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m.m.c. - novembre 2010))

Brescia, piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Nel corso di una manifestazione sindacale lo scoppio di una bomba lasciò sul selciato 8 morti e 94 feriti. Una ferita devastante per la città ed il paese intero, episodio centrale di quello stragismo, fondamentale nella guerra politica anticomunista guidata dagli Usa che si fa partire comunemente dalla ‘madre di tutte le stragi’, piazza Fontana, ma le cui origini vengono da più lontano: dal 1° maggio 1947, la strage di Portella delle Ginestre, compiuta dal ‘bandito americano’ Salvatore Giuliano e dalla sua banda, anch’essa diretta con furia selvaggia contro una manifestazione della Cgil: per ordine dei suoi padroni, come spiegava e soprattutto dimostrava, allineando le emersioni ed interpretandole politicamente, "l’Unità" ed il Partito comunista che, allora all’opposizione, la controinformazione la faceva sul serio, e bene. Per rifugiarsi in seguito, come tutti, nel lamento su indefiniti “misteri d’Italia” e nella  invocazione sterile “si faccia luce”, rivolta ad uno Stato che nessuna luce vuole fare, perché vi è dentro fino al collo.

Ed ecco l’assoluzione degli imputati, pronunciata dalla magistratura il 16 novembre al termine del terzo processo sulla strage, dopo 2 anni di dibattimento, 166 udienze, migliaia di testimonianze ascoltate, il tutto sostanzialmente silenziato dagli organi d’informazione, svegliatisi d’improvviso per riferire l’esito assolutorio con i consueti sospiri sui “misteri d’Italia” che non si svelano mai. Il pensiero corre al lavaggio della piazza con idranti, ordinato subito dopo la strage dal vice questore Aniello Diamare, che cancellò importanti tracce, prodromo di altri lavacri –meno materiali ma tutt’altro che virtuali- cancellazioni e rimozioni tutte pregne di effetti, in sede giudiziaria come in sede storica. Corre agli imputati, a vario titolo, per concorso nella strage di piazza della Loggia ora assolti: Carlo Maria Maggi, partecipante al convegno dell’istituto Pollio all’hotel Parco dei Principi nel maggio 1965, dove si andò delineando la strategia della tensione, non ad opera di eversori ma dei vertici delle forze armate, indicato come agente del Mossad, incriminato e puntualmente assolto nei processi sulle stragi di piazza Fontana e della Questura di Milano con i coimputati; Delfo Zorzi, favorito e protetto dalla famigerata struttura coperta del Viminale - gli Affari riservati - diretta da Umberto Federico D’Amato; Pino Rauti, ex segretario del Msi, partito contiguo ai vertici delle forze armate e di sicurezza, per così chiamarle; Maurizio Tramonte, informatore dei servizi col criptonimo ‘Tritone’, che inviava rapporti dall’interno della struttura nera insieme ad altre spie, come l’infiltrato Cia Carlo Digilio; il generale dei Cc Francesco Delfino, all’epoca in forza a Brescia. Conclusione logica: come potrebbero essere eversori costoro? Impiegati di Stato si direbbero piuttosto, l’ultimo dei quali a tutti gli effetti, per questo coperti e protetti.

Era appena accaduto, il 1° maggio 1974, il colpo di mano militare in Portogallo, che si ricorda come ‘la rivoluzione dei garofani’, nella vicina Spagna ed in Grecia il potere delle dittature filo- americane vacillava, l’autunno precedente nel Medio Oriente era esplosa la guerra del Kippur. L’asse Usa- Israele, dominante nel Mediterraneo, temeva ripercussioni da questi eventi, come spiega su questo sito Luigi Cipriani. Uno dei pochi nella sinistra a capire e spiegare che il mandante interno e quello estero non si debbono contrapporre, anzi, si debbono integrare quasi come arcate di uno stesso ponte, e non si comprende la strategia stragista, tanto più dal 1974, se non si vedono assieme i protagonisti di Roma e di Washington. Perché non viviamo l’epoca degli Stati nazione, isolati l’uno dall’altro; viviamo in un Paese inquadrato nella Nato il cui governo effettivo, da oltre sessant’anni, non siede a Roma ma a Washington. Stragi di Stato, dunque, ed allo stesso tempo stragi Nato, perché “destabilizzare per stabilizzare” serviva ad entrambe le entità, compenetrate fra loro. Ecco perché il terzo processo sulla strage di Brescia non è approdato a nulla, come i precedenti due e come i processi sulle altre stragi, nonostante le emersioni, la buona volontà di alcuni pm, le ammissioni postume circa le responsabilità politiche italo- americane di due governanti di primo piano come Paolo Emilio Taviani e Francesco Cossiga e quelle del dirigente dei servizi Gianadelio Maletti, riparato in Sudafrica.

Caduto il comunismo, l’America ha individuato il suo nuovo nemico nel radicalismo islamico contro il quale conduce guerre convenzionali e non convenzionali, come allora; e come allora si trascina dietro, fra gli altri paesi sottomessi, l’Italia. Ed ecco puntuali gli stessi ostacoli frapporsi all’inchiesta ed al processo sul sequestro a scopo di tortura dell’imam Abu Omar. Bersagliato da lamentazioni ed invettive statunitensi, ostacolato dal segreto di Stato invocato egualmente dal governo Prodi e dal governo Berlusconi, il processo si è concluso in primo grado con la condanna degli agenti e funzionari Cia accusati del sequestro – ovviamente latitanti – ma non del loro responsabile, Jeff Castelli, né dei dirigenti del Sismi, Nicolò Pollari e Marco Mancini.

In dirittura d’arrivo il processo di secondo grado, l’accusa sostenuta dal pg Piero De Petris chiede la condanna anche di costoro e l’inasprimento delle pene per i già condannati, fra i quali Robert Selton Lady. All’apertura del processo, l’11 ottobre, è pervenuta ai giudici una lettera del guardasigilli Angelo Alfano contenente “l’auspicio” governativo che essi si attengano alla volontà statunitense, nella specie all’interpretazione del procuratore militare Roger Welsh, che nega la giurisdizione italiana sul crimine commesso in Italia, come si addice ad un protettorato, e la rivendica agli Usa. La lettera del ministro – notare la finezza- è stata inviata per conoscenza all’ambasciata americana!! Potrà il procuratore, in queste condizioni, convincere i giudicanti che “ogni singola sparizione offende lo stato di diritto”, potrà mai accadere il miracolo di veder condannati i servizi italiani per una delle loro malefatte e, miracolo anche più grande, il loro direttore generale, la Cia?