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(e.m. - marzo-aprile 2010)

La legge elettorale. In Iraq,il percorso che porta alle elezioni è sempre accidentato, costellato di scorrettezze, manovre e colpi bassi, nonché accompagnato da un sanguinoso contorno di violenze e attentati. Innanzitutto, il Parlamento iracheno incontra grandi difficoltà ogni volta che si reputa necessario elaborare una nuova legge elettorale. E’ quanto accade anche in occasione delle elezioni legislative del 2010: la data del voto, inizialmente prevista per il 30 gennaio, slitta fino al successivo 7 marzo soprattutto per le difficoltà connesse all’approvazione e all’entrata in vigore della nuova legge elettorale. Infatti i diversi gruppi etnico- religiosi in cui l’occupazione Usa ha scientemente frantumato l’Iraq, l’un contro l’altro armati e fautori dei propri interessi settari più che di quelli nazionali, se presenti in Parlamento, tendono ovviamente a pretendere disposizioni di legge che dal punto di vista elettorale possano favorirli e danneggiare gli avversari (invece le componenti che, per loro scelta o per ostracismo, non sono rappresentate a livello parlamentare, ricorrono spesso all’arma della violenza per condizionare i comportamenti elettorali di politici e normali cittadini). I gruppi etnico religiosi presenti in Parlamento usano anche il proprio assenso all’approvazione e all’entrata in vigore della legge come merce di scambio per ottenere contropartite d’altro genere sia dal governo in carica sia dagli onnipresenti Usa e dall’Onu (ad es., i kurdi approfittano della circostanza per tentare di ottenere una maggiore autonomia politica e decisionale, specie in campo petrolifero, o riconoscimenti sui territori ‘contesi’).

Nemmeno l’approvazione parlamentare della legge elettorale risolve sempre i problemi, come nel presente caso in cui, dopo una prima, faticosa, approvazione della legge, il vice presidente Tariq al Hashimi, sunnita, pone il veto sul testo adducendo la troppo scarsa rappresentanza concessa agli iracheni rifugiati all’estero (osservazione condivisa per altro anche al presidente Talabani) e impedendo la ratifica della legge da parte del Consiglio di presidenza. Il Parlamento rimaneggia il testo in un modo che però non tiene nel debito conto le osservazioni di al Hashimi e, per di più, pare danneggi i sunniti a vantaggio dei kurdi, quindi non ha alcuna possibilità di ottenere la ratifica. Infine, il 6 dicembre 2009, si arriva alla terza approvazione di un testo di legge che passa col voto favorevole di tutti i deputati presenti, 138 (il quorum minimo) su 275. Le insistenze dell’Onu, le minacce e le blandizie degli Usa accompagnano e stimolano ad ogni momento il tormentato iter della legge. Per tentare di accontentare tutti, la nuova legge elettorale aumenta il numero dei seggi parlamentari da 275 a 325, dei quali 310 sono distribuiti tra le province, 7 sono seggi nazionali di compensazione, 8 sono da attribuirsi alle minoranze (cristiani, yazidi, sabei- mandei, shabak).

Le manovre del premier. In vista delle elezioni, Nouri al Maliki continua nel tentativo di accreditarsi come un leader nazionalista, non confessionale, fautore di un Iraq stabile, sicuro, indipendente e sovrano, ben consapevole che questa immagine di sé gli ha garantito il successo alle elezioni provinciali del 31 gennaio 2009. Così perfeziona il suo allontanamento dalle altre forze sciite che, insieme al suo Dawa nell’Alleanza irachena unita, hanno vinto le elezioni legislative del 15 dicembre 2005 e hanno in seguito consentito la formazione del suo governo. Le altre forze sciite – principalmente il Consiglio supremo islamico iracheno (Siic, ex Sciri), il movimento sadrista, Fadhila, la formazione dell’ex premier Jafari transfuga dal Dawa, Chalabi che, abbandonato dagli americani, è ora protetto dall’Iran – si presentano insieme nell’Alleanza nazionale irachena (Ina).

L’allontanamento tra il Siic (attualmente guidato da Ammar al Hakim dopo la morte del padre, Abdul Aziz al Hakim, avvenuta nell’agosto 2009) e il Dawa di Nouri al Maliki è dovuto in gran parte a pura e semplice rivalità per il potere. Ma è dovuto anche a una diversa visione della struttura statale: fortemente decentralizzata per il Siic (che ai tempi di Abdul Aziz al Hakim si è spinto fino a caldeggiare, nel sud dell’Iraq, una macroregione sciita di fatto indipendente, anche se ora sembra aver abbandonato questa prospettiva estrema); nazionalista, unitaria e centralizzata per il Dawa. Infine il distacco tra i due partiti sciiti è dovuto a una diversa visione dei rapporti internazionali: uno stretto legame con l’Iran per il Siic (come per le altre forze riunite nell’Ina), mentre al Maliki ostenta una astuta quanto ardua equidistanza tra Iran e Usa, che cela una sostanziale dipendenza – per molti versi – da questi ultimi. L’inasprirsi dei rapporti tra Usa e Iran non può, in definitiva, non tradursi in un parallelo inasprirsi dei rapporti tra Dawa e Siic.

Dal canto loro e per inciso, il Siic e le altre forze riunite nell’Ina hanno certo in comune il forte legame con Teheran; anzi l’Ina nasce con il patrocinio dell’Iran, che teme la dispersione in molteplici fazioni rivali della componente sciita irachena, la conseguente possibile perdita del predominio politico di quest’ultima e, insieme, la perdita dell’influenza iraniana sull’Iraq. Ma, a parte ciò, le forze dell’Ina sono ben lontane dal costituire una coalizione organica e coesa. In primo luogo, pur nella comune fedeltà a Teheran, mentre il Siic sostiene la teoria del velayat- e- faqih, che si traduce nel predominio politico della guida suprema e del clero sciita, i sadristi ne sono alieni. In secondo luogo, Moqtada al Sadr e Fadhila – gruppo di ispirazione sadrista – hanno una visione nazionalista e unitaria dell’Iraq, contraria a quella del Siic. Infine, fatto ancor più determinante, Siic e sadristi si sono combattuti sanguinosamente fino a poco tempo fa per le strade di mezzo Iraq, attraverso le loro milizie (Brigate Badr e Esercito al Mahdi).

Torniamo a Nouri al Maliki, che si presenta con la sua coalizione, l’Alleanza per lo stato di diritto, come già alle elezioni provinciali del 2009. Egli vede se stesso e il suo partito Dawa come il perno della coalizione che però, nelle sue intenzioni, dovrebbe attrarre altre formazioni, anche sunnite e kurde, di ispirazione nazionalista e lontane dal confessionalismo, nonché politici indipendenti e stimati orientati nello stesso senso. Il tentativo non si può definire riuscito: al Dawa si aggregano quasi esclusivamente figure di secondo piano legate al premier da vincoli clientelari, leader tribali – anche sunniti, cristiani o kurdi – interessati più che altro agli affari e al potere. In definitiva, al di là del Dawa, l’Alleanza per lo stato di diritto è un’accozzaglia di soggetti privi di qualsiasi visione politica comune. Una analoga manovra riesce meglio a Iyad Allawi – lo sciita ex baathista nemico di Saddam Hussein ed esule sotto il suo regime, l’uomo dei servizi angloamericani posto da Bremer a capo del governo provvisorio nel 2004 (cfr, in dossier Iraq, il cap. “Escalation militare americana e risposta irachena, nota 8 giugno 2004 e il cap. “Il passaggio dei poteri”) – che da molto più tempo di al Maliki si è staccato dai partiti confessionali, si è dato una riverniciata nazionalista e secolare. Allawi riesce a calamitare intorno a sé e al suo programma laico, in una coalizione denominata Iraqiya, gruppi e notabili – anche sunniti e kurdi – riconosciuti e rappresentativi (ad es., il Fronte iracheno per il dialogo nazionale di Saleh al Mutlaq – che nel Parlamento uscito dalle elezioni del 15 dicembre 2005 conta su 11 deputati – e diversi membri dei Consigli del risveglio).

Nouri al Maliki, tuttavia, può approfittare spregiudicatamente della sua posizione di premier per colpire i suoi avversari politici. Si può leggere facilmente in termini di tornaconto elettorale per il premier la campagna d’arresti di sunniti per un verso o per l’altro “scomodi” definiti sbrigativamente “takfiri” o “baathisti”: campagna iniziata per tempo, a settembre 2009. Ancora, nei primi giorni del 2010, la Commissione per la giustizia e la responsabilità esclude dalle elezioni 15 partiti sunniti e/o nazionalisti col pretesto che avrebbero legami con il Baath: l’escluso più noto è proprio il Fronte iracheno per il dialogo nazionale di Saleh al Mutlaq, che fa parte come abbiamo visto della coalizione di Allawi. Alla fine i candidati esclusi dalle elezioni ad opera della Commissione per la giustizia e la responsabilità risulteranno essere quasi 500, molti dei quali riferibili a Iraqiya; i ricorsi da loro esperiti ne ridurranno il numero a 145, che resta pur sempre assai elevato. La Commissione per la giustizia e la responsabilità è la reincarnazione, sotto mutate spoglie, della vecchia e famigerata Commissione suprema per la debaathificazione: ora ha cambiato nome, ma ne ha conservato sostanzialmente gli obiettivi, lo spirito settario, fin anche lo stesso Direttore esecutivo nella persona di Ali al Lami (uomo di Chalabi, è stato accusato tra l’altro di aver fatto parte degli squadroni della morte sciiti e per questo ha trascorso circa un anno in un carcere gestito dagli americani).

Con il movimento sadrista, terminata una fase iniziale di sostegno che Moqtada gli ha riservato, Nouri al Maliki non ha mai usato la mano leggera, specie nell’imminenza delle elezioni. Ricordiamo la “Carica dei cavalieri”, la spedizione armata guidata dallo stesso premier che a fine marzo 2008, in vista delle elezioni provinciali, intendeva distruggere i rivali sadristi nelle loro roccaforti dell’Iraq meridionale (cfr, in dossier Iraq, il cap. “La gestione della sicurezza passa alle autorità irachene”, note 26 marzo 2008 e seguenti). Questa volta l’attacco non è cruento ma subdolo: un mandato di arresto contro Moqtada al Sadr. L’accusa è vecchia, riguarda le presunte responsabilità di al Sadr nell’uccisione di Majid al Khoei, avvenuta a Najaf nell’aprile del 2003 (cfr, in dossier Iraq, il cap. “La seconda guerra del golfo”, nota 10 aprile 2003). Nel 2004 Paul Bremer, per questa vicenda, aveva ordinato l’arresto di Moqtada al Sadr (cfr, in dossier Iraq, il cap. “Escalation militare americana e risposta irachena”, nota 6 aprile 2004), scatenando la rivolta dell’Esercito al Mahdi. Il mandato d’arresto era rimasto senza effetto e, di fronte alla crescente popolarità del leader sciita, fu infine lasciato cadere. Ora l’accusa viene ripresa. La televisione al Arabiya è la prima a darne notizia il 1 marzo 2010, ma viene smentita; il giorno successivo, però, A.P. afferma di aver ottenuto una copia del provvedimento, datato 7 febbraio 2010, da un alto funzionario governativo. Sempre secondo A.P., l’autenticità del documento sarebbe confermata anche dal vice ministro dell’interno responsabile per la polizia, mentre la Corte suprema si sarebbe limitata a un no comment. Anche i sadristi confermano l’esistenza del mandato, mentre il portavoce governativo al Dabbagh afferma che né il governo né al Maliki ne sanno qualcosa. Comunque sia, il riesumare questa vecchia storia mai chiarita a pochi giorni dalle elezioni potrebbe danneggiare Moqtada al Sadr: o, almeno, qualcuno lo spera.

Armi in cambio di voti. La caccia al sunnita non può non destare reazioni e può accadere che queste colpiscano il premier nel modo e momento per lui meno indicato. Dall’agosto 2009 il servizio segreto iracheno, l’Inis (Iraqi national intelligence service), è stato privato del suo capo Mohammed al Shahwani e, via via, di 19 agenti, tutti silurati da Nouri al Maliki con la solita accusa di essere stati membri del Baath; in realtà, perché non erano proni ai suoi ordini, a detta dell’ex portavoce dell’Inis Saad al Alusi. Ora, sotto elezioni, arriva la ritorsione. Il 28 febbraio 2010, il quotidiano britannico Guardian pubblica un’inchiesta su come il premier iracheno abbia regalato armi ai leader tribali di Nassiriya, Amada e Diwaniya, in cambio di voti. L’inchiesta si basa proprio su una denuncia dell’ex portavoce dell’Inis Saad al Alusi, che accusa al Maliki di aver convertito un’ordinazione statale dalla Serbia di 8.000 fucili destinati alle forze di intelligence in un’ordinazione di 10.000 pistole poi donate, a titolo personale, ai notabili delle tribù del Sud che il premier intende accattivarsi per averne sostegno elettorale. Debolissima la difesa dell’entourage di Nouri al Maliki, che non nega la sostanza dei fatti: si tratterebbe di “regali” fatti ai leader tribali “per il loro contributo dato alla sicurezza”. Anche i meno maliziosi possono sospettare che il premier non sia affatto sicuro di riportare una vittoria nel sud dell’Iraq, quindi corra ai ripari a modo suo.

Affluenza alle urne. Il 7 marzo 2010 si presenta alle urne il 62% degli iracheni: una percentuale decisamente più alta di quella (51%) registrata alle elezioni provinciali del 2009, ma notevolmente più bassa di quella (79,63%) riscontrata alle elezioni legislative 2005. La lettura delle percentuali dei votanti provincia per provincia è più illuminante: l’affluenza alle urne è buona nelle province kurde e sunnite, in vistoso calo nelle province sciite e nella capitale. Le punte di maggior affluenza, 73% o più, si registrano nelle tre province kurde, in quella ‘contesa’ di Taamim (capitale Kirkuk) e in quella sunnita di Salaheddin (capitale Tikrit); le altre province sunnite registrano un’affluenza del 60% o più. A Baghdad e a Bassora l’affluenza è sotto la media, nella provincia sciita di Maysan arriva appena al 50%. La sorpresa più deludente è data dal voto degli iracheni rifugiati all’estero, della cui rappresentanza tanto si è discusso in sede di approvazione della legge elettorale; ci si aspettava un milione di votanti, mentre questi sono solo 272.016. La diminuita affluenza al voto nelle zone sciite è un campanello d’allarme sia per l’Ina che per la stessa coalizione del premier.

I risultati elettorali. Lo spoglio delle schede avviene con la solita lentezza, caratterizzandosi da subito per un testa a testa fra le coalizioni guidate da Allawi e da al Maliki. Ognuno dei due leader, quando è superato dall’altro nei risultati provvisori, grida ai brogli, dichiara che non si rassegnerà a risultati che lo penalizzino, evoca esplicitamente lo spettro della violenza. Al Maliki, quando subisce l’ultimo sorpasso da parte di Allawi e lo spoglio ha già raggiunto il 95% delle schede, chiede il riconteggio dei voti, che la Commissione elettorale per altro gli nega. L’Ambasciatore statunitense a Baghdad Christopher Hill e il comandante in capo delle forze Usa in Iraq, generale Ray Odierno, ritengono necessario convocare il premier uscente, probabilmente per scongiurare un suo ricorso alla violenza in caso di sconfitta, come racconta un anonimo funzionario presente all’incontro. I risultati definitivi (ma non ancora ufficiali: per esserlo, dovranno essere certificati dalla Corte suprema federale) si hanno solo il 26 marzo 2010 e sanciscono una risicata vittoria per Iraqiya: 91 seggi contro gli 89 dell’Alleanza per lo stato di diritto. Al terzo posto l’Alleanza nazionale irachena (Ina) con 70 seggi, gran parte dei quali dovuta alla componente sadrista: il Siic, infatti, conquista solo 18 seggi. Segue la Kurdistan alliance ( che comprende anche i due maggiori partiti kurdi, Upk e Pdk) con 43 seggi.

Se esaminiamo la distribuzione dei seggi nelle province, notiamo che Iraqiya di Allawi predomina nelle province di Anbar (11 seggi su 14 seggi totali), di Salaheddin (8 su 12), di Diyala (8 su 13), di Ninive (20 su 31). A Taamim, la provincia con capitale Kirkuk, Allawi prevale per un soffio in termini di voti sulla Kurdistan alliance, ma in termini di seggi entrambe le formazioni sono alla pari, a quota 8.

L’Alleanza per lo stato di diritto di al Maliki prevale nelle province di Bassora (14 seggi su 24 totali), di Najaf (7 su 12), di Kerbala (6 su 10), di Babel (8 su 16), di Wasit (5 su 11), di Muthanna (4 su 7) e a Baghdad (26 su 68; ma qui Allawi è la seconda forza con lo scarto di appena 2 seggi).

L’Ina prevale nelle province di Maysan (6 seggi su 10 totali), di Qadissiya (5 su 11), di Dhi Qar (9 su !8).

La Kurdistan alliance prevale nelle province di Arbil (10 seggi su 14 totali), di Dohuk (9 su 10), di Sulaimaniya (8 su 17), mentre in quella di Taamim, come si è visto, conquista 8 seggi al pari di Iraqiya.

Altre coalizioni raccolgono un numero di seggi decisamente inferiore alle prime quattro. Goran, la coalizione kurda ostile a Pdk e Upk, conquista un totale di 8 seggi, nelle province di Sulaimaniya (6) e di Arbil (2). Il Fronte dell’Accordo iracheno ottiene 6 seggi, nelle province di Salaheddin (2), di Anbar (2), di Ninive (1) e a Baghdad (1). Alleanza per l’unità dell’Iraq, la coalizione guidata dal ministro degli Interni Jawad al Bulani, che riunisce membri dei Consigli del risveglio e notabili sciiti, ottiene 4 seggi, nelle province di Salaheddin (2), di Anbar (1) e di Ninive (1). Infine, l’Unione islamica del Kurdistan e la Lega islamica del Kurdistan/Iraq si aggiudicano rispettivamente 4 e 2 seggi nelle province kurde.

Dei 7 seggi nazionali di compensazione, 2 sono attribuiti a Iraqiya, 2 all’Alleanza per lo stato di diritto, 2 all’Ina, 1 alla Kurdistan alliance.

Notiamo che Allawi prevale nelle province sunnite, come tutti si aspettavano (tanto che, in campagna elettorale, i suoi rivali, giocando sulla scorretta equazione sunnita = baathista, ripetevano come un mantra che votare Allawi significava volere il ritorno al potere del Baath). Ma, contro le aspettative dei rivali, Allawi sorprende ottenendo discreti risultati, che si traducono in seggi, anche in alcune province sciite quali Babel, Qadissiya, Wasit, Kerbala, Dhi Qar. Raccoglie quindi un consenso piuttosto diffuso, al quale le motivazioni religiose sono estranee. Viceversa al Maliki (che peraltro contesta i risultati elettorali) prevale in alcune province sciite mentre non ottiene risultati in termini di seggi nelle province sunnite: fatto non sorprendente, se si pensa al suo atteggiamento, anche e soprattutto recente, verso i sunniti.

Il secondo dato inatteso è il buon risultato dei sadristi (parallelo al forte indebolimento del Siic) all’interno dell’Ina. Si tratta effettivamente di un successo sorprendente, per un movimento che veniva dato ormai per morto dai più. Prima delle elezioni, Moqtada al Sadr è ricorso alla modalità – inconsueta per l’Iraq – delle “primarie” per far decidere alla sua base i candidati da presentare, riuscendo così a coinvolgere e rimotivare l’intero movimento sadrista. In campagna elettorale poi al Sadr dall’Iran ha esortato i suoi seguaci a votare in massa, ricorrendo ad accenti nazionalistici e invocando, sempre, il bene supremo dell’Iraq. I sadristi, obbedienti, hanno votato compatti secondo le indicazioni del loro leader. Ora l’incognita è se Moqtada userà il suo patrimonio di seggi per supportare acriticamente un nuovo governo che dovesse comprendere la sua formazione o seguirà la linea intransigente cui spesso si è richiamato in passato, lottando per la fine reale dell’occupazione Usa e per un Iraq effettivamente libero e sovrano. In questo secondo caso dovrà però risolvere, non solo a parole questa volta, il problema del conflitto con i sunniti. Nel 2004, quando il suo Esercito al Mahdi portava avanti in armi la sua coraggiosa resistenza all’occupazione, una saldatura o almeno un’alleanza tattica con la resistenza sunnita sarebbero state possibili e auspicabili, avrebbero risparmiato all’Iraq molte delle sventure successive (soprattutto lo sciagurato e sanguinoso conflitto sciiti- sunniti), ma non sono state realizzate. Anche ora è auspicabile una lotta comune di tutte le forze genuinamente fautrici di un Iraq indipendente e sovrano – e se il movimento sadrista è tale davvero e non per artificio retorico potrebbe parteciparvi a pieno titolo. Il 9 aprile 2010 viene letto, davanti a migliaia di sciiti che a Najaf manifestano contro l’occupazione nell’anniversario della caduta di Baghdad, un discorso di Moqtada al Sadr estremamente aperto e dai toni unitari nei confronti dei sunniti; purché non si tratti solo di parole, appunto, come troppe volte in passato.

Verso il nuovo governo. Dopo la pubblicazione dei risultati, Moqtada al Sadr lancia dal suo sito internet un vero e proprio referendum – aperto non solo ai suoi seguaci ma a tutti gli iracheni – su chi debba essere il nuovo premier. Al leader sciita, ultimamente, la democrazia diretta piace molto, o almeno ritiene che paghi in termini di consenso, come è avvenuto con le primarie. Al Sadr quindi mette a disposizione gli uffici e le sedi del suo movimento nonché svariate moschee da usarsi come seggi; fa stampare le schede su cui gli iracheni potranno esprimere la loro scelta fra cinque candidati, Iyad Allawi, Nouri al Maliki, Ibrahim al Jafari (aderente all’Ina), Adel Abdel Mahdi (Siic), Jafar Muhammad Baqr al Sadr (eletto nelle liste dell’Alleanza per lo stato di diritto, cugino di Moqtada, figlio di quel Muhammad Baqr al Sadr che fu tra i fondatori del Dawa, un religioso insigne fatto uccidere nel 1980 dal regime di Saddam Hussein) o indicare un altro candidato di loro gradimento. Una prassi inedita ed extracostituzionale; per parte loro, i sadristi si impegnano comunque a rispettarne i risultati. Al referendum partecipano 1.800.000 elettori, Ibrahim al Jafari vince un po’ a sorpresa il confronto ottenendo il 24% delle preferenze (appartiene d’altronde all’Ina come i sadristi), tallonato da Jafar al Sadr con il 23%; fanalino di coda Iyad Allawi al 9% (ma Nouri al Maliki lo batte di un solo punto percentuale).

Nel frattempo Allawi festeggia la sua risicata vittoria elettorale, apre a tutte le forze politiche, compresa l’Alleanza per lo stato di diritto del “fratello primo ministro”, promette che – se sarà premier – per prima cosa varerà la legge sul petrolio tanto cara agli Usa, intavola negoziati in vista della formazione del nuovo governo.

Ma chi otterrà l’incarico per formare il governo? Secondo la Costituzione, entro 15 giorni dalla certificazione dei risultati elettorali, il presidente della Repubblica uscente convoca il nuovo Parlamento. Quest’ultimo elegge il nuovo presidente della Repubblica, a maggioranza di 2/3 al primo scrutinio o, in mancanza, mediante ballottaggio tra i due più votati. Il presidente della Repubblica infine, entro 15 giorni dalla sua elezione, conferisce l’incarico di formare il nuovo governo al leader della coalizione che ha conquistato più seggi.

Attenzione però: l’incarico non lo riceverà necessariamente Allawi, anche se la sua coalizione ha ottenuto più seggi dalle urne. Infatti recentemente la Corte suprema federale, su istanza di al Maliki, ha interpretato la disposizione costituzionale nel senso che l’incarico può andare anche a chi, in virtù di alleanze postelettorali, disponga di più seggi dopo l’insediamento del nuovo Parlamento: quindi se, ad esempio, al Maliki si alleasse con l’Ina o/e con i kurdi, sarebbe lui a ricevere l’incarico, se Allawi non trovasse a sua volta alleati adeguati. Si tenga presente inoltre che il nuovo governo dovrà poter contare su 163 voti (la maggioranza assoluta) per ottenere la fiducia del Parlamento.

Ovviamente tutte le formazioni politiche cercano di accrescere la propria dotazione di seggi con nuove alleanze strategiche; le coalizioni uscite dalle urne potrebbero anche frantumarsi e ricomporsi con assetti diversi, per esempio eliminando le componenti più deboli per acquisirne altre più ricche in seggi; o, viceversa, componenti forti di una coalizione debole potrebbero essere tentate di abbandonarla, per seguire partner più promettenti.

L’esclusivo esame dei numeri parrebbe suggerire un’alleanza fra le coalizioni di Allawi e di al Maliki, che con 180 seggi risolverebbe tanto il problema dell’incarico quanto quello della fiducia parlamentare: ma, al di là delle diplomatiche parole di Allawi più sopra citate, ci sono notevoli difficoltà in questo senso. I due si sono scontrati molto aspramente in campagna elettorale, con mezzi oltretutto – da parte del premier uscente - davvero scorretti; per le componenti sunnite di Iraqiya sarebbe indubbiamente duro accettare un accordo con chi ha tentato in ogni modo di escluderle dalla vita politica.

Da parte sua Allawi, il favorito degli Usa, non si pone troppe pregiudiziali in vista di possibili alleanze: del resto, se fosse in cerca di affinità politiche, gli resterebbe solo la possibilità di trattare con forze minori, come la coalizione di Bulani che ha solo 4 seggi e, forse, con componenti che attualmente fanno parte di altre coalizioni. Quindi Iraqiya potrebbe stringere accordi con qualsiasi forza pur di partecipare al governo in posizione di rilievo.

Verso un accordo fra Alleanza per lo stato di diritto e Ina sembrano puntare, con alterne vicende, le diplomazie dei due schieramenti: la somma dei loro seggi è appena sotto la soglia dei 163, i pochi voti mancanti non sono impossibili da raccogliere. Aprire l’accordo anche ai kurdi, oltretutto, è una strada ampiamente percorribile, in cambio di concessioni in tema di autonomia regionale e di riconoscimenti sui territori contesi. I kurdi, da parte loro, hanno dichiarato che, in cambio di ministeri chiave, sono disposti ad allearsi con tutti. Non è facile capire però quale sia lo stato delle trattative. Ammar al Hakim caldeggia governi di unità nazionale, apre ad Allawi, annuncia il fallimento delle trattative con l’Alleanza per lo stato di diritto, ma in realtà queste ultime non si interrompono. Certo, le divergenze che hanno allontanato il Dawa dalle altre forze sciite rimangono tutte. E ci sono altri problemi. Innanzitutto, chi sarebbe scelto come primo ministro? Al Maliki che spasima per un altro mandato, al Hakim o qualche altra figura di rilievo di uno dei due schieramenti? In secondo luogo, un governo a composizione esclusivamente sciita e, quindi, fortemente influenzato da Teheran non sarebbe certo gradito agli Usa, che nella contesa elettorale hanno parteggiato apertamente per Allawi. Infine, Moqtada al Sadr si adatterà a supportare un governo che pare la fotocopia di quelli che si sono succeduti in Iraq dopo l’occupazione e con i quali ha avuto più di un’occasione di scontro? Dimenticherà la “Carica dei cavalieri” e il recente mandato d’arresto?

Infine un governo che comprenda tutte le più importanti forze politiche irachene, un governo di unità nazionale, è auspicato da Ammar al Hakim (v. sopra) e dal presidente della regione autonoma kurda Massud Barzani (Kurdistan alliance). Allawi ha dichiarato di essere aperto a tutte le forze politiche. Moqtada al Sadr afferma che non entrerà in un governo in cui non sia rappresentata la coalizione più votata, Iraqiya; mentre sheik Salah al Obeidi, portavoce del movimento sadrista, dichiara che le coalizioni più votate apporterebbero, tutte, elementi utili al nuovo governo, infatti quella di Allawi ha buoni rapporti con i paesi arabi, quella sciita con Iran e Turchia, quella kurda con gli europei. Se le dichiarazioni dei leader politici rispecchiassero i loro progetti e propositi, il governo di unità nazionale sarebbe una soluzione possibile.

Comunque, la formazione di un nuovo governo iracheno appare impresa difficile, che richiederà settimane e forse (come già altre volte) mesi; a tutt’oggi, non si può prevedere su quale coalizione si baserà. E’ facile invece prevedere che, qualunque essa sia, sarà eterogenea e instabile.