia della prima guerra mondiale, è accaduto nel corso della seconda, non per motivi ideali ma quando è stato chiaro chi sarebbe stato il vincitore. Nulla è cambiato da allora. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha fornito senza arrossire l’indicazione di come si fa a buttare nella carta straccia gli impegni internazionali solennemente sottoscritti: “I trattati si siglano fra Stati, non fra Governi”, ha spiegato. Perciò, il trattato è sospeso di fatto, in attesa che un nuovo governo (imposto a suon di bombe) sostituisca quello attuale nel rappresentare lo Stato libico. Perfino il colonnello Gheddafi, che non è un campione né dei diritti dell’uomo né di correttezza, è rimasto a bocca aperta per tanta spudorataggine. Ed il figlio Seif ha dichiarato in un’intervista di sapere che l’Italia è sottomessa agli Usa ma di essere rimasto “sbigottito da un voltafaccia così repentino”. Evidentemente né l’uno né l’altro avevano approfondito la storia e lo spirito italico.

E che diamine: la nostra colonia, potevamo farcela scippare così, magari da quegli antipatici francesi? Abbiamo una prelazione, conquistata sul campo ad opera di quei bei campioni di diritti umani che furono il compagno Giolitti e il camerata Mussolini, con le fucilazioni, le impiccagioni, le bombe all’iprite, le deportazioni di decine migliaia di libici mandati a morire nei campi di concentramento. Tutte cose molto virtuose, si capisce, che era il caso di rinverdire per festeggiare adeguatamente l’ultimo 25 aprile ed il 150° dell’unità e dimostrare la continuità del più autentico spirito nazionale italiano: fare i camerieri dei potenti, alla loro ombra agguantare tutto quanto possibile; depredare ed aggredire i più deboli, senza pietà e senza vergogna. Rispetto alle prime due campagne di Libia, la terza mostra qualche differenza? L’unica è quella di non essere soli ma in numerosa compagnia nell’aggredire e, quindi, nello spartire il bottino coloniale. Al posto di “Tripoli bel suol d’amore” o “Faccetta nera aspetta e spera”, oggi si cantano la “democrazia” (quella decisa da noi, ovvio, non da quei trogloditi di libici ai quali siamo così gentili da insegnarla, imponendogli i governi che ci piacciono), la “guerra umanitaria” e così via. La sostanza è identica, e così l’ipocrisia.