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(m.m.c. - febbraio 2010)

Un paese Nato anomalo. Tornati alla ribalta nel gennaio, non sono certo una novità i segnali di stampo golpista all’indirizzo del governo turco di Tayyp Erdogan che, oltre ad aver spiazzato forze interne che si ritenevano inamovibili - particolarmente nelle forze armate- è l’unico esecutivo di un paese Nato a mostrare un’autonomia di indirizzo rispetto ai desiderata di Washington- Tel Aviv. Per capire la connessione fra questi elementi, interni ed esterni, è utile riassumere le iniziative di Ankara che più hanno disturbato quei desiderata, tanto da meritare le trame di Ergenekon, l’organizzazione segreta che prende il nome da una mitica località asiatica (vi si sarebbe stanziata la prima tribù turca) e più realisticamente ribattezzata Gladio turca.

Già dal suo insediamento, seguito alla netta vittoria dell’Akp nelle elezioni del novembre 2002, il governo Erdogan si è differenziato dai precedenti esecutivi, guidati dalle attuali opposizioni laiciste ed esecutori - tranne che sulla questione curda - degli ordini statunitensi, in diversi modi. Pur senza rifiutare un contingente in Afghanistan – sarebbe stato avventurista o forse impossibile, stante l’impegno preso dai predecessori e col fiato dei militari sul collo – ne ha circoscritto il mandato fissando (ed applicando, diversamente dai governi italiani per esempio) limiti che escludono le azioni di combattimento. Ha circoscritto altresì la partecipazione alla ‘coalizione dei volonterosi’ cooperante con l’occupazione dell’Iraq concedendo ad Usa e Nato il sorvolo dei cieli, non invece il passaggio di truppe da terra né quello delle navi militari sul Bosforo, ottemperando ai vincoli posti in tal senso dal Parlamento. Sempre circa l’Iraq il governo turco si è concesso uno spazio di critica e dissociazione dai bombardamenti ventilando, specie dopo le stragi perpetrate dagli Usa a Tal Afar e Falluja (2004), la rottura della cooperazione con l’Alleanza mentre si adoperava in diversi tentativi di mediazione interna, spingendo per la pacificazione con i sunniti e con il movimento sadrista.

Verso l’Asia, negli anni scorsi la nuova amministrazione ha infittito i rapporti, commerciali e politici, fino a disegnare uno scenario nuovo rispetto al passato. Rammentiamo che nel novembre 2005 Erdogan inaugurava con il leader russo Putin e l’italiano Berlusconi l’oleodotto destinato a portare il gas russo in Turchia attraverso il mar Nero; che recentemente una società russa ha vinto la gara per compartecipare alla realizzazione della prima centrale nucleare turca, e che oggi l’interscambio con Mosca supera i 30 miliardi. Dal punto di vista politico sono stati stretti rapporti diversi non solo con il Cremlino ma con le province russe ed ex sovietiche a maggioranza turcofona, e questo senza chiedere il permesso a nessuno.

Circa la questione curdo- irachena, va segnalato l’accordo del novembre 2008 con il quale il governo di Ankara ha ottenuto la condanna della lotta armata del Pkk e la sua inibizione “in ogni regione prossima al confine”, offrendo in cambio il proprio riconoscimento del Kurdistan come regione autonoma irachena. Per quanto riguarda invece la minoranza interna, un segnale nuovo è venuto nell’estate 2009 con l’annuncio di un progetto definito di “democratizzazione”, riconoscimento cioè dei diritti di questa minoranza alla condizione che le sue organizzazioni cessino le azioni armate contro gli obiettivi governativi come contro i civili turchi . Benché le reazioni all’annuncio non siano state entusiastiche, né dell’opinione pubblica (gli attacchi hanno prodotto negli anni centinaia di vittime), né tanto meno delle forze armate e di sicurezza, ad ora il governo Erdogan non pare intenzionato ad accantonarlo. Vedremo se e come procederà il progetto, vitale per lo stesso governo islamico ai fini del ridimensionamento del potere militare.

Un ruolo autonomo nel Medio Oriente. In quest’area l’iniziativa turca è stata a tutto campo e quasi mai di gradimento dell’asse israelo- americano. Vanno citati un centinaio di accordi autonomamente sottoscritti da Ankara con Siria ed Iraq, i distinguo alla conferenza di Barcellona del novembre 2005 sul “terrorismo”, così come volevano definirlo Usa ed Israele, il ruolo mediatorio attivo nelle vicende libanesi, le critiche senza riguardo alla brutale politica israeliana verso i palestinesi, l’apertura all’Iran. Su questi ultimi punti gli episodi di mancata obbedienza a Washington e Tel Aviv – interpretabili come ‘sgarri’ ai loro occhi- sono stati ripetuti e significativi.

In Libano, la mediazione turca è stata decisiva nel giungere all’accordo per la presidenza, premessa per una riconciliazione nazionale – mentre Israele spingeva per l’estromissione di Hezbollah – e più volte il governo Erdogan è intervenuto per condannare le violazioni della sovranità libanese da parte israeliana, le continue incursioni, fino a preavvertire Hariri di una manovra che lo stato sionista stava predisponendo in gennaio sul confine nord libanese. L’alleanza con Israele, cara a statunitensi e kemalisti, è entrata visibilmente in crisi sul nodo palestinese nel maggio 2004, quando Ankara richiamò il proprio ambasciatore a Tel Aviv per protestare contro il la politica, definita “terrorista”, israeliana attuata con i continui omicidi – fra i quali dello sceicco Ahmed Yassin e di Abdelaziz Rantisi- e la strage di Rafah. Dopo la carneficina di Gaza, attuata fra il dicembre 2008 ed il gennaio 2009, e l’incrudelirsi dell’assedio alla Striscia, la netta condanna di Ankara ha reso questa crisi grave e probabilmente non reversibile. Gli episodi più recenti sono stati l’invito ad Ankara rivolto a Khaled Meshal, leader in esilio di Hamas, il rifiuto a partecipare all’operazione congiunta ‘Aquila dell’Anatolia’- che avrebbe avuto un impatto anche maggiore se non vi fosse stata la vergognosa offerta italiana di spostare l’operazione israeliana in Sardegna (vedi in questa Rubrica Sottomissione totale a Israele, dicembre 2009)- la puntuale risposta all’invito - praticamente un ordine - israeliano di annullare uno programma televisivo turco nel quale il Mossad appare per quello che è, accompagnata dallo smascheramento di una sceneggiata predisposta dal ministro Ayalon , che aveva obbligato l’ambasciatore turco a sedersi su uno scranno più basso del proprio, a simboleggiare la superiorità ebraica. Da ultimo abbiamo assistito all’abbandono di Erdogan del Forum di Davos, per non essergli stato concesso di controbattere adeguatamente a Shimon Peres sui massacri a Gaza e sull’embargo, ed all’accoglienza entusiastica tributatagli per questo da migliaia di turchi al suo rientro.

Verso l’Iran infine Ankara invita sensatamente a considerare il programma nucleare di Teheran nel contesto regionale, che vede Israele dotato di un arsenale atomico di centinaia di testate, cose ripetute nella capitale iraniana nel colloquio fra Tayyp Erdogan e Mahmoud Ahmadinejad. Visita che è stata anche occasione per sviluppare l’interscambio e mettere a punto un progetto comune di sfruttamento del gas iraniano, proprio mentre Washington si accinge a varare nuove sanzioni contro Teheran.

L’affare Ergenekon. Se non fossimo nel contesto Nato, dominato dai diktat israelo- americani che esigono un’obbedienza a tappeto, in tutto ciò non vi sarebbe nulla di rivoluzionario e neppure di clamoroso. Ma il contesto è quello detto e la lenta marcia turca verso una sovranità nazionale effettiva, una separazione vera fra sfera politica e sfera militare, una politica estera equilibrata, di amicizia verso i popoli vicini, è qualcosa che non può essere sopportato. Ed ecco rispuntare la Gladio turca, ovvero la strategia della tensione e la minaccia del golpe, nel passato operante contro l’influenza sovietica e, dal 2003, contro il governo dell’Akp (vediErdogan, un altro ‘Morobondo’?; Erdogan, lo statista che l’Italia non avrà mai, entrambi in www.andreacarancini.blogspot.com ed ivi altre note e riferimenti; sulle novità della politica estera turca Wendy Kristianasen, La scelta di Ankara: non con l’Oriente né con l’Occidente, in Le Monde diplomatique febbraio 2010 ).

Ricordiamo che il massimo di tensione fra il governo Erdogan e l’apparato militare emerse nel biennio 2007- 2008. Nell’aprile 2007 i militari e le opposizioni, con il pretesto della “difesa della laicità” che nessuno stava minacciando, portarono in piazza un milione di persone, per altro preoccupate al tempo stesso dalla prospettiva di un putsch. Erdogan seppe tranquillizzare il paese e tre mesi dopo, nel luglio, l’Akp confermò la propria vittoria elettorale ed ottenne la presidenza della Repubblica. In agosto, i militari disertarono la cerimonia d’insediamento del nuovo presidente, Abdullah Gul, ed il capo delle Forze armate Yashar Buyukanit pronunciò un discorso contenente larvate minacce. Nell’ottobre, la lobby sionista a Washington riuscì a far approvare in sede di commissione parlamentare una condanna del genocidio armeno, punto dolente quanto la questione curda. Erdogan riuscì però a convincere la Casa bianca ad intervenire perché il voto non fosse ripetuto in aula ed avviò una politica di apertura verso l’Armenia, allontanando così, almeno per il momento, un’altra occasione di destabilizzazione. Nell’estate 2008 il procuratore Abdurraham Yalcinkaya preparò un ricorso contro l’Akp motivato da presunte “attività antilaiche”: fu respinto dalla Corte costituzionale che si limitò ad “ammonizioni” ordinando al tempo stesso il dimezzamento del finanziamento pubblico all’Akp. Pericolo scampato dunque.

Risale a quel periodo anche l’avvio dell’inchiesta della magistratura di Istanbul che ha portato ai recenti arresti. Fra le persone colpite, accanto a personaggi contigui alla mafia ed agenti coperti dalla professione giornalistica, vi sono alti ufficiali, molti dei quali della Marina e fra essi l’ex capo della stessa, Ozden Ornek, inoltre il generale dell’esercito Cetin Dogan, il generale Firtina, già capo dell’Areonautica, il generale Engin Alan, nome emerso in occasione di un tentato golpe in Azerbajan ed in operazioni clandestine nel Kurdistan turco. Fra le trame trapelate dall’inchiesta compare un progetto di uccidere il vice premier Bulent Arinc, attentati contro personalità curde, cristiane ed armene, tali da far ricadere la colpa su gruppi islamici e quindi, indirettamente, sull’Akp, premessa per rivendicare il rovesciamento del governo. La tipica strategia della tensione con brevetto statunitense, che in Italia conosciamo bene (ovvero conoscono quanti non sono ciechi, mentre altri – politica e magistratura quasi al completo comprese- fanno finta di non sapere da che parte è piovuta). Destabilizzare per stabilizzare, secondo la formula coniata da Vincenzo Vinciguerra per riassumere le strategie della tensione applicate in Italia per contrastare il comunismo, che passarono in gran parte attraverso organizzazioni di destra, apparentemente nazionalistiche (come Ergenekon), in realtà sottomesse ai servizi integrati con quelli di Washington, secondo meccanismi complessi che l’Autore citato ha descritto molto bene (leggine le analisi sul sito www.marilenagrill.org )

Il nemico dell’Occidente è cambiato (l’Islam radicale o indipendentista in luogo del comunismo sconfitto), il copione non pare. Naturalmente i soggetti interni possono non essere meri burattini e si muovono anche secondo propri fini, collegandosi ad un gioco diverso per scelta consapevole e anche senza saperlo, come accadeva a tanti militanti della destra negli anni Settanta, mentre i loro dirigenti frequentavano gli apparati e ne ricevevano istruzioni. E chi tira, o cerca di tirare, i fili può predisporre un golpe per attuarlo davvero o anche per minacciarlo soltanto, strumentalizzando aspiranti golpisti con un gioco di stop and go funzionale a pesanti avvertimenti (vedi le richiamate vicende nostrane). Gli avvertimenti alla Turchia sono stati pesanti, particolarmente se è vero che si dovrebbero alle trame di Ergenekon l’uccisione del sacerdote cattolico Andrea Santoro, del giornalista armeno Hrant Dink e le minacce allo scrittore Orhan Pamuk. In tutti i casi, la situazione è preoccupante. Torneremo a commentare il processo, le prossime mosse dell’opposizione, che ha già annunciato solidarietà e manifestazioni a favore dei militari incriminati, e dello stesso governo Erdogan, per vedere se recepirà gli avvertimenti o, speriamo, tirerà diritto sulla sua strada.