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(Emilia Maffezzoni - luglio 2009)

Al di là della retorica ufficiale - che abbonda di termini magniloquenti, definendo il 30 giugno 2009 "giorno storico" o addirittura "giorno della vittoria" e proclamandolo "giorno della sovranità nazionale" – per l’Iraq il ritiro delle truppe Usa dai centri abitati costituisce un cambiamento sostanziale? E’ lecito dubitarne.

In via preliminare, si può notare che l’Iraq aveva riacquistato - a parole - la sovranità già il 28 giugno 2004, quando un Bremer in frettolosa partenza la riconsegnò simbolicamente nelle mani dell’allora premier iracheno Allawi, il quale ringraziò e parlò, anche allora, di giorno storico. Da quella data la riconquistata sovranità irachena non ha fatto che perfezionarsi e completarsi, ad esempio in occasione del processo a Saddam Hussein (che - con i suoi giudici e pubblici ministeri ammaestrati dagli Usa e tanto di prove generali svolte a Londra - secondo l’allora premier al Jafari incarnò "una forma di sovranità irachena"; o attraverso il lento trasferimento delle varie province al controllo delle forze di sicurezza irachene, ogni volta celebrato come un coronamento della sovranità; infine attraverso la ratifica dell’accordo di lungo termine con gli Usa, che a detta del presidente iracheno Talabani rappresentò "il completamento degli elementi di sovranità e indipendenza" dello sventurato paese.

Il presidente Usa Barak Obama ha già una volta disatteso la promessa, formulata in campagna elettorale, di un rapido ritiro delle truppe dall’Iraq. La attuale situazione irachena potrebbe fornire il pretesto per mettere in discussione non solo le prossime fasi del ritiro, ma anche quella appena compiuta. Infatti le ultime settimane vedono una notevole ripresa degli attentati, spiegata dagli analisti vuoi con la mancata soluzione dei conflitti interetnici e interreligiosi, vuoi con il rifiuto governativo di adempiere agli impegni assunti verso i Consigli del risveglio e il conseguente disimpegno di questi ultimi nel contrasto ai gruppi qaedisti. Le forze di sicurezza irachene potrebbero non sentirsi in grado – o potrebbero dagli Usa essere giudicate non in grado - di far fronte senza aiuto alla situazione.

Ma ammettiamo pure che il calendario del ritiro sia formalmente rispettato. L’odierno ritiro dalle città lascia in Iraq - per ora - ben 130.000 soldati che, secondo le dichiarazioni del generale maggiore Robert Caslen, "circonderanno" le città stesse. Ad essi bisogna aggiungere i contractors militari, che, con l’ascesa di Obama alla Casa bianca, sono aumentati del 23%. I prossimi ritiri (i soldati Usa dovrebbero scendere a 50.000 in agosto e lasciare il paese nel 2011 "se la situazione lo permetterà") non avranno significato se saranno compensati dall’aumento dei contractors. Non solo. Le forze Usa restano, con compiti di consulenza, anche dopo il 30 giugno in alcune città nelle quali la tensione tra fazioni contrapposte permane elevata, come a Mossul che è terreno di scontro tra arabi e kurdi e in cui rimangono cinque postazioni Usa. Inoltre, le truppe statunitensi avranno sempre a disposizione lo spazio aereo, per operazioni di ricognizione o per bombardamenti; come abbiamo visto, potranno tornare anche per le strade, se la situazione lo richiederà.

La volontà Usa di perpetuare il suo dominio sull’Iraq non si fonda solo sull’occupazione militare, né si attenua con l’apparente attenuarsi di quest’ultima. Come dimostra l’arrivo a Baghdad, il 3 luglio, del vice presidente statunitense Joseph Biden jr, con l’incarico di inviato speciale della Casa bianca per l’Iraq; incarico confermato pubblicamente dal portavoce di Barak Obama proprio il 30 giugno, il "giorno storico" della "sovranità irachena". Biden ha il compito non solo di gestire il ritiro delle truppe statunitensi ma anche di indirizzare la politica irachena sui temi che gli Usa ritengono di loro interesse, come la riconciliazione nazionale (tra sciiti e sunniti, con la soluzione del problema degli ex baathisti, nonché tra arabi e kurdi, con la soluzione dei problemi di Kirkuk e dei "territori contesi"). Dunque, Biden appena giunto invita gli iracheni a fare progressi in questo campo. Non basta agli Usa avere a Baghdad non solo un ambasciatore ma anche la più grande ambasciata del mondo, una sorta di città militarizzata nel cuore della capitale irachena. Devono anche inviare in Iraq, per influenzarne la politica, la seconda carica dello stato. Oltretutto proprio Biden, che non è nuovo a pesanti intromissioni nella politica irachena: due anni fa, infatti, presentò al Senato statunitense una risoluzione tendente ad appoggiare la divisione dell’Iraq "in tre regioni semi autonome", con un "limitato governo centrale a Baghdad" responsabile solo della difesa e della gestione dl petrolio. Il Senato Usa approvò la risoluzione con maggioranza bipartisan il 26 settembre 2007, Biden si attirò le critiche di tutte le forze politiche irachene (tranne le kurde), anche Nouri al Maliki definì "una catastrofe" la risoluzione. Nemmeno ora il premier iracheno può sorvolare, dunque reagisce all’invito di Biden facendo la voce grossa, invitandolo a non interferire negli affari interni iracheni. Anche perché al Maliki ha scoperto che fare la voce grossa con gli Usa paga, in termini elettorali: ha pagato alle recenti elezioni provinciali e, spera, pagherà alle elezioni politiche del gennaio prossimo. Biden, che comprende benissimo la posizione di al Maliki, non si scompone minimamente e ribadisce di essere pronto ad aiutare il governo iracheno in qualunque momento esso vorrà.

L’invasione dell’Iraq fu decisa per un complesso di ragioni: ragioni geostrategiche soprattutto, che fecero individuare l’Iraq come il paese da conquistare per tenere sotto scacco Iran e Siria, affiancarsi a Israele e portare l’intero Medio oriente nella sfera egemonica Usa; ma anche la volontà Usa di riaffermare, rovesciando il regime iracheno, il proprio ruolo di unica superpotenza mondiale, il proprio prestigio politico e militare colpito dagli attentati dell’11 settembre; infine, non certo determinante ma nemmeno trascurabile, l’importanza del petrolio e del suo controllo nel modello economico occidentale. Ora, messi magari tra parentesi i sogni neocon sul nuovo secolo americano, per gli Usa tuttavia la presenza in Iraq continua a essere funzionale alle persistenti pretese egemoniche sull’area mediorientale e al persistente tentativo di intimorire e prevaricare i paesi non asserviti (v. le recenti minacce di Hillary Clinton all’Iran). Un’ultima questione: dopo molti tentativi e infinite pressioni, gli Stati uniti non sono ancora riusciti a ottenere dall’Iraq l’approvazione della legge sul petrolio da loro caldeggiata; nel frattempo le condizioni contrattuali offerte dal governo iracheno alle compagnie petrolifere occidentali non riscuotono il gradimento di queste ultime.

Le ragioni alla base dell’intervento militare in Iraq, insomma, sussistono ancora. Difficilmente gli Stati uniti vorranno lasciare veramente il paese. Forse lo farebbero se il regime di Baghdad fosse loro completamente asservito e, anche ove lo fosse, capace di reggersi senza la loro presenza militare: ipotesi, almeno per ora, ben distante dalla realtà.