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(m.m.c. - giugno 2009)

Le elezioni legislative libanesi del 7 giugno hanno fornito una prova delle capacità d’ingerenza – purtroppo, andate a segno- dell’asse israelo- americano nella regione. I suoi strumenti sono stati essenzialmente due, che esso conosce assai bene: il denaro e la paura.

Lo schieramento di maggioranza disponeva in abbondanza del primo strumento, come spiega a Michele Giorgio de Il Manifesto (numero del 10 giugno) il responsabile per gli esteri di Hezbollah, Ali Doghmush, aggiungendo che il sistema elettorale libanese, con la suddivisione in 26 piccoli distretti, ha facilitato le dazioni ed il soddisfacimento di interessi particolari. Qui peraltro siamo ancora all’uso classico del denaro nei sistemi elettorali (e difatti l’intervistato indica anche altre motivazioni della sconfitta elettorale). L’uso dello strumento è stato anche più spregiudicato ad opera di "alti funzionari dell’amministrazione americana", la cui sfilata in Libano nelle settimane precedenti era stata segnalata, sempre dal movimento sciita, come aperta ingerenza. In Libano era giunta in visita, intrattenendosi con gli esponenti della maggioranza, Hillary Clinton e, il 23 maggio, il numero due della Casa Bianca, Joe Biden. Quest’ultimo è stato il più esplicito: "Gli Stati Uniti attendono di vedere la composizione del governo che uscirà dalle urne…valuteranno come formulare il programma di assistenza sulla base delle sue politiche". Solare. I libanesi vogliono prestiti che li aiutino a risollevarsi dalla democratica distruzione di 3 anni fa ad opera del democratico stato confinante , o arrangiarsi, dato che Israele, come noto, democraticamente non risarcisce i danni di guerra? E non si parli di ingerenza, ci mancherebbe, ha tenuto ha precisare Biden. Sarà stato, allora, un semplice avvertimento democratico.

Biden non ha voluto entrare nel merito della rete del Mossad, da poco smascherata dalla sicurezza libanese, su denuncia sempre di Hezbollah. Fra gli altri compiti costoro, simpaticamente e democraticamente, piazzavano microspie nei motori delle auto a disposizione dei componenti la coalizione sfidante (Hezbollah ed i Liberi patrioti di Michel Aoun), allo scopo di far intercettare i malcapitati dall’aviazione israeliana. Parte degli aggeggini veniva da forniture americane ma, come si è detto, il democratico ospite non ha ritenuto di farsi annoiare da queste cosucce tecniche. Le cellule del Mossad – 40 o 50 elementi individuati finora- sono definite, come accade per simili strutture in tempo di pace, ‘in sonno’. Chissà quando sono sveglie…chissà che botti, se avesse vinto l’opposizione. Ancora una volta, non si parli di ingerenza, per carità: semmai di un divertissement pirotecnico per ravvivare la partecipazione democratica e indirizzare democraticamente il voto. E così è andata, ancorché di stretta misura. E’ probabile che, dopo quest’ultima rivelazione, i simpatizzanti più tiepidi dell’opposizione abbiano preferito non andare a votare. Il Libano è un paese martoriato da trent’anni di conflitto e il 2006, con le distruzioni che dovevano "farlo tornare all’età della pietra", è troppo vicino per non averne ricordi vivissimi.

Che assecondare i prepotenti sia utile per il quieto vivere è però, spesso, un’illusione. In questo caso lo è. L’aver dato la vittoria ai filo- americani nel 2005 non è bastato ai libanesi per evitare l’aggressione israeliana, soltanto un anno dopo. Un governo formato soltanto da questi (prescindendo dagli aspetti di legittimità costituzionale), trasformerebbe il paese in terra di manovre, alla mercè dell’ingordo vicino (gli israeliani avanzerebbero ben oltre le fattorie di Sheba) e lo trascinerebbe in pericolose avventure e più aspre lotte, anche intestine. Senza un reale controllo, gli apparati diventerebbero meri burattini, indotti a collaborare ad una strategia della tensione permanente, come pure è accaduto dopo l’ultima invasione. L’Hezbollah sembra credere (così le brevi dichiarazioni di Nasrallah, riferite dai media; Doghmush, nell’intervista citata) che un governo di unità nazionale, in discussione in questi giorni, sia lo strumento più idoneo a stabilizzare il paese, oltre che perfettamente fattibile. Dopo quanto è accaduto negli anni scorsi, e pure negli ultimi giorni, immagino siano dichiarazioni un po’ di facciata, inevitabili per chi ha compiti di guida politica. Questa soluzione sarà, forse, il meno peggio che si possa permettere il Libano, ora come ora.