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(m.m.c. - maggio-giugno 2010)

Nonostante la martellante propaganda occidentale, nonostante la "manovra a tenaglia" contro l’Iran, l’annosa battaglia ingaggiata dall’asse israelo- americano per garantirsi il monopolio nucleare e la sottomissione del Medio Oriente pare ancora lontana dal successo.

Lo Start 2 firmato in aprile, elemento centrale della retorica obamiana, è apparso come una ripetizione un po’ scolorita dello Start 1, egualmente concepito per rilanciare il Tnp ad esclusivo vantaggio delle potenze vittoriose nel conflitto mondiale. Il risultato fu, come noto, l’eliminazione di testate obsolete e massicci investimenti per sostituirle con altre più micidiali ed apparecchiature più sofisticate: lo ha fatto la Russia (anche scroccando fondi all’Europa), l’hanno fatto la Francia, la Cina, vistosamente gli Usa e, in silenzio, Israele. Nessun impegno concreto a carico delle potenze coloniali, nessun controllo è stato previsto nei negoziati Start né nella due giorni di Washington di metà maggio, cui oltre tutto non ha partecipato Israele, che ha preferito affidare all’alleato- protettore il compito di stornare l’attenzione da sé per convogliarlo sull’Iran. Le vacue ed ipocrite asserzioni sulla necessità di limitare le armi nucleari sono state coperte così da più squillanti proclami contro l’Iran: l’unico fra i contendenti a non disporre a tutt’oggi di alcun ordigno di quel tipo (il senso del ridicolo è estraneo ai consessi dominati dagli Usa). I cori guerrieri sono stati rilanciati in sede Onu, a New York. Tuttavia, nonostante gli sforzi del condiscendente Ban Ki Moon, o le sceneggiate con uscita dall’aula dei vassalli europei (sempre a corto di argomenti) mentre parlava il presidente iraniano, l’assise è finita con la votazione a maggioranza di un documento arabo, richiedente la denuclearizzazione del Medio Oriente a cominciare dalla sottoposizione della potenza nucleare regionale, Israele, ai controlli dell’Aiea. E’ finita cioè con la vittoria della linea turco- iraniana, che punta come obiettivo strategico non già a costruire altre bombe ma a denuclearizzare l’area ed a superare l’impunità per lo stato sionista. Se pure la votazione non avrà risultati concreti nel breve futuro, il significato politico e lo smacco per l’asse Washington- Tel Aviv è stato evidente, non per caso silenziato dagli organi d’informazione europei.

L’asse predetta ha pareggiato, com’era prevedibile, in sede di Consiglio di sicurezza, ottenendo il varo del 4° pacchetto di sanzioni contro Teheran. Anche questa vittoria ha un significato politico più che pratico e potrebbe avere una breve durata. Primo, perché la firma delle potenze asiatiche è stata accordata alla condizione di perseguire la via diplomatica e della pressione economica anziché la via militare (cioè, in caso di attacco, le sanzioni perderebbero valore). Secondo, perché tali potenze hanno interessi divergenti rispetto a quelli occidentali e probabilmente le eluderanno, come in passato. Particolarmente la Cina ha tenuto un comportamento al colmo dell’ambiguità: ha elogiato l’accordo intercorso fra Brasile, Turchia ed Iran sull’arricchimento dell’uranio, ha partecipato alle iniziative iraniane di critica all’occidente, mentre sollecitava sostanziose contropartite economiche (diritti di estrazione in Arabia, tranquillità sulle concessioni minerarie in Afghanistan), benché non presentate come tali, infine ha aderito alle sanzioni, premendo per ammorbidirle e continuando a comiziare sulla pace nel mondo. Un vero Millepiedi, la Cina, che vedrà di sfruttare le contropartite ed al tempo stesso di continuare a negoziare con Teheran, come ha sempre fatto. In terzo luogo, il pacchetto ed i toni arroganti della Clinton hanno infastidito gli alleati di Teheran, particolarmente la Turchia, e questo avrà conseguenze. Ha infastidito anche altri paesi, come il Pakistan, che ha atteso il varo del pacchetto di sanzioni per siglare con l’Iran un importante accordo economico. Che le sanzioni sarebbero state poco più che simboliche lo avevano preventivato gli stessi membri dell’amministrazione americana, che da tempo sollecitano l’Europa a varare misure punitive più efficaci di quelle ottenibili in sede Onu.

Finora un pareggio, dunque. Ecco allora risollevarsi i venti di guerra, opportunamente sbandierati, sotto forma di negoziati con l’Arabia per la concessione del "corridoio" funzionale all’attacco, negato dalla Turchia; di movimenti delle forze Nato stanziate in Afghanistan al confine con l’Iran e, soprattutto, dell’arrivo nel Golfo Persico di una flotta composta da 12 navi statunitensi, fra le quali una portaerei, per proteggere i sottomarini israeliani a testata nucleare. Messaggio eloquente: il monopolio nucleare in Medio Oriente spetta ad Israele, in barba ai deliberati in sede Onu, chi lo tocca "la pagherà cara", come ha ripetuto la Clinton.

In tutto ciò colpisce che nessuna delle controindicazioni che si oppongono all’attacco occidentale contro l’Iran ha perso valore (leggile in Un mondo senza nucleare (iraniano), in questa Rubrica, ottobre 2009), particolarmente dal punto di vista americano, anzi i mesi trascorsi ne hanno prodotte altre ancora. L’impantanamento della missione coloniale in Afghanistan si è aggravato al punto da aver costretto i comandi a rinviare l’assalto a Kandahar, previsto per questo mese di giugno, a data da destinarsi; mentre risulta che i Talebani abbiano ripreso il controllo di Maryah, a dispetto delle grida di vittoria del generale McChrystal. Questi, come noto, si è dimesso nei giorni scorsi a seguito di una "gaffe" difficile da credere, con probabilità per non sapere egli come cavarsela pur dopo avere ottenuto l’oltre triplicamento delle forze di occupazione. Ora, Iran sciita ed Afghanistan talebano non si sono mai amati: ma, visti anche i movimenti di truppe ai suoi confini, un attacco israelo- americano contro l’Iran potrebbe sortire il risultato di un’alleanza tattica fra i due paesi, gravida di conseguenze spiacevoli per Washington, che si aggiungerebbero a quelle- scontate- della perdita di posizioni nell’Iraq a maggioranza sciita.

Anche le incognite militari dell’ipotizzato attacco sembrano lontane dall’essersi diradate. Fallita la campagna di delegittimazione del presidente Ahmadinejad, l’apparato militare iraniano resta difficile da permeare, le informazioni non sono ritenute sufficienti e restano le incognite: a metà maggio il dipartimento di Stato ha duramente ripreso due scienziati, George Lewis e Theodore Postol che, studiando i test, hanno rilevato come i missili intercettori statunitensi non sarebbero in grado, nella maggioranza dei casi, di colpire la testata ma sovente il corpo del missile (talvolta neppure quello), con il rischio di colpire obiettivi estranei o americani.

I preparativi di guerra rispondono però ai desiderata di Israele che, ora più che mai, appare il maggior ispiratore della politica statunitense, quasi il vero titolare della Casa bianca. Il titolare ufficiale, impalliditi i successi di una campagna elettorale ormai lontana, appare una personalità debole, incapace di far seguire fatti alle proprie parole e talvolta perfino di farsi rispettare. Basti ricordare i proclami sulla pace israelo- palestinese con l’invito al governo di Tel Aviv di sospendere la colonizzazione, seguito da un tale intensificarsi della stessa, proprio durante la visita dell’inviato statunitense, da far arrabbiare qualunque esponente politico avente qualche dignità, anche di minor peso: non Obama che, incassato lo schiaffo, s’è adeguato prontamente, quasi Netanyahu fosse il suo capufficio. Eppure si è verificato un certo isolamento internazionale di Israele in conseguenza dell’aggressione stragista contro Gaza di un anno e mezzo fa, e del recentissimo assalto alla nave umanitaria Mavi Marmara, che cercava di spezzare l’assedio di Gaza, con l’uccisione di 9 cittadini turchi: fatti dai quali è ripartita una campagna di boicottaggio e disinvestimento, per la prima volta consistente, contro Israele. Molti nel mondo sono indignati per l’assedio di Gaza, gli assalti, le vessazioni ed i furti di terra palestinese, la Casa Bianca invece premia Netanyahu con un invito alla Casa bianca per i primi di luglio.

Accanto all’alleanza con Israele, ben deciso a mantenere il monopolio nucleare per terrorizzare la regione, l’accanimento statunitense contro l’Iran ed i preparativi di guerra si spiegano anche o soprattutto con l’impossibilità per gli Usa di accettare che i propri ordini non vengano eseguiti; che gli imponenti sforzi sostenuti per americanizzare la regione e quindi rovesciare il sistema iraniano (dalle campagne propagandistiche al sostegno a minoranze politiche ed organizzazioni terroristiche, alle operazioni coperte ) sono stati in gran parte infruttuosi; che l’esempio iraniano – proseguire sulla propria strada senza curarsi dei desiderata occidentali, talvolta facendosene beffe - trovi imitatori, affrettando il declino della potenza statunitense. Una sorte probabilmente inevitabile che gli Usa faranno di tutto per fermare, a costo di immani sfracelli.