A+ A A-

(m.m.c. - 22 marzo 2011)

 La foglia di fico dell’Onu è stata chiamata a coprire ancora una volta le avventure militari dell’Occidente. La Libia, dotata di un vasto territorio in una posizione strategica, resa oggi ancora più importante dai fermenti e dalle rivoluzioni che scuotono il Nord Africa, la Libia ricca di petrolio e gas è un boccone ghiotto per gli imperialisti ed altrettanto ghiotta è stata l’occasione fornita dalla ripresa del conflitto interno. Figurarsi se i pescecani si fanno sfuggire l’opportunità offerta da qualunque scontro, etnico, tribale, religioso o purchessia. Ci sono planati sopra come gli uccellacci del malaugurio, con i loro aerei da guerra, la loro tracotanza, la loro ipocrisia, la voglia di mostrare i muscoli e di ammazzare per mostrare il proprio potere e per imporre governi asserviti. Ogni volta questo è accaduto, dai Balcani all’Iraq al Darfur per fare solo alcuni esempi vicini, lo scontro interno si è amplificato, il conflitto da temporaneo è diventato duraturo o perfino irrisolvibile, la situazione incancrenita. La terza guerra di Libia, ad un secolo esatto dalla prima (1911), ne ripete la triste natura, con gli aggiustamenti determinati dal tempo. Questa natura si chiama colonialismo, imperialismo, dominazione di stati forti su stati deboli.

Assurda la motivazione accampata di “proteggere i civili” - gli insorti repressi dal governo centrale- con i bombardamenti. Non è mai accaduto, mai, non accade in questo caso. Buttando giù due conti, qualche voce meno schierata (anche sulla base di “fonti attendibili” , sotto la quale voce si intendono di solito i servizi) ha fornito la cifra di 400 vittime reali all’ antivigilia dell’attacco occidentale, non tutte da una parte sola, in un mese di guerra interna. In un solo giorno di bombardamenti invece, secondo la tv libica, sarebbero morti 84 civili e centinaia sono finiti in ospedale. Il macabro conteggio si farà più preciso e purtroppo si gonfierà, per ora basta questa prima constatazione a smascherare l’ultima “coalizione dei volonterosi”. Nelle stesse ore, in un solo giorno, il dittatore yemenita venduto all’Occidente ordinava l’uccisione di oltre 40 manifestanti, ultimi di una lunga serie di ammazzati dal regime collaborazionista o dagli aerei da guerra Usa. E il regime saudita aveva appena invaso il Bahrein, per aiutare la dispotica monarchia sunnita a reprimere la rivolta della maggioranza sciita. Non sono forse civili queste vittime, questi patrioti, da non meritare un ordine di cessate il fuoco? Non hanno occhi, voce, sangue eccetera, eguali ai nostri? Non li avevano i 1400 abitanti di Gaza massacrati in 20 giorni per aver osato votare una forza indipendentista, anziché i fantocci pagati dall’asse Us-israeliano? i tanti palestinesi ammazzati nel corso degli anni, a centinaia di migliaia, dalla dittatura sionista che ha rubato la terra ai suoi abitanti?

Risibile la pretesa di giustificare l’attacco contro la Libia come voluto dalla “comunità internazionale”. In neanche 24 ore è caduta la copertura, sbandierata dagli interventisti, dell’Unione africana: che non ha nemmeno voluto partecipare al vertice di Parigi e s’è riunita a parte l’indomani, solo per esprimere la propria contrarietà all’attacco militare. Altre 24 ore ed è sostanzialmente caduta quella della Lega araba. All’appello ha risposto solo il Qatar, piccolo stato in cerca di posto al sole, mobilitando la sua prestigiosa emittente al Jazeera piuttosto che con l’invio di un aereo- ronzino. Dunque i guerrafondai sono e restano 5, tutti occidentali: i tre sfegatati interventisti- Usa, Francia, Gran Bretagna- con l’apporto subordinato italiano e canadese. E questa sarebbe la comunità internazionale? Era più parco il Re Sole, che riteneva di essere la Francia (e ne aveva qualche motivo di più, dato il ruolo della monarchia fino allora) di Sarkozy ed Obama. E’ stato più parco George W. Bush con le precedenti “coalizioni dei volonterosi” in tempi in cui l’imperialismo americano godeva di maggior credito e di una schiera più nutrita di vassalli. Qui non c’è neanche la Nato (finora almeno), data l’opposizione turca e l’astensione tedesca. Quanto al Consiglio di sicurezza, la pasticciata risoluzione 1973 è stata coperta da un linguaggio volutamente fumoso, immagino per dare la foglia di fico agli scalmanati, e contemporaneamente permettere alle potenze asiatiche di continuare a contrastare l’intervento, affermando che la risoluzione è stata scavalcata, e limitarsi all’astensione senza occorrenza di porre il veto. E qui siamo al grottesco. Davvero pensano le potenze dell’anacronistico Consiglio di salvarne un briciolo di credibilità, usando modi siffatti?

Altra fondamentale bugia è stata l’ordine di cessare il fuoco. Non appena il governo libico, per voce del ministro degli Esteri, ha dichiarato di voler ottemperare all’ordine ed iniziare la ritirata, l’asse franco- statunitense s’è affrettato a dichiarare “il tempo è scaduto” – caspita, non erano passate che 3 ore! - e s’è buttato a bombardare prima che la richiesta di verifica di tale ottemperanza - rivolta a Cina, Malta e Turchia - potesse concretizzarsi. Ed è ovvio che ciò ha vanificato la tregua offerta da Gheddafi, il quale ha ripreso subito dopo le ostilità verso Misurata, mietendo e subendo altre vittime che si potevano risparmiare, se non vi fosse stato l’attacco occidentale. In definitiva la foglia di fico è pure bucata. E che buchi! Si vede tutto da quei buchi, si vedono i 3 aspiranti re - ed i loro vassalli - completamente nudi.

 Per essere contrari ai bombardamenti sulla Libia ed all’ingerenza occidentale non è indispensabile amare il colonnello Gheddafi. Per quanto mi riguarda, se non vi fosse l’attacco occidentale, non parteggerei per alcuna delle fazioni che si stanno affrontando dato che, diversamente dall’Egitto o dalla Tunisia, non c’è in Libia alcuna rivoluzione in corso bensì una lotta fra gruppi avversi che si danno botte da orbi. Circa il potere centrale rappresentato da Gheddafi, è lontano il tempo in cui il putsch militare, acclamato da gran parte del popolo, sbarazzò il paese da una monarchia succube dell’occidente, avviò un nuovo corso che ha fatto della Libia il paese più prospero del continente, senza violentarne la struttura sociale, avendo al tempo stesso un ruolo positivo nella decolonizzazione. Tempo lontano e dimenticato dagli stessi protagonisti almeno quanto all’ultimo aspetto e dagli anni Novanta quando, subiti i bombardamenti americani (1986) e le sanzioni, essi decisero di schierarsi a fianco dei vecchi nemici e poi di rendersi baluardo della così detta lotta al terrorismo, che ha visto anche una massiccia repressione interna. Facendo per di più la parte del piccione. Non è stato granché astuto, difatti, accettare sostanzialmente il disarmo e smantellare gli arsenali in cambio della promessa di non essere nuovamente bombardati. Fidarsi degli americani, bugiardi ed assassini incalliti?! Nemmeno è stato sagace fare massicci investimenti proprio nei paesi occidentali: sagace quanto il famoso Garrabuia, quello che nasconde i soldi nelle tasche degli altri (che in questo caso sono ladri recidivi). Così gli aggiustamenti successivi, le critiche agli Usa, le iniziative per adeguare i prezzi delle materie prime o quelle a favore dei palestinesi, se hanno irritato Usa ed Europa tanto da far risorgere in loro il desiderio di sbarazzarsi del Colonnello, sono sembrate più mosse tattiche ad uso interno che un mutamento vero di linea: se è vero, come è vero, che la repressione contro le forze islamiche è continuata e che l’ultimo sponsor del Colonnello nell’asse occidentale è proprio la dittatura sionista, fondamentale avamposto imperialista nella regione. Se è vero, come pare vero, che gli unici mercenari impiegati per aiutare le forze governative in difficoltà sono stati forniti da una società israeliana, secondo quanto ha rivelato la stampa di quel paese (e quella occidentale ha taciuto). E il pensiero corre ai migranti africani rinchiusi in lager inumani, soggetti a sevizie, o abbandonati a morire nel deserto: prova eloquente che l’anticolonialismo libico era diventato di maniera, nei fatti caduto nell’oblio. E’ l’attuale aggressione a rinverdirlo, per forza di cose.

Venendo all’altra fazione, la scarsa assimilazione, l’ostilità dei clan più importanti della Cirenaica verso il governo centrale sono una storia antica, derivante come noto da un’unione imposta all’epoca del primo colonialismo e mai davvero digerita. Peraltro quel che colpisce oggi è la volontà di questi gruppi, non già di rivendicare una maggiore autonomia o la separazione, ma di sostituirsi ai gruppi dominanti e conquistare tutto il paese. La loro azione, per come si è palesata nell’ultimo mese, suscita altre perplessità. E’ noto che nei conflitti la propaganda si sovrappone alla realtà, che si usa demonizzare il nemico e moltiplicare i propri morti: nel Novecento una moltiplicazione per 5 e talvolta per 10 è stata una prassi. Ma qui siamo alla moltiplicazione per 100 o 200, a bombardamenti immaginifici accanto a quelli reali sulle loro postazioni, a racconti macabri quanto inverosimili. Insomma,  hanno raccontato un sacco di fandonie, funzionali a  fornire giustificazione all’attacco militare franco- anglo- statunitense. Un attacco che essi hanno invocato fin dall’inizio, benché abbiano mentito anche su questo aspetto. Si viene a sapere che agenti segreti inglesi sono all’opera a Bengasi da oltre un mese. Lo stesso i francesi, smaniosi di recuperare il terreno perduto per le rivoluzioni tunisina ed egiziana, che hanno cacciato i dittatori amici, e frustrati dal fallimento dell’Unione mediterranea patrocinata da Sarkozy. Ora, come agiscono le potenze coloniali non è certo un mistero. Eppure con queste potenze i clan cirenaici  hanno patteggiato cose inconfessabili come la svendita delle risorse del paese in cambio di appoggio militare e politico, la disponibilità a rendersi governo fantoccio della ipotizzata “nuova Libia”. Se così non fosse, perché mai insorti anelanti libertà dovrebbero andarsi a fiondare, come hanno fatto immediatamente, sugli impianti petroliferi occupandoli come fossero loro esclusiva proprietà? Sopra tutto, dalla fantasia di orde di mercenari africani essi sono passati al razzismo più ripugnante verso i neri (almeno un terzo della popolazione libica) ed a pogrom a danno di operai africani, uccisi a decine o costretti a nascondersi e fuggire, quando lo hanno potuto. Quante siano state le vittime di questa furia, forse non lo sapremo mai.

Che differenza con l’accoglienza riservata dai rivoluzionari tunisini ai profughi che si accalcavano alla loro frontiera! La stessa differenza che c’è fra una rivoluzione vera ed una lotta di potere fra clan rivali, disposti a tutto pur di farsi la forca. Una corrispondenza di Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della sera” ha raccontato con una certa efficacia l’ansia di vendetta del clan Maghrebi, da decenni in attesa di un’occasione per rifarsi sul clan rivale Gheddafi. Questa occasione è stata fornita dallo smacco subito dalle potenze occidentali in Egitto ed in Tunisia, offrendosi la possibilità di simulare una terza rivoluzione. Che appare invece tutt’altra cosa: una terribile lotta interna, che sfocerà in macelleria quando gli insorti giungeranno a Tripoli, protetti dagli aerei da guerra occidentali, se qualcosa o qualcuno – che allo stato delle cose può venire dal mondo arabo ed islamico - non li fermerà insieme ai loro demenziali proteggenti.