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(m.m.c. gennaio 2011)

Diffusa a macchia d’olio dalla Tunisia all’Egitto fino all’Algeria e allo Yemen, con una velocità e determinazione da nessuno previste, la rivolta araba contro le dittature mediorientali ha spaventato i loro grandi proteggenti, i governi occidentali, che si sono affrettati a correre ai ripari e, dopo alcune iniziali discrasie, a coordinarsi per parlare ad una sola voce: naturalmente quella degli Usa. Purtroppo, diversamente dalle cancellerie europee, a questi ultimi non manca la capacità di immaginare incognite ed ostacoli ai loro disegni colonialistici e di precostituire in anticipo mosse e carte di ricambio da giocare, se del caso, al momento opportuno. Vediamole per ora nelle due situazioni dove la rivolta è sfociata in insurrezione: la Tunisia e soprattutto l’Egitto.

Abbiamo appreso grazie a Wikileaks che, pur appoggiando il dittatore tunisino Ben Ali - il generale dell’esercito che spodestò con un golpe sponsorizzato da Usa ed Europa il vecchio Burghiba - ma non fidandosi dei suoi eccessi, da tempo Washington teneva in serbo la carta Ghannouchi. Costui, è bene ricordarlo, inizialmente ha tentato di subentrare a Ben Ali dopo la sua fuga, citando a sproposito la Costituzione (che invece, come in Egitto, prevede in caso di vacatio presidenziale l’interim del presidente del Parlamento, non del premier); poi ha formato un governo così detto unitario, composto per 2/3 da vecchi arnesi del regime, come lui stesso (che contemporaneamente si ricreava una verginità dimettendosi dal partito Rcd, il Raggruppamento costituzionale democratico di Ben Ali) e per il restante terzo da oppositori per modo di dire; e, non riuscendo la manovra per l’indignazione dei tunisini, che hanno indotto 4 aspiranti collaborazionisti a dimettersi, nei giorni scorsi ha centellinato le concessioni alla piazza via via che questa dimostrava la sua determinazione: scioglimento formale del vecchio partito, mantenendone però al potere alcune figure chiave, promesse di libertà di stampa, scioglimento del famigerato ministero dell’Informazione, mandati d’arresto per una trentina di familiari di Ben Ali, contestualmente al mandato d’arresto spiccato dall’Interpol contro il dittatore in fuga, promessa di indire libere elezioni - il cui termine è andato per altro spostandosi in avanti "perché la società si deve riorganizzare" - eccetera. E’ ovvio che ognuna di queste mosse è stata concordata con Washington, e così sarà in futuro. La via occidentale per la Tunisia sembra delineata abbastanza chiaramente: concessioni, il più morigerate e diluite possibile, assecondando secondo la situazione, o fingendo di assecondare, il cambiamento rivendicato dai tunisini affinché cambi il meno che si può; e soprattutto affinché l’estabilishment politico di ricambio e l’esercito, fra loro strettamente intrecciati, tengano sotto controllo la situazione: magari soddisfacendo gli appetiti di potere di vecchie formazioni nazionaliste e di sinistra ormai marginali, che non fanno più paura a nessuno (s’è già visto nel predetto tentativo di includerne rappresentanti nel governo) e tentando di marginalizzare l’attuale nemico dell’occidente imperialista, le forze islamiche. Che siffatto tentativo riuscirà o fallisca, dipenderà dalla tenacia della rivolta tunisina, dalla sua capacità di trasformarsi in rivoluzione organizzata, ed è uno scenario che appartiene al futuro breve.

Nel caso egiziano, la partita è più complicata anche nell’immediato perché la dittatura filo- occidentale di Mubarak è il secondo pilastro, insieme al regime sionista, della dominazione oppressiva e coloniale sull’intera regione: crollando un pilastro, rischia di franare anche il secondo e tutta la marcescente impalcatura. E l’estremismo nazionalista di Israele, che condiziona interamente la politica statunitense in Medio Oriente, non permette alla Casa Bianca di muoversi con la relativa agilità dimostrata finora nelle vicende tunisine. Si pensi all’ultima fase del negoziato Israele- Anp, dove la Casa Bianca di Obama ha mostrato di non avere più quel minimum di autorevolezza e capacità di condizionare il regime sionista che possedeva invece l’amministrazione Bush, tanto da non riuscire nemmeno ad ottenere una finta e parziale moratoria di 90 giorni nell’espansione coloniale ebraica. La dittatura sionista sulla Palestina ha bisogno di un’altra dittatura araba che la sostenga, che contribuisca a far camminare il cadavere Anp- Fatah come a stringere Gaza nella morsa punitiva, che collabori alla spoliazione, al genocidio e alla deportazione dei palestinesi, che divida il fronte arabo- islamico impedendo la nascita di governi indipendenti dall’asse occidentale, non per caso generoso fornitore di aiuti economici e militari ad entrambi i regimi. Per questo Israele fino all’ultimo non mollerà il fiancheggiatore Mubarak. Se il dittatore dovesse infine cadere, esigerà con gli Usa la continuazione della dittatura militare in Egitto imponendo una "carta di ricambio" del tutto finta, che non cambi un bel niente.

La carta privilegiata di finto ricambio non è oggi Mohammed el Baradei, scelto dalla opposizione laica come portavoce ed accettato come mediatore anche dai Fratelli mussulmani; bensì Omar Suleiman, il capo dei servizi egiziani che ha guidato la feroce repressione contro le forze islamiche - anzitutto gli stessi Fratelli mussulmani, alleati di Hamas, nonché le formazioni sunnite rappresentate da Jihad e Gama’a Islamiya – che Mubarak ha nominato vice presidente "lasciando intendere che, se riuscirà a riportare l’ordine e garantire la transizione verso le elezioni di settembre, diventerà il nuovo Faraone" – così scrive su "La Stampa" di ieri, 30 gennaio, uno dei tanti apologeti dell’asse Us- israeliano, Maurizio Molinari. "Anche perché Suleiman non è considerato corrotto. ‘E’ l’unico a fare da ponte fra militari e Intelligence’ – continua citando le parole del direttore di Middle East Institute di Londra, Robert Springborg – e ha in mano il controllo della politica senza mai essersi sporcato le mani’". Aggiunge Molinari, non nascondendo l’ammirazione, che "il prestigio di cui /Suleiman/ gode a Washington è dovuto al fatto che è uno dei pochi zar dell’Intelligence araba che può vantare di avere messo sulla difensiva i jihadisti. Il merito /sic/ è dei metodi spietati con cui li bracca: retate, torture, esecuzioni sommarie e una massiccia presenza militare nelle zone dei focolai…". Cara non sporcarsi le mani! Contemporaneamente al vice presidente Suleiman, Mubarak ha designato come premier Ahmad Shafiq, già capo dell’aeronautica militare, e come ministro dell’Interno Mahmoud Wagdy, in luogo dello screditato Ibrahim el Adly: dunque un altro uomo delle forze armate – Wagdy è un generale da poco pensionato- a capo della polizia.

La nomina di questi personaggi, destinati a porre la transizione sotto lo stretto controllo delle forze armate e dei servizi, le due colonne portanti della dittatura, è stata certamente concordata fra Mubarak e lo staff di Obama. L’indomani del 25 gennaio, inizio dell’insurrezione popolare, il capo di Sm generale Sami Hafez Enan si è precipitato a Washington, per farne precipitosamente ritorno nel ‘venerdì della collera’ onde- s’immagina facilmente- farsi latore delle direttive di Washington. Nelle quali l’unico aspetto positivo per il popolo è la raccomandazione di non impiegare più la forza contro i dimostranti, almeno quella dell’esercito, affermata da Obama, dalla Clinton e ripetuta da un portavoce delle forze armate egiziane. Non penso proprio che ciò sia dovuto ad umanitarismo – come strillano le bertucce obam- rincitrullite di casa nostra- quanto piuttosto al disegno che la transizione sia controllata dai militari senza che il popolo egiziano si rivolti anche contro di loro. Oggi, ultimo giorno del mese, Mubarak ha fatto subitaneo eco all’invito statunitense di promettere la mancata ricandidatura alle presidenziali del prossimo autunno, cui mancano all’incirca otto mesi. Se la piazza non accetterà altri 8 mesi di Mubarak, gli sarà fatto subentrare il capo dei torturatori Suleiman, presentato come "concessione". Brrr. Il quale Suleiman, facendo a sua volta eco ad Obama- Clinton, annuncia la disponibilità a discutere le modifiche costituzionali con portavoce delle opposizioni. Dunque Washington accontenta Israele, prende tempo, di fatto candida l’esercito a subentrare al dittatore che ne è stato espressione, auspicando che la rivolta si plachi e le carte di ricambio da transitorie divengano perpetue. Come per la Tunisia, cercherà in ogni modo di marginalizzare i Fratelli mussulmani, alleati di Hamas, e le altre forze islamiche, comunque queste si muovano, qualunque sia il loro progetto: il marchio di "fondamentalismo", per quanto immeritato, sarà l’utile paravento per tentare a loro danno qualunque discriminazione e schifezza, perché per l’asse Washington- Tel Aviv- Bruxelles il nemico da battere, che ha sostituito il comunismo, è l’Islam. Se non si comprende questo, non si comprende nulla del Medio Oriente.

Se questo è il piano dell’asse US- israeliano, con Europa al carro – fingere di assecondare il cambiamento perché nulla cambi- fortunatamente non è affatto detto che riesca. L’aver ottenuto la temporanea cessazione della violenza repressiva è un primo risultato dell’insurrezione, che potrà prendere fiato, quindi rafforzarsi, senza subire a breve – speriamo sia vero- altri bagni di sangue oltre alle 150, o forse più, vittime falciate dal fuoco di Stato nei primi giorni di insurrezione. Ciò potrebbe forse innescare un processo di fraternizzazione effettiva con il popolo in rivolta, non di tutto l’esercito naturalmente ma di parti di esso, mettendone in difficoltà la eterodirezione. Si pensi cos’era l’esercito turco prima del governo Erdogan e quali passi avanti ha fatto il lealismo in soli 7 anni. Un altro risultato sarà dato certamente dalle elezioni, se non verranno annullate o taroccate del tutto: si ricordi in proposito che nel 2005, nell’unica tornata semi- regolare di elezioni egiziane, "concessa" dal regime su pressione Usa (che poi se ne pentirono) i Fratelli mussulmani ottennero il 18% nonostante la condizione di quasi clandestinità in cui la repressione li aveva confinati. Un terzo fattore è l’estensione della rivolta contro le dittature, quell’effetto domino che tanto spaventa i colonialisti quanto, evidentemente, può fare da carburante ad una vera rivoluzione indipendentista, che può cambiare la faccia all’intera regione mediorientale.