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(m.m.c. - dicembre 2009)

Com’era prevedibile, Bruxelles ha ritirato la bozza svedese su “Gerusalemme capitale di due Stati” che si proponeva di fermare la ebraicizzazione della città e di iniziare, con un ritardo di sessant’anni, l’attuazione dei deliberati Onu sulla Palestina storica; per sostituirla con un’altra che afferma l’imprescindibilità del consenso della potenza occupante per ogni modifica dello stato di fatto. Come chiedere ad un ladro professionista il suo consenso per restituire un po’ del maltolto ai derubati, per di più conoscendo in anticipo la risposta: Gerusalemme è la ‘capitale unica e indivisibile ’ di Israele.

Ora, chi è stato il primo destinatario dei ringraziamenti israeliani per questo risultato farsesco? Il governo italiano naturalmente, a cominciare dal ministro Frattini che si è “particolarmente adoperato” per ottenerlo ed è stato particolarmente felice di ostentare questa sua attività. Vero è che il ritiro della bozza svedese vi sarebbe stato egualmente. Certamente è stato impartito un ordine israelo- americano e l’Europa sottomessa, che affida la scelta dei propri dirigenti al Bildelberg massonico (leggi notizie e commento di Enrico Piovesana sulle nomine europee in www.peacereporter.net ) non ha fatto che seguire ancora una volta la sua vocazione all’inesistenza politica. Ma che il nostro paese sia il primo lacchè, il più inesistente fra gli inesistenti, il più servile e scodinzolante fa, nella sgradevolezza d’insieme, un effetto ancor più spiacevole.

Per di più, l’Italia è un lacchè recidivo. Limitandosi qui ai fatti degli ultimi mesi, qual è stata la prima capitale europea ad ospitare il presidente collaborazionista, golpista e scaduto di Ramallah, Abu Mazen, in cerca all’estero della credibilità perduta in patria per il plauso malcelato al massacro di Gaza e per il tentativo di bloccare in sede Onu la discussione sul rapporto Goldstone? Roma. Come ha votato il 16 ottobre il nostro rappresentante al Consiglio dei diritti umani su quel rapporto, che denuncia Israele per il massacro? Contro, ovvio, insieme ad Usa, Israele, e 3 stati dell’est sottomessi al pari dell’Italia; contro anche la mozione, approvata nella stessa sede, che richiede la fine degli scavi israeliani e delle provocazioni nei luoghi sacri dell’Islam.

Ancora in ottobre, l’Italia si è precipitata in soccorso di Israele, dopo che il governo turco di Tayyp Erdogan aveva negato la partecipazione ad un’esercitazione congiunta con lo stato ebraico in ambito Nato, denominata “Aquila dell’Anatolia”. L’esercitazione s’aveva da fare - ordine di Washington e di Gerusalemme (occupata) - e chi se non l’Italia s’è prestata ad evitare lo smacco israeliano conseguente a quel rifiuto? La base sarda di Decimomannu ha così ospitato l’esercitazione con gli F15, F16, Boeing 707, Hercules giunti da Israele, unica aviazione compartecipante quella italiana;  e l’esercitazione è consistita nella “simulazione di combattimenti a lungo raggio”, leggi la simulazione dell’attacco all’Iran.

La premessa di tutto ciò è del giugno 2003, quando il precedente governo Berlusconi ha abbandonato ogni velleità, perfino parvenza, di equidistanza nel conflitto israelo- palestinese ed ha siglato con quello israeliano un memorandum d’intesa per la cooperazione militare, la cui esistenza è stata pubblicizzata a fatti compiuti e sul cui contenuto abbiamo avuto qualche scarna notizia soltanto dal quotidiano statunitense “Voice of America” (22 novembre 2004). Abbiamo appreso così che è stato concordato “lo sviluppo congiunto di un nuovo sistema di guerra elettronica altamente segreto”, un campo nel quale Israele aveva fino allora cooperato solo con gli Stati uniti, che il finanziamento iniziale è stato di 181 milioni $ e che si è previsto un impegno congiunto nella “lotta al terrorismo”, cioè alla Resistenza. Naturalmente, il successivo governo di centrosinistra non ha avuto alcunché da obiettare, limitandosi ad eseguire l’accordo con lo stesso zelo e la stessa segretezza che ha avvolto la sua sigla; ed a continuare la politica filo- israeliana, assumendo come nemici propri i (numerosi) nemici di Israele. Fra parentesi, questo è certamente il motivo dell’assurdo clamore che ha accompagnato l’uscita di Massimo D’Alema (in verità tardiva, resa quando il suo mandato alla Farnesina era scaduto) sulla necessità di riflettere che il governo di Hamas è stato eletto dai palestinesi ed occorre perciò farci i conti: clamore tale da pregiudicare la sua candidatura a ministro europeo. Potrebbe mai la “democratica” Europa accettare un governo eletto dal popolo, anziché i fantocci scelti da Washington e Gerusalemme occupata?

Dovremmo concludere allora, visto che l’Europa è messa tutta piuttosto male, che mal comune vale mezzo gaudio? No. Per esempio il governo svedese, autore della citata bozza, dal male comune ha provato a distinguersi. Il segnalato trasferimento dell’Aquila dall’Anatolia alla Sardegna suggerisce un altro confronto: fra il paese rifiutante e quello condiscendente, più che appropriato dato che la Turchia è membro della Nato ed è legata ad Israele da un trattato di cooperazione militare più antico del nostro. Eppure, che differenza! Il governo Erdogan si è schierato con i palestinesi di Gaza, ha denunciato in sede internazionale i crimini israeliani, ha potenziato, anziché diminuirli, gli scambi con Teheran dichiarando apertamente di respingere la politica delle sanzioni e dell’indebita interferenza nella lotta interna, ha rifiutato di criminalizzare una sola parte nel conflitto sudanese, ha respinto la richiesta americana di rinforzi a Kabul. E tutto ciò correndo il rischio, non sottaciuto, di un putsch militare. La differenza fra l’esecutivo turco e quello italiano è la stessa che corre fra un governo tendenzialmente indipendente (per esserlo del tutto dovrebbe uscire dalla Nato) e quello di un protettorato. La differenza fra gli organi d’informazione è quella che corre fra una stampa per gran parte libera ed una stampa velinara.

Eppure, su alcuni aspetti della politica estera l’attuale governo Berlusconi ha dimostrato sprazzi di autonomia maggiori del precedente 2001-2006 e del governo Prodi 2006-2008: segnatamente nei rapporti con l’Est, nell’ambito dei quali non si comporta da mero esecutore di ordini americani (vedi in questa rubrica Primato in piaggeria, settembre 2009). Il perché non dimostra analoga autonomia nel conflitto che resta centrale nell’area mediterranea, temo si debba ricercare in primo luogo nella categoria della codardia politica: che non appartiene solo all’Italia ma che in Italia trova una delle sue dimostrazioni più vistose. E non da oggi. Si può anzi tranquillamente affermare che la viltà è un tratto distintivo della nostra classe dominante e (essendo elettiva) non solo di quella. La Russia è una potenza, i Palestinesi sono soltanto vittime. Avete mai visto dei codardi parteggiare per le vittime? Io no. Anzi direi, per restare al tema, che l’infierire contro i Palestinesi e genuflettersi ad Israele è una sorta di ‘carta di assicurazione ’ con la quale l’attuale governo sta acquistando, per così dire, una certa indipendenza dall’asse israelo- americano nel rapporto con il Cremlino. Un po’ come un cameriere che, per prendersi le ferie, fa delazione o frusta il nuovo arrivato. Del resto, i rapporti con le nazioni del Patto asiatico sono assai appetitosi, economicamente parlando. Ecco il secondo motivo, ecco dove trovano coraggio i nostri governanti e, con loro, la oligarchia ad essi intrecciata: negli interessi di bottega. E basta.